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A seguito della sentenza definitiva del Capaci bis riproponiamo una recente intervista al procuratore aggiunto di Firenze

È di pochi giorni fa la sentenza definitiva del processo Capaci bis con cui la Cassazione ha confermato le condanne all'ergastolo per i quattro mafiosi accusati di aver preso parte all'organizzazione della strage e di aver reperito l'esplosivo che sventrò l'autostrada per Palermo e inaugurerà la stagione stragista ed eversiva di Cosa Nostra: Salvatore Madonia, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello.

Una sentenza attesa da molto tempo che aggiunge un tassello importante sulla ricostruzione storica e giuridica dell’Attentatuni, ma non è ancora terminato il puzzle. Restano ancora disattese grandi domande sui mandanti esterni, ad esempio, e sulle cointeressenze che si sono celate dietro alla strage. Sul punto, alla luce della sentenza di Cassazione, proponiamo un’intervista fatta al procuratore aggiunto di Firenze Luca Tescaroli - che tra le altre cose si occupò dei primi processi sulla strage - in occasione del convegno organizzato lo scorso 23 maggio a Palermo: “Falcone e Borsellino: Uccisi, Traditi, Dimenticati”.

Nelle indagini - ha detto Tescaroli - sono emersi elementi che hanno indotto a ipotizzare che potesse esserci stata una convergenza di interessi da parte di soggetti esterni all’organizzazione e che hanno agito unitamente a Cosa Nostra nell’attuazione della strage di Capaci”. Il procuratore ha poi suggerito di analizzare “le indicazioni fornite da collaboratori di giustizia come Francesco Di Carlo il quale riferì di determinati incontri avvenuti all’interno del carcere di Full Sutton in Inghilterra ai quali partecipò lo stesso Di Carlo e alcuni esponenti dei servizi segreti, i quali erano interessati ad uccidere Giovanni Falcone e in questo scambio dialettico egli fornì il nome di Antonino Gioè, esponente del mandamento di San Giuseppe Jato, uno dei principali protagonisti alle attività preparatorie ed esecutive nello svolgimento dell’attentato di Capaci che morì in circostanze non del tutto chiarite il 29 luglio 1993 nel carcere di Rebibbia all’indomani degli attentati commessi a Roma e Milano”.

Altra vicenda da approfondire è il fallito attentato all’Addaura, “uno degli eventi più inquietante che hanno caratterizzato la storia di Cosa nostra”, perché accompagnato da una “strategia destabilizzante”: “Prima si è assistito ad un’opera raffinata di intossicazione dell’informazione che si è concretizzata nella diffusione delle lettere del Corvo con cui si accusava Falcone ed altri esponenti delle istituzioni di usare Salvatore Contorno come killer di Stato per stanare i cortonesi; - ha proseguito Tescaroli - poi con la diffusione della falsa notizia della presenza a Palermo di Tommaso Buscetta e i suoi incontri con il barone Antonino d’Onufrio. Una condotta che coniugata con l’attentato programmato il 20 giugno 1989 avrebbe comportato come conseguenza quella del raffreddamento del sistema antimafia con le sue proiezioni internazionali. Così facendo si minava anche la credibilità e l’attendibilità dei due collaboratori di giustizia, essenziali per il Maxiprocesso”.

Finora - ha concluso il procuratore - abbiamo ottenuto risultati importanti ma ancora bisogna indagare per vedere se ci sono anche altre responsabilità” oltre a quelle già accertate. “Perché fino a quando non ci sarà una verità completa non potremmo dire che ci sarà giustizia”.

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