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Il procuratore di Catanzaro ospite a 'DiMartedì' su La7

I vantaggi che la guerra in Ucraina porterà alle mafie, la situazione all'interno delle carceri, riforme dannose alla giustizia e, soprattutto, l'assenza dell'impegno da parte del Governo nella lotta alla mafia. Sono questi alcuni degli argomenti trattati ieri dal procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri durate la trasmissione 'DiMartedì' condotta da Giovanni Floris.
Le mafie, pronte ad approfittare del pacchetto finanziario del Pnrr, "e di impossessarsi di queste somme" di denaro, stanno anche cercando di recuperare armi provenienti dal conflitto in Ucraina tramite il mercato nero. Per Gratteri si tratta di "problema per la sicurezza dell'Europa" poiché "sicuramente alla fine di questa guerra ci saranno nel mercato nero tante armi molto più pesanti molto più pericolose rispetto a quelle" usate "nella ex Jugoslavia".
Ma questi problemi non sono che la punta dell'iceberg. Le mafie, ha spiegato il magistrato sono "insediate e radicate oggi nelle zone ricche dove c'è da investire", sono ormai dentro i circuiti dell'economia e della politica: "votano e fanno votare" ha detto il procuratore di Catanzaro sottolineando che "la più alta densità di mafia al nord è in Lombardia" mentre "in Europa la più alta densità mafiosa è in Germania", cioè proprio in quelle zone "dove c'è ricchezza ma soprattutto dove non c'è una legislazione che limiti quanto meno il contante. In Germania", ha detto, "si può pagare con 10 - 20 - 50 mila euro in contanti e nessuno ti chiederà dove quei soldi sono stati presi".
Il grande assente rimane sempre l'esecutivo e una certa parte della politica. D'altronde c’era da aspettarselo da un governo di larghe intese come questo, partito con il piede sbagliato.
Non dimentichiamo, infatti, già dal discorso di insediamento del neopremier Mario Draghi che la grande assente è stata la parola “mafia”. E sul punto è tornato anche Nicola Gratteri: in materia di giustizia “tutto ciò che è stato fatto da questo Governo danneggia nella parte finale i cittadini”. Ha fatto delle "riforme che non servono a nulla per velocizzare i processi o per dare risposte alla gente che ha fame e sete di giustizia" ha detto il magistrato.
La riforma dell'ordinamento giudiziario "è un disastro" ha sottolineato, argomentando il tema della valutazione dei magistrati da parte degli avvocati: "L'avvocato del consiglio degli avvocati deve dare una valutazione sul mio operato, non è una cosa che mi riguarda perché ormai sono alla settima valutazione non devo essere più valutato, però lei immagini che un avvocato viene nel mio ufficio" avanzando "un'istanza di dissequestro di un supermercato di 5 milioni di euro. Io gli metto un parere contrario. Quale serenità avrà quest'avvocato, se poi dopo una settimana deve valutare" il mio operato?
Altro punto critico delle riforme in tema di giustizia è 'l'improcedibilità', cioè il vincolo temporale che 'cancella' il processo qualora non si riesca a portarlo a termine in periodo determinato di tempo: 2 anni in appello e uno in Cassazione.

Le carceri sono comandate dalle mafie
E se l'aspetto normativo è un disastro, quello delle carceri non è da meno: Gratteri ha ricordato che il giorno prima dell'anniversario della Strage di Capaci era uscita una notizia su Dagospia in cui si riportava che erano stati "28,6 milioni di euro per costruire le case dell'amore all'interno delle carceri. Cioè un detenuto alta sicurezza può stare con sua moglie o con la fidanzata, con l'amante per 24 ore ogni 30 giorni". "Io penso - ha detto il magistrato - che questi 28 milioni di euro potrebbero essere spesi per" sopperire ad altre emergenze: "Mancano 18 mila uomini della polizia penitenziaria", ha detto, questo vuole dire che "le carceri non sono controllate da nessuno". "Ci sono carceri dov'è il piano terra, il primo e il secondo", rispettivamente piano comune, media sicurezza e alta sicurezza, "comunicano tra di loro. E quindi vuol dire che in questo momento le carceri sono comandate dalle mafie".
"Io con quei 28 milioni di euro" avrei "dato soldi alle comunità terapeutiche per togliere dal carcere tutti i detenuti tossicodipendenti che hanno commesso reati per comprarsi la droga". Oppure "avrei fatto uscire dal carcere tutti i pazzi che sono detenuti" facendo “costruire le 'Rems' che sono delle strutture" di cura.





Draghi e la parola ‘Mafia’
Dopo aver ascoltato la frase infelice di Floris "lei parla proprio come un politico", la puntata è proseguita con l'analisi dell'operato del governo Draghi: "Il presidente Draghi dal giorno in cui si è insediato" fino "al giorno prima che andasse a Milano, alla dodicesima presentazione dei 30 anni della Dia, quindi per un anno e due mesi, lui non ha pronunciato un discorso, o una frase sul contrasto alle mafie". Si era limitato a leggere un pezzo "di relazione su cos'era la mafia oggi in Lombardia", ma "noi non volevamo questo" dal presidente del Consiglio, volevamo che "lui ci dicesse cosa intende fare" dal punto di vista "normativo per contrastare le mafie e per contrastare anche un cancello abusivo".
Perché Draghi non pone l'attenzione al tema della mafia? È stato domandato a Gratteri. "Perché lui è un economista", ha riposto, sottolineando che nel calcolo del Pil vengono anche integrati i guadagni delle mafie.
Il conduttore Floris ha riposto laconicamente a questa affermazione dicendo che si tratta di "problema internazionale". "È una unità di misura (il Pil n.d.r) che comprende anche il nero" ha aggiunto. Peccato che le mafie abbiano un giro di affari annuo dal valore stimato di oltre 220 miliardi di euro che comprende traffico di esseri umani, di droga, di armi, prostituzione, appalti truccati, corruzione ecc...
Il focus della discussione si è poi spostato sul fronte interno: la grande crisi interna che sta vivendo la magistratura. "La magistratura aveva l'opportunità - ha detto Gratteri - dopo il caso Palamara, per sintetizzare, di riformarsi e secondo me è stato un errore non sciogliere il CSM e andare a nuove elezioni. Secondo me bisognava dare segnali forti di cambiamento e la magistratura, intesa come le correnti, si sono auto conservate, non hanno voluto discutere nel loro interno e proporre un progetto credibile alla politica".
Infine Gratteri ha dovuto, ancora una volta, spiegare la falsità della notizia contenuta nell'articolo del giornale 'Domani' che bollava Nicola Gratteri come 'l'arma segreta' Giorgia Meloni. Gratteri ha detto di aver già risposto nel merito durante la puntata di 'Piazza Pulita': "Io non ho assolutamente incontrato la Meloni" e "il segretario del PD Letta", come poi "è stato scritto falsamente sul giornale 'Libero'". In quei giorni "io mi trovavo ad Ancona dove ho ricevuto un master di secondo livello più la cittadinanza onoraria e il giorno dopo una laurea ad honoris causa all'Università di Urbino e il giorno dopo ero all'università di Chieti".

Lectio magistralis: Storia segreta della ‘Ndrangheta
All'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo il procuratore di Catanzaro ha parlato ai giovani con "il loro linguaggio" della storia della mafia Calabrese e della sua evoluzione nel corso degli anni. Perché in Europa i ladri di polli, "a un certo punto in Italia a metà dell'Ottocento o subito dopo l'Unità d'Italia, sono diventati mafie, e in Europa sono rimasti ladri di polli?" ha chiesto Gratteri.
"Abbiamo visto una sorta di studio, di osservazione, da parte dei criminali comuni nei confronti dei detenuti politici" e questi criminali ad un certo punto "hanno incominciato a crearsi delle leggende, a crearsi delle filastrocche per darsi un senso di nobiltà, di appartenenza, e vediamo una sorta di copiatura". Poi dopo l'Unità d'Italia hanno incominciato a verificarsi degli eventi importanti, come le elezioni comunali Reggio Calabria del 1869: "Una lista era appoggiata dall'aristocrazia, che era appoggiata dai latifondisti e dall'alta borghesia. Un'altra lista era appoggiata dalla Chiesa e dai Borboni”.
“Cosa fa la borghesia? Cosa fanno i latifondisti? Assoldano dei picciotti per picchiare e vessare non solo i candidati appoggiati dalla Chiesa e dai Borboni ma anche gli elettori, anche l'elettorato attivo. Anche il questore dell'epoca si presta a questo inquinamento del voto facendo carcerazioni preventive
".
Tra i picciotti assoldati c'era anche Francesco de Stefano, l'avo degli attuali De Stefano che ora controllano metà della città di Reggio Calabria e un quarto di Milano.
Gratteri ha spiegato che nel momento in cui i latifondisti si sono rivolti alla ai picciotti anziché ai Reali Carabinieri hanno finito col legittimare questa organizzazione che, a quel punto "si arricchisce prestando soldi a usura e incomincia" a confrontarsi sempre di più con "la classe dirigente".
Il magistrato ha poi spiegato la struttura della 'Ndrangheta, illustrando anche le 'doti' e i riti di affiliazione.
Ma è intorno agli anni '70, come spiegato da Gratteri, che la 'Ndrangheta aveva compiuto la sua vera rivoluzione: la creazione della "Santa", cioè una 'dote' che permette ad "uno ndranghetista di entrare in logge massoniche deviate". Questo cosa vuol dire? Che il 'santista' potrà avere "rapporti con le forze dell'ordine" e con i cosiddetti 'incappucciati", cioè soggetti la cui identità era nota solo "al gran maestro di quel Tempio".
"Allora noi già nel '70 abbiamo una 'Ndrangheta che interagisce col potere reale quindi non più decide chi deve vincere l'appalto ma cambia la prospettiva". Si siede direttamente "nella stanza dei bottoni" per "decidere chi e se l'opera deve essere costruita o meno".
I suoi agganci politici e istituzionali uniti al suo enorme potere economico e alla sua unitarietà, dimostrata solo con estremo ritardo nel 2010 con la sentenza di Cassazione dell'operazione 'Crimine', fa della 'Ndrangheta una delle mafie più potenti al mondo, in grado di orientare anche le scelte e il destino di un Paese. Tale concetto, purtroppo, ancora oggi sfugge ai banchieri prestati alla politica.

Ascolta l'intervento di Nicola Gratteri a DiMartedì da 1 ora e 1 minuto

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