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shireen abu akleh vid insta


È trascorsa una settimana da quando Shireen Abu Akleh, nota giornalista palestinese di Al Jazeera, è stata uccisa dalle forze di occupazione sioniste mentre documentava - assieme ai suoi colleghi - alcune irruzioni dell'esercito nel campo profughi di Jenin, nella Palestina occupata.

Solo ora, però, la sua tragedia è finalmente conclusa. Il calvario che si è verificato dopo la sua uccisione, infatti, è di una gravità inaudita: sistematici attentati alla memoria, alla dignità e alla spiritualità di un popolo (quello palestinese) perpetrati con arroganza, prepotenza e disumanità dalle forze di occupazione sioniste. Un “modus operandi” per cui lo Stato di Israele, prima o poi, dovrà rispondere dinnanzi alle corti internazionali per i diritti dell’uomo.

La voce dei palestinesi
Shireen era palestinese, nata a Gerusalemme, dove viveva (oltre che a Ramallah), era cristiana ed era nota per i suoi reportage televisivi. Ha vissuto un lungo periodo negli Stati Uniti dove aveva ottenuto la cittadinanza americana per via di una parte della famiglia materna residente in New Jersey.


shireen abu akleh c alisdare hickson

© Alisdare Hickson


Aveva 51 anni ed era un volto molto conosciuto del giornalismo televisivo in Medio Oriente in quanto corrispondente dalla Palestina per Al Jazeera da 25 anni. Ha sempre raccontato l’occupazione israeliana e le rivolte palestinesi fin dalla seconda intifada, iniziata nel 2000.

La più importante giornalista palestinese”, l’ha definita l’ambasciatore dell’Autorità palestinese nel Regno Unito, Husam Zomlot. “Una leggenda del giornalismo”, per la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki. Shireen Abu Akleh era un’icona a cui ispirarsi per il suo percorso professionale. Una donna, prima ancora che giornalista, che da sempre si è battuta con coraggio e dedizione per dare voce al popolo palestinese: anche dopo la morte.

Una tragica mattina
Lo scorso 11 maggio Shireen si trovava nel campo profughi di Jenin quando, alle prime luci del giorno, è stata uccisa da un cecchino con un colpo mirato intenzionalmente al collo. Indossava l’elmetto e il giubbotto antiproiettile con la scritta "Press" - necessaria a identificare la Stampa nei teatri di guerra -, ma non sono bastati a proteggerla, perché il vero bersaglio era proprio quella scritta.

Shireen, Shireen, Shireen! Portiamola via, portiamola via!”, urlava un giovane che ha assistito all’esecuzione.


abu akleh vid assassinio


Nel frattempo, altri proiettili venivano esplosi lungo il vicolo stretto dove si trovava il corpo esanime della giornalista. Una “red line”. Una linea di demarcazione impossibile da oltrepassare: non da vivi.

Nello stesso frangente le forze di occupazione hanno ferito anche il collega Ali Smoudi, colpendolo alla schiena - poi portato in condizioni molto gravi in ospedale -, e hanno continuato a sparare contro i giornalisti e i soccorritori che impavidamente hanno tentato di recuperare il corpo di Shireen, ormai deceduta.

L’insurrezione nel campo profughi di Jenin era stata annunciata dall’esercito israeliano. L’obiettivo era arrestare “sospetti terroristi” accusati di aver preso parte ad alcuni recenti attacchi contro Israele. Al Samoudi, il collega di Abu Akleh colpito alla schiena ha raccontato: “Stavamo andando a riprendere l’operazione militare israeliana quando improvvisamente siamo stati colpiti senza che ci venisse chiesto di smettere di riprendere. Il primo proiettile ha preso me, il secondo Shireen”. E ancora: “In quella situazione non c’era resistenza militare palestinese”.

Diversa è stata la versione del governo israeliano che ha riferito immediatamente di non riuscire ad accertare come siano andati i fatti ritenendo però che, al contrario dei soldati israeliani, i palestinesi abbiano sparato in modo incontrollato e che quindi sia probabile che i due giornalisti siano stati colpiti da loro. L’esercito, inoltre, ha pubblicato su Twitter un video che mostra un uomo palestinese sparare in un vicolo nel campo di Jenin, ma una dettagliata indagine dell’ong israeliana per i diritti dei palestinesi B’Tselem ha verificato che il luogo dove questo è avvenuto è diverso e piuttosto lontano dal punto in cui è stata colpita Abu Akleh.


resistenza palestinese vid


Non appena i soccorsi sono riusciti a recuperare il corpo di Shireen - sotto i proiettili -, l’hanno caricata su un suv e portata in ospedale dove però, era arrivata senza vita.

L’orrore dell’oppressione: vilipendio della memoria
La carica dei soldati israeliani contro la bara di Shireen Abu Akleh è un’immagine ormai scolpita nelle menti del mondo intero. Un’immagine che ha mostrato il vero volto di Israele, il suo modello di “democrazia” e la sua sensibilità nei confronti dei diritti umani. C’era tensione nell’aria il giorno dei funerali di Shireen. Furono decine di migliaia le adesioni stimate alle sue esequie a Gerusalemme, nelle quali si sarebbe realizzato anche un corteo dal quartiere di Beit Hanina al cimitero cristiano del monte Sion. Ma alla polizia israeliana questo non piaceva perciò ha imposto “misure di prevenzione” assurde, come ad esempio il divieto di utilizzare bandiere palestinesi. Ed ecco che esce la bara dall'ospedale. La folla brandisce bandiere palestinesi. Iniziano piccoli scontri. I soldati saccheggiano con violenza le persone che tengono in mano le bandiere. Non ne vogliono lasciare nemmeno una. Poi un’agente dell’Idf rompe le righe e inizia a manganellare deliberatamente un manifestante. Scoppia l’inferno.

Inizia una vera e propria flagellazione condotta da oltre 100 agenti di polizia contro una folla inerme e in lutto. L’aggressione delle forze di occupazione sioniste si fa sempre più aspra e forte. Sempre più crudele, sanguinosa.

L’Idf inizia a manganellare e sparare bombe stordenti in mezzo alla folla, fa irruzione dentro l’ospedale e, non curante della bara issata sulle spalle di alcuni civili, manganella quest’ultimi alle gambe, ai costati, in testa e alla schiena fino a farli cedere, con l’obiettivo chiaro di far cadere la bara di Shireen. Un insulto alla memoria e al culto religioso (cattolico). Sì, perché il vero nemico da uccidere non era Shireen ma il simbolo che essa rappresenta, era la bandiera palestinese e il senso di appartenenza di un popolo in lutto. Israele con quella barbarie ha tentato di cancellare le origini e l’identità di una comunità, ottenendo l’effetto opposto. La risposta a quella violenza e disumanità, infatti, è stato lo spirito collettivo. Un fiume di gente - oltre 100mila persone - che in corteo sono poi giunte dopo le onoranze funebri alle porte di Gerusalemme. Un segnale chiaro contro l’arroganza del potere sionista: “Noi siamo la Palestina, questa è casa nostra. Shireen è una nostra martire”.


shireen abu akleh feretro vid


Le tante parole della comunità internazionale. E i fatti?
La barbarie compiuta dallo Stato “democratico” di Israele ha suscitato forte scandalo agli occhi della comunità internazionale. "Le autorità israeliane devono porre fine alle uccisioni illegali, ai ferimenti gravi e alle punizioni collettive nei confronti dei palestinesi, molti dei quali minorenni - ha dichiarato Amnesty International dopo l’assassinio della giornalista -. In alcuni casi le uccisioni sono avvenute con modalità equivalenti a esecuzioni extragiudiziali, che sono un crimine di diritto internazionale". “Un affronto alla libertà dei media nel mondo intero’’, ha twittato il portavoce del Dipartimento di Stato americano Ned Price. L’Ue, dal canto suo, tramite l'Alto rappresentante della politica estera si è detta “sconvolta dalle scene che si sono svolte durante il corteo funebre della giornalista americano-palestinese Shireen Abu Akleh nella Gerusalemme Est occupata: l'Ue condanna l'uso sproporzionato della forza e il comportamento irrispettoso della polizia israeliana nei confronti dei partecipanti al corteo funebre”. Persino l’Onu e il Vaticano si sono espressi sulla vicenda. Il primo, condannando fermamente l’omicidio della giornalista; il secondo - tramite l'incaricato di affari della Delegazione apostolica in Terra Santa, padre Thomas Grysa - definendo quanto avvenuto come “un episodio che costituisce un momento di tensione fra Israele e Santa Sede, anche se non è il primo” (accusando inoltre la polizia israeliana di aver “violato in maniera molto brutale" il diritto "alla libertà religiosa" della Chiesa durante i funerali della reporter: diritto "incluso nell'accordo fondamentale tra Israele e Santa Sede”). Tante belle parole che ad una settimana dall’uccisione della reporter di Al Jazeera restano tali: belle parole.

La comunità internazionale deve agire, processando e condannando Israele per i suoi crimini. Fino a quando ciò non accadrà ogni sua affermazione rientrerà nella fastidiosa e indegna ipocrisia dell’Occidente che è parte integrante dello scenario in cui si consuma - da 74 anni - la tragedia del popolo palestinese.


shireen abu akleh 2 c alisdare hickson

© Alisdare Hickson


Il punto di partenza deve essere la rimozione del riconoscimento della democraticità di Israele a causa del sistematico sterminio quotidiano dei palestinesi: un genocidio a piccole dosi. Inoltre, la comunità internazionale deve riconoscere - nei fatti - l’esistenza indisturbata di un regime autorevolmente definito razzista e di apartheid, in quanto esclude da ogni diritto, anche quello fondamentale alla vita, buona parte della popolazione che vive sotto di esso. Non può definirsi democratico un governo che esclude da ogni partecipazione democratica milioni di persone e le assoggetta a un’esistenza priva di ogni diritto politico, civile, economico, sociale o culturale. Non può ritenersi democratico un Paese che priva il diritto di morire in pace.

Ecco, la comunità internazionale deve accettare, una volta per tutte, che un Paese con questo curriculum criminale altro non è che una nazione fascista. E in quanto tale va trattata. Altrimenti saremo ancora una volta infastiditi e offesi dal frastuono dei megafoni della retorica.

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