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65 navi a largo dell’Isola mentre una nave russa attraversa il canale di Sicilia

Pochi giorni fa le Capitanerie di Porto di Cagliari e Oristano hanno disposto l’interdizione di 17 aree marittime con “decorrenza immediata”. Stava per avere inizio l’operazione Mare Aperto 2022, una vasta esercitazione che si terrà fino al 27 maggio nelle coste della Sardegna e che vede coinvolti circa 4.000 uomini appartenenti a 7 nazioni della NATO e oltre 65 tra navi, sommergibili, velivoli, elicotteri, reparti della componente anfibia con mezzi da sbarco e veicoli d'assalto, e distaccamenti di forze speciali.

Le attività sono dirette dal Comando in Capo della Squadra Navale imbarcato su Nave Cavour e si concentrano nel “dominio marittimo, i cui connotati si sviluppano anche nei contesti aereo e terrestre, e in quelli innovativi dello spazio e della cyber-security, simulando scenari ad alta intensità e in veloce mutamento attraverso cui verificare le capacità di intervento in svariate aree, dalla prevenzione e il contrasto di traffici illeciti, alla lotta contro minacce convenzionali e asimmetriche, secondo uno scenario realistico con approccio centrato sul concetto di Multi-Domain Operations (MDO) ed esplorando nuove combinazioni di impiego delle forze assegnate”, ha dichiarato il ministero della Difesa in un comunicato.

Nonostante si tratti di un’esercitazione annuale, nel contesto della profonda crisi tra Russia e Nato, acuita dal conflitto ucraino, questa esercitazione rischia di destabilizzare ancor di più un contesto geopolitico che il giornalista Giulietto Chiesa senza essere smentito, avrebbe definito “nuovo disordine mondiale”.
Le reazioni non sembra si siano fatte attendere: poche ore fa nel canale di Sicilia è stata fotografata dai satelliti una nave spia russa, la Vasiliy Tatishchev, lunga 95 metri, con 150 persone a bordo, tra cui numerosi membri dell’intelligence con il compito di tracciare le trasmissioni radar dei sistemi radio avversari.

La “Tatishchev” è armata inoltre con due cannoncini a canne rotanti e due lanciatori per missili contraerei.
Nelle scorse settimane una segnalazione analoga aveva invece rivelato la presenza di un sottomarino nucleare russo d’attacco classe Akula, dalla lunghezza di 110 metri, che starebbe ancora viaggiando nel Mediterraneo, con un carico di missili cruise privi fortunatamente di testata atomica.
Mentre il nostro governo si appresta a firmare il terzo decreto di forniture militari all’Ucraina non manca anche di avallare manovre potenzialmente destabilizzanti ed ostili nei nostri mari.

Un assalto alle nostre coste che muove guerra anche contro l’ambiente, nonostante i danni causati periodicamente dalle esercitazioni militari.
Le indagini del magistrato Domenico Fiordalisi avevano già accertato lo smaltimento illegale di materiale radioattivo all’interno dei poligoni militari.
In particolare nel poligono di Teulada, nato in piena guerra nel 1956 e diventato con un recente investimento di 70 miliardi il maggior centro europeo d’addestramento ad alta tecnologia, il Cisam Centro interforze studi per le applicazioni militari rilevava la “presenza di contaminazione radioattiva in alcune aree in passato utilizzate come zone arrivo colpi per le esercitazioni a fuoco con il missile Milan”.

Questi sistemi d’arma, oltre all’uranio impoverito, contengono lunette di torio, usate come radiotraccianti, le quali sono cancerogene se disperse nell’ambiente. E si tratterebbe solo della punta dell’iceberg, secondo il dirigente dell’Arpas Massimo Cappai nella cosiddetta “zona Delta” del poligono, bonificare sarebbe “pericoloso e antieconomico”.
Nel campo, oltre ai resti dei missili Milan, vi sarebbero infatti diverse bombe d’aereo lunghe quasi due metri, missili Tow, una bomba degli anni 50’ inesplosa dal peso di circa 400 kg e vari oggetti radioattivi dispersi nel terreno. In totale nel solo periodo compreso tra il 2008 e il 2016 sono stati sparati nell’area ben 860mila colpi, di cui 11.875 missili: una quantità corrispondente a 556 tonnellate di materiale bellico altamente tossico.
Ora con l’allargamento delle aree coinvolte, il rischio di dover affrontare ulteriori danni per la salute e per l’ambiente oltre che per la diplomazia internazionale, non può far altro che aumentare.

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