In conferenza stampa a Palermo, il segretario del PD esclude dal dibattito le politiche di contrasto al fenomeno mafioso

Ucraina e PNRR, decentramento e partecipazione politica, diritti e diseguaglianze.
E la lotta alla mafia? No comment.
Potremmo riassumere con queste due righe quanto ha dichiarato il segretario del PD Enrico Letta durante la conferenza stampa svoltasi ieri pomeriggio nella sede palermitana del partito per sostenere il candidato sindaco Franco Miceli.
Al segretario del PD abbiamo chiesto se “quella di Miceli sarà una lista antimafia” e, alla luce delle commemorazioni di mafia che l’Italia si presta a celebrare (prima su tutte quella del sindacalista Pio La Torre in cui oggi ricorre il 40° anniversario), “come si possa accettare un compromesso morale stando al governo con partiti che hanno finanziato la mafia e sono stati votati dalla stessa”. Non nutrivamo molte speranze nell’esito delle risposte. E, infatti, ancora una volta la retorica ha avuto la meglio e Letta invece di rispondere nel merito ha preferito prestarsi ad una propaganda sempre più sterile.


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Giunto a Palermo per lanciare il messaggio di un Partito Democratico che “vuole dare al Paese voglia e forza di guardare avanti” e per affermare che “la Sicilia oggi è una terra che può guardare avanti grazie al sacrificio di persone che hanno dato la loro vita, a partire da Piersanti Mattarella, Pio La Torre e i giudici Falcone e Borsellino”, Letta ha poi voluto sottolineare come non vi è “compromesso morale” nel governo delle larghe intese perché l’Italia sta vivendo una situazione di “emergenza straordinaria”. “Non ci sarebbe altro motivo e nessun’altra possibilità per noi di collaborare in una maggioranza così originale, inusuale e unica - ha continuato il segretario del PD -. Oggi avviene questo esclusivamente per la situazione drammatica che vive il Paese. Il nostro è un Parlamento nel quale non sono possibili altre maggioranze se non una di larghe intese attorno ad un governo come quello di Mario Draghi, il quale sosteniamo”.
Come già fatto a Napoli con l’ex premier Giuseppe Conte in occasione della XXVII Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, anche in questo caso corre l’obbligo di smontare punto per punto questa pericolosa tendenza al libertinismo in nome dell’“emergenza nazionale senza precedenti”. Ammesso e non concesso che il governo attuale sia nato solo sull'onda della crisi pandemica, non è scritto da nessuna parte che ci sia l'obbligo di sedere allo stesso tavolo con quei partiti fondati da un uomo della mafia come Marcello Dell'Utri (condannato definitivo per concorso esterno in associazione mafiosa) e da Silvio Berlusconi, pregiudicato, la cui azienda (Fininvest) “ha finanziato Cosa Nostra”, come stabilito dalla Corte di Cassazione.


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Dovremmo dedurre, dunque, che per Enrico Letta in tempo di crisi chiedere aiuto ad un partito fondato da un uomo della mafia sia lecito? Paolo Borsellino nel suo ultimo discorso pubblico tenuto a Casa Professa, a Palermo, solerte invitava i presenti - in primis la Politica - a fare dell’antimafia “un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.
Ci chiediamo dunque: con che coraggio Enrico Letta, avendo ammesso di aver accettato quel compromesso morale, si recherà oggi alla commemorazione di Pio La Torre e prossimamente a quella di Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino? Con quale faccia Enrico Letta si reca e si recherà a Palermo per fare memoria di chi è stato vittima della mafia (e dello Stato-mafia) quando la lotta alla criminalità organizzata è da sempre rilegata all’ultimo posto dell’agenda politica di ogni partito (PD incluso). Con quanta ipocrisia affiancherà i familiari delle vittime innocenti di mafia che da decenni da sole stanno portando il peso della memoria sulle loro spalle dinnanzi ad uno Stato che spesso si dimostra connivente alle mafie?
Non vi è dubbio che il Covid e il conflitto in Ucraina sono temi rilevanti. Ma non dobbiamo dimenticare che in Italia la prima pandemia è quella mafiosa e che non siamo in guerra perché Putin ha invaso l’Ucraina, ma perché da 150 anni viviamo soggiogati dal cancro mafioso che nel tempo ha strozzato sempre di più la politica e l’economia del Paese adottando, quando necessario, la strategia del terrore a suon di stragi e delitti eccellenti. Non possiamo inoltre dimenticare che i 150 miliardi di euro l'anno (stimati per difetto) di provenienza illecita delle criminalità organizzate minano il nostro sistema produttivo e politico.


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A trent'anni delle stragi, con le troppe verità negate, una riforma della giustizia che mina la celebrazione del processo, la legislazione antimafia in pericolo di balcanizzazione e un super boss di Cosa nostra latitante come Matteo Messina Denaro latitante da 29 anni, ecco alla luce di tutto ciò sentir dire da Letta che l’impegno del PD sul tema mafia sarà “senza nessuna defezione” stride molto di retorica.
La lotta alla mafia non può essere utilizzata come tappeto rosso sopra la quale fare passerelle politiche “in pompa magna”, ma uno strumento con cui mantenere viva la memoria di chi si è immolato per salvaguardare la democrazia del Paese dalle grinfie del crimine organizzato.
Per questo non dimentichiamo. E per questo domandiamo ancora una volta: “Enrico Letta, e la lotta alla mafia?”.

Foto © Davide de Bari

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