L'ex pm: "Mi vengono negati gli atti per presentare un eventuale ricorso. Credono che la mafia si fermi allo stretto di Messina?"

Ci risiamo. Ancora una volta Antonio Ingroia, ex pm ed oggi avvocato, si trova a dover fare i conti con il Viminale per difendere la propria sicurezza. La notizia della scorta "valida" solo per la Sicilia era dei mesi scorsi, la cosa grave è che il Ministero abbia deciso di negare l'accesso agli atti all'ex magistrato che ha indagato sul processo Stato-mafia e Dell'Utri.
"E' un paradosso a cui non riesco a dare una motivazione. Mi viene negata la possibilità di accedere agli atti per valutare un possibile ricorso al Tar per una situazione che è a mio avviso assurda - ci ha detto lo stesso Ingroia - Ho chiesto copia del provvedimento con cui è stata presa questa decisione. Ad oggi ho solo la comunicazione di cinque righe della Prefettura di Roma in cui si dice che l'Ucis (organo preposto a valutare i rischi cui ogni cittadino è esposto) ha preso questa decisione. Ma io ho il diritto di sapere quelle che sono state le valutazioni svolte sulla mia sicurezza. Conoscere i pareri che sono stati espressi dalle forze di polizia o di chi è preposto alla valutazione sulla sicurezza. Il Ministero ha risposto alla mia richiesta richiamando una normativa in cui si prevede il divieto di accesso su atti sensibili relativi alla sicurezza. Ma parliamo della mia sicurezza. Ed è assurdo che non posso essere informato".
In questa vicenda vi è anche il paradosso di un Viminale già in passato "bocciato" da Tar e Consiglio di Stato.
"La decisione appare illogica ed incoerente - aggiunge Ingroia - Se non corro rischi non ha senso che la scorta viene mantenuta in Sicilia. Dire che fuori dall'Isola non è necessaria è qualcosa di anacronistico rispetto alla realtà dei Sistemi criminali. Devo dedurre che al Ministero non sanno cosa sia la mafia? Eppure ci sono funzionari al Ministero degli Interni che la mafia la conoscono perché si sono occupati di attività investigative. Non possono non sapere che la mafia, Cosa nostra, non si ferma allo stretto di Messina. Era un anacronismo trent'anni fa, ancor più oggi in cui è accertato che la mafia è diffusa in tutto il territorio e collegata in un unico sistema criminale integrato".


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Due anni fa quando il Tar del Lazio intervenne sulla questione della scorta, nelle motivazioni per il ripristino della scorta aveva colto un punto fondamentale, forse sfuggito alla ministra Luciana Lamorgese: ossia che il boss Giuseppe Graviano, amico stretto del superlatitante Matteo Messina Denaro, aveva mandato messaggi velati durante il processo 'Ndrangheta Stragista, dove Ingroia è avvocato di parte civile come difensore delle famiglie dei carabinieri uccisi nel gennaio 1994, Antonino Fava e Vincenzo Garofalo: "Non parlo - aveva detto Graviano in aula - prima voglio la verità sulla morte di mio padre. Il processo di mio papà per quasi 38 anni ha soggiornato in un cassetto, dal 1982 al 2019. È sufficiente aprire quel cassetto... Il dottor Lombardo mi ha detto che farà accertamenti, io mi fido solo del dottor Lombardo”. L'episodio in questione sottinteso dall'ex boss è l’omicidio del padre, Michele Graviano, ucciso nel gennaio 1982. “In procura troverete tutto se in questi 38 anni qualche procuratore non ha esercitato la professione con tutti i crismi. C’è qualche magistrato che non ha fatto bene il suo lavoro... Non continuate a fare domande a me, io risponderò solo dopo che avrò le risposte. Prima voglio i responsabili della morte di mio padre. C’è qualche giudice di Palermo che è stato fatto eroe, anche se è un vostro collega mi spiace dirlo, ma sapete che la storia ci insegna che a volte le medaglie al valore vengono anche tolte...”.

Dalla revisione alla rimozione della normativa antimafia
"A trent'anni dalle stragi - prosegue Ingroia - c'è una situazione sul fronte della lotta alla mafia che sta andando in peggio. Se prima c'era un'aria di revisionismo ora si sta andando al di là: siamo alla letterale rimozione dei paletti e dei pilastri fondanti della strumentazione antimafia. Sta accadendo questo con la questione dell'ergastolo ostativo.
Ma anche nelle valutazioni e nelle analisi che vengono fatte su cosa è oggi la mafia. Siamo tornati ad una mafia confinata alla Sicilia e non pericolosa all'esterno. Come se non esistessero le altre mafie e che le stesse non siano collegate tra loro. E se pensiamo che in questo tempo si sta anche mortificando chi ha cercato di seguire le orme di Falcone e Borsellino con le proprie indagini, penso alla vicenda Gratteri e non solo a questa situazione che mi riguarda, l'amarezza è davvero grande. Perché questo Stato dimentica ciò che è avvenuto". E l'anniversario della strage di Capaci è sempre più vicino.

Foto © Imagoeconomica

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