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In Corte d'Assise anche le deposizioni di Garajo e Pulvirenti

“Non so”, “non ricordo”, “come faccio a ricordare?”. E' quasi un mantra quello “recitato” da Ignazio Guiglia, ex poliziotto del gruppo antirapine della Mobile di Palermo, che assieme a Guido Paolilli e l'ispettore Di Bella si occupò della famosa perquisizione in casa Agostino nei giorni immediatamente successivi alla morte del poliziotto, Nino, e della moglie Ida Castelluccio.
A poco sono valsi i richiami da parte del presidente della Corte d'Assise Sergio Gulotta ricordando che “la legge punisce i testimoni falsi e reticenti”.
E non sono state neanche poche le contestazioni da parte del sostituto procuratore generale Umberto De Giglio (presente in aula assieme a Nico Gozzo) rispetto a sue precedenti dichiarazioni. Dichiarazioni che venivano confermate sempre con una percentuale di incertezza (“è possibile”, “molto probabilmente potrebbe essere così”, e così via).
Nel 2008 il teste disse di aver “affiancato” Paolilli nella sua attività a Palermo, dopo l'omicidio, oggi ha detto di riferirsi “molto probabilmente, al discorso che dopo 10-11 giorni, attorno alle 14, il dottor La Barbera mi disse di farmi trovare la sera alla Mobile perché c'era una perquisizione da fare. E lì mi dissero che c'era da andare a casa di Nino Agostino”.
Una perquisizione tanto importante, perché è in quell'occasione che furono trovati dei fogli scritti a mano da Agostino, quanto anomala nel momento in cui non fu fatto il verbale di perquisizione.
“Trovammo nel ripostiglio dei fogli scritti a penna, una decina, dove praticamente, leggendo in maniera rapida, mi sembrò di aver trovato la risoluzione del problema - ha detto il teste - Chiamai subito Di Bella. Cosa c'era scritto? Io ricordo solo che aveva conosciuto una ragazza figlia di mafiosi. E che si era accorto che i familiari non volevano di questa relazione e che avevano fatto degli appostamenti”.
Una volta trovati i documenti, che erano dentro una busta gialla, la perquisizione venne ultimata. Ma il teste non ha saputo spiegare quanto la perquisizione fosse stata o meno approfondita anche nelle altre stanze. “Dissi a Di Bella della busta. Paolilli non so dove fosse” ha aggiunto. “E una volta trovata la busta non avete fatto più niente?” ha chiesto il presidente della Corte. “Completamente. Eravamo alla fine della perquisizione”. Guiglia ha poi detto di non sapere se Paolilli abbia trovato o meno altri fogli. Quei documenti, secondo quanto disse nel 2008, furono da lui portati alla Mobile. Oggi, invece, ha riferito solo di averli consegnati nelle mani di Di Bella.


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Il presidente della Corte, Sergio Gulotta


Ma le contraddizioni non finiscono qui. Se oggi ha riferito di non aver commentato nulla con l'allora capo della Mobile Arnaldo La Barbera in precedente verbale del 14 luglio 2008 disse che il giorno dopo la perquisizione “La Barbera mi ha chiamato e mi ha raccomandato di mantenere massima riservatezza”. “Io non lo escludo - si è giustificato in aula - Io questi piccoli passaggini non li escludo. Molto probabilmente è andata così”. A quel punto il Presidente Gulotta è intervenuto: “Mi scusi io lo capisco che il tempo è passato. Ma lei ha detto che di altri interventi di ipotesi di omicidio non si è occupato. Qui siamo in un omicidio con due vittime, tra l'altro a carico di un collega ed una storia di una certa risonanza. Come è possibile che lei non ricorda molti aspetti? Lei stesso ha detto che a queste cose ha pensato molte volte”. Ma ancora una volta il teste non è andato oltre al “molto probabilmente” e al “non me lo ricordo”.
Ma l'anomalia più grande è ciò che avvenne dopo.
“Noi abbiamo agli atti più verbali di sequestro in merito a questi fogli e ve ne è uno sottoscritto l'11 agosto 1989 in cui si dà atto di una perquisizione nella notte dell'8 agosto 1989 alle 2 di notte. Perché non fu fatto il verbale di perquisizione e quello di sequestro tre giorni dopo?” ha chiesto De Giglio. Un quesito che non ha trovato risposta nel momento in cui, a detta del teste, la responsabilità era di un “gruppetto che si occupava di questa situazione qua”.
Tempo dopo, nel dicembre 1993, venne fatta una relazione di servizio sulla perquisizione. Ma anche in questo caso il teste ha detto di aver solo firmato il documento. Pur non essendo stato lui l'autore (“Venne un altro ispettore, non Di Bella, venne a portarmi una relazione a nome mio sul ritrovamento dei fogli del ripostiglio. Una cosa che ho firmato”)

Da pagare la “panella”
Altra questione è un'intercettazione in cui parla con un certo Mastro Simone Peppino in cui, riferendosi alla sua convocazioni dinnanzi al pm, disse: “il verbale non se lo sono mangiato…ma a me non me ne fotte un c... chi deve pagare la caz... di panella la paga... ma chi la deve pagare la panella? Nessuno. Quel pezzo di merda che è morto e la colpa è la sua”. Il teste, prima di tornare al solito “non posso ricordare”, si è giustificato dicendo di riferirsi agli articoli che uscivano sui giornali.
Sollecitato dalle domande del magistrato ha ammesso che il riferimento al “pezzo di merda” è a La Barbera ed ha anche ricordato che tempo dopo, prima di andarsene dalla Mobile, lo stesso gli propose, quando era Questore, di “entrare dalla finestra”, facendo intendere che potesse tornare nei servizi.


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“Io non tradisco nessuno”
Successivamente a salire sul pretorio è stato Francesco Belcamino, ex poliziotto oggi in pensione che venne intercettato con un tal Iusi: “Io meno male lo ho tagliato Pino - diceva - perché poi ho avuto un sacco di problemi. Meno male che poi questo collega è morto. Pino io non tradisco nessuno, nessuno Pino. Guido lo sa. E allora lo devo per forza evitare perché sennò mi ind... per associazione per strage.. francamente... (…) perché poi parla, parla pure con i giornalisti. Io non parlo con nessuno”.
Parole di cui ha chiesto un chiarimento il sostituto Procuratore nazionale Gozzo, applicato al processo.
A seguito di contestazione ha detto che il “collega morto” era Aiello e che il riferimento al “meno male che era morto” era perché veniva continuamente sentito dai magistrati.
E poi ancora si è giustificato: “Quando parlo del non tradisco nessuno mi riferisco allo Stato”. “Qua lo Stato non c'entra niente - ha replicato Gozzo - Perché qua dice che 'se va a rispondere la indagano per associazione per strage. Perché sembra quasi che ci sia una congregazione di persone che lei non deve tradire”. Nonostante il senso delle parole sia chiaro, per il teste la chiave di lettura è diversa.
E quando Gozzo ha insistito invitandolo a dare un contributo ulteriore (“Qua non si tratta di interpretare parole sue che sono abbastanza chiare, però ci sarebbe bisogno di un suo aiuto per andare più avanti”) il teste si è trincerato nella sua chiave di lettura: “No, dottore, assolutamente no. Se avessi avuto qualcosa di un reato. Io ho fatto arrestare anche colleghi... ho la divisa cucita addosso. Io allo Stato non tradisco”.

Il processo Freda-Ventura
In un'altra conversazione intercettata ad un certo punto arrivano a parlare del processo Freda-Ventura a Catanzaro. E ad un certo punto, nella conversazione, racconta di far parte di un “sindacato tutto di destra”, al che anche Iusa gli dice di aver fatto parte di “Ordine nuovo” (movimento politico e organizzazione terroristica di estrema destra extraparlamentare nato nel dicembre 1969, ndr). “Io sono di sinistra - ha spiegato - sono tesserato col Pd. Non posso essere mai di destra. Il Sap era di destra e mi avevano scritto anche a me, ma poi mi sono cancellato e iscritto al Siup. Pino Iusi prende il discorso della destra, io gli do spago, e lui gioisce. E mi parla di 'Ordine nuovo'”.
Successivamente il teste ha parlato di ciò che seppe su Antonino Agostino, sul fatto che quest'ultimo era stato “arruolato” da Paolilli tramite Bruno Contrada. Tutti argomenti che avrebbe saputo da Paolilli stesso. Rispondendo alle domande dell'avvocato della famiglia Agostino, Fabio Repici, Belcamino non solo ha confermato che vi erano frequentazioni tra Contrada e Paolilli, ma ha anche detto di aver ricevuto un'offerta di lavoro da Contrada per lavorare con i servizi. Proposta che ha rifiutato.
Parlando delle indagini sul processo Agostino Belcamino ha riferito quanto gli disse Paolilli: “Mi trovavo a casa, nel 1989 già lavoravo a Catanzaro. Mi disse che era a Palermo e che aveva bisogno di me. Ci incontrammo a cena in un ristorante sotto i portici. Seppi da lui che era all'Alto Commissariato. E lui era venuto per l'indagine sull'omicidio Agostino. Se fu per sua iniziativa, o per ordine di Sica, o se fu convocato non lo so. So che era molto amico della famiglia. Se mi disse dei documenti? No. Ma mi disse che un suo confidente gli aveva detto che era stato ucciso per una relazione extraconiugale”.


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Il poliziotto, Nino Agostino, e la moglie, Ida Castelluccio


D'Onufrio e l'interesse di De Gennaro
Nel corso della deposizione il teste ha anche parlato di un suo confidente, ovvero il barone Antonino D'Onufrio e di un episodio che riguardava Gianni De Gennaro: “Una volta mi chiamò a Roma e mi disse: 'mi devi dare il tuo confidente, quello che condividevi con Montana'. L'autista, Alfio Vinchiaduro, detto Gianni, gli aveva detto che D’Onufrio era il mio confidente. Io gli dissi che sarei sceso a Palermo e che se lui avrebbe voluto collaborare con loro glielo avrei portato. Andai in macchina con un autista e siamo scesi a Paceco. Lui disse che voleva collaborare e partimmo la sera stessa per Roma”.
Successivamente è stato sentito Fulvio Garajo il quale ha confermato in aula il riconoscimento in una fotografia, pubblicata nella prima pagina del giornale L'Ora, di un soggetto che vide nel bar Robinson a Palermo nel 1987: si trattava di Giovanni Aiello. “Lo vedevo sempre da solo. Era una persona strana. Ma non so se si vedeva con qualcuno. A me lo fecero notare in un pomeriggio, dicendomi che era uno strano che stava sempre là”. Garajo ha anche parlato del suo rapporto con Giacomo Palazzolo, che fu ucciso nel maggio 1989. Una figura che, secondo l'accusa, fu assassinata così come lo stesso Agostino, Gaetano Genova e Emanuele Piazza (uccisi nel marzo 1990), per essersi adoperato nella ricerca di latitanti.
Infine è stato sentito Giuseppe Pulvirenti chiamato a testimoniare sul pedinamento di Giacomo Palazzolo, nel 1989, per questioni di traffico di stupefacenti.
Il processo è stato infine rinviato al prossimo 27 maggio quando saranno sentiti i collaboratori di giustizia Francesco Marino Mannoia, Consolato Villani e Antonino Lo Giudice, il testimone Spataro Tracuzzi Saverio e Leonardo Gaiteri Leonardo.

Foto © Emanuele Di Stefano

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