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Presentato a Catania l'ultimo libro del consigliere togato "Al di sopra della legge"

Il percorso vissuto in questi anni fino a divenire magistrato. La situazione all'interno delle carceri italiane. Le nuove norme in materia di giustizia che complicano il lavoro del magistrato. La questione sociale da considerare se si vogliono affrontare i grandi problemi della lotta alle mafie. Di tutto questo ha parlato ieri il consigliere togato del Csm Sebastiano Ardita, ospite della facoltà di Giurisprudenza nell'incontro organizzato dall'associazione studentesca "Giurisprudenzattiva".
Un'occasione di incontro e confronto che ha preso spunto proprio dal contenuto dell'ultimo libro del magistrato, "Al di sopra della legge - Come la mafia comanda dal carcere".
Accompagnato dalle domande di Hala Fuad e Guido Leonardi e dalla professoressa Marisa Meli (vice direttore del dipartimento), Ardita ha subito chiarito che il libro "pur avendo un titolo che sembra tranciante, vi assicuro che ha un approccio molto garantista".


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"E' un libro che prende in esame un problema sociale enorme, che prende in esame chi è in carcere per le ragioni più impensabili. E ci sono varie categorie di persone che finiscono in carcere, perché anche lì c'è una piramide. Ci sono i capi delle organizzazioni mafiose, gruppi organizzati che ragionano per creare delitto, che hanno un certo ruolo. Poi ci sono i gregari e quindi, alla base della piramide, una serie di figure che sono i più disagiati. Quelli che sono strumenti di un meccanismo più ampio, che magari spacciano o sono tossicodipendenti e che stanno dietro ad una situazione di delitto che spasso nasce dal bisogno".
Quindi, come spiegato dal magistrato, nel mondo del carcere abbiamo varie realtà. Abbiamo la mafia, abbiamo chi delinque ed è criminale, cioè coloro "che vanno corretti, rieducati e messi in sicurezza", e poi c'è una massa di disagiati. Questi ultimi si trovano in quella condizione "perché non vengono raggiunti dalla linfa dello Stato che spiega a cosa serve la socialità".


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Ardita, che nel corso della sua carriera ha diretto l'ufficio detenuti al ministero della Giustizia, ha dunque spiegato quelle che sono le difficoltà all'interno degli istituti carcerari, dove si inseriscono anche strutture più o meno legali (vedi il caso del protocollo farfalla ed i rapporti tra i Servizi di sicurezza e i detenuti). "La rieducazione è importante nelle carceri - ha proseguito Ardita - al contempo però non si deve giocare al gioco del 'chi è più buono con i detenuti. Perché in carcere c'è anche gente furba e che ammazza". Non a caso nel libro si parla, tra le tante storie, di un personaggio che aveva fatto diversi omicidi e che, una volta trovata la libertà, esce per rapire un imprenditore, torturarlo e poi ucciderlo.
Ovviamente tra le questioni affrontate anche le recenti posizioni della Corte costituzionale e della Cedu su 41 bis ed ergastolo ostativo. "Il 41 bis - ha ricordato Ardita - non è uno strumento ordinario che si utilizza quando qualcuno si comporta male in carcere. Il 41 bis è una estrema ratio. Perché quando uno ha di fronte il capo di un'associazione mafiosa e cioè un soggetto che, rispetto alle evoluzioni criminali che possono svilupparsi nel suo territorio, porta avanti un planning operativo di estorsioni e violenze, per evitare che ci siano "fughe" verso altre organizzazioni criminali e cioè che la concorrenza tolga altro spazio.


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Per questo con il 41bis si interviene riducendo i contatti con le famiglie da quattro a uno, o controllando le lettere per vedere se si mandano messaggi al mondo esterno, per fare in modo che non si commettano delitti. Quindi, in punto di stato di diritto, abbiamo una bilancia con due piatti. Da una parte mettiamo lo spazio di libertà residuo di una persona che ha commesso i reati, il capomafia, ma dall'altro c'è la vita e la fisica integrità di persone innocenti. Il sacrificio, che è importante ed incide su diritti individuali, dal mio punto di vista va fatto per evitare che si verifichi che una persona esca dal carcere ed un innocente sia torturato ed ucciso".
Il problema, per certi versi, è  nell'estremismo che oggi è divenuto argomento anche politico.
Secondo Ardita c'è un problema quando si parla di carceri nella misura in cui spesso "si parla senza conoscere la reale situazione delle carceri".


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Nel libro vengono analizzati anche alcuni episodi recenti come le rivolte  in piena emergenza sanitaria, sfociate in violenze inaudite nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. "Aborrisco ciò che è successo - ha affermato Ardita - Ma non si deve dare una visione semplicistica degli agenti penitenziari come sciacalli ed assassini. Perché ciò che è successo è gravissimo, ma lo è anche ciò che viene consentito all'interno delle carceri, dove viene permesso ai boss e ai detenuti di "governare la libertà di un altro". "Qualche anno fa venne introdotta una circolare innovativa in modo da aprire gli spazi detentivi per quei detenuti che si comportavano bene e che mostravano una certa predisposizione al cambiamento. Si tracciavano percorsi individuali che rientrano nel percorso di rieducazione e che possono allargare anche libertà individuali all'interno del carcere. Ma tutto deve essere conquistato con un trattamento rieducativo". Successivamente, però, quella circolare è stata allargata indistintamente. Ed oggi gli spazi detentivi sono allargati a tutti. "Così si genera il caos, perché gli agenti di polizia penitenziaria sono in percentuale numerica ridotta. Così aumentano i rischi anche per i detenuti stessi, che con le celle aperte possono vivere situazioni di sofferenza e di violenza. Perché non possiamo ignorare che all'interno delle carceri vi sono delle gerarchie criminali". Ardita ha dunque invitato i presenti a chiedersi - in assenza di ogni regolamentazione normativa chi deciderà i turni, ad esempio, per accedere alle "casette dell'amore" previste per garantire le relazioni affettive dei detenuti. O se non si vuole affidare questo compito a chi  già decide quando accedere ai bagni.


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Altro tema ha riguardato anche la gestione dell'emergenza sanitaria nelle carceri o l'incredibile incremento del numero di cellulari rinvenuti nelle celle (più di mille solo nell'ultimo anno). "In passato potevi trasferire quei detenuti che venivano trovati in possesso dei cellulari - ha ricordato Ardita - Oggi con questi numeri non puoi intervenire".
Altra nota dolente è la questione sociale. "In carcere - ha aggiunto Ardita - non vanno normalmente persone agiate, ma altri che hanno problemi personali ed anche economici e spesso  si trovano a vivere forti disagi o dipendenze. Se la realtà è questa è evidente che le carceri diventano "un bacino potenziale di reclutamento per la mafia, così come negli anni Settanta lo erano state per il  terrorismo".
Ardita ha anche evidenziato la necessità, da parte dello Stato in primis, ma anche dall'intera società, di non abbandonare le aree più disagiate. "Le mafie occupano quegli spazi dove lo Stato è assente. Una seria organizzazione criminale offre il lavoro, garantisce il mantenimento mensile, ed anche l'assistenza alle famiglie quando il marito o il padre finisce in carcere. Anche così si rafforzano i legami e si mantiene il silenzio". Critiche sono state poi mosse alla nuova legge sull'ergastolo ostativo, promosso già alla Camera, laddove "si aggiungono tante norme, con l'idea di rendere più difficile l'accesso al beneficio, ma così facendo si offrono più possibilità affinché siano valutati altri indici che in realtà ampliano le opportunità di accesso".


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Tra gli allarmi lanciati, di fronte a questa nuova emergenza, il calo di nuove collaborazioni con la giustizia, rese "sempre più sconvenienti".
Infine Ardita ha parlato anche del senso dello Stato che è non è solo un'istituzione o qualcosa di formale. "Lo Stato ha anche una funzione di orientamento culturale del cittadino. Essa viene interpretata da uomini che sono in relazione con altri uomini. Quando diciamo che lo Stato non c'è non è perché non bastano leggi, norme o discipline. Ci vogliono uomini che  credono in queste leggi, sia pure con i limiti, i difetti, le paure o il proprio sentirsi inadeguati. E' necessario mettersi in discussione sempre, se si vuole dare una risposta efficace. Oggi in tutti i settori pubblici abbiamo poco Stato perché non sempre vibra forte di n tutto il desiderio di essere partecipi di una collettività. La legge viene vista quasi come nemica, quando invece dovrebbe essere lo strumento che ci rende più uniti. L’impegno pubblico va sempre  tradotto nel desiderio di riconoscersi più umani". Perché a prescindere dal ruolo sono le azioni che fanno la differenza e spesso si dimentica che "le figure di riferimento, quelli che sono per noi tuttora miti irraggiungibili, erano persone umane che hanno dato la propria vita e tutto quello che avevano per gli altri".

Foto © Riccardo Caronia/Angelo Vitale

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