“Andiamo avanti, ancora un po’ di tempo c’è per andare avanti, per fare cose… per rispettare il mondo...”. Riascolto la tua voce, Letizia, in quell’ultimo messaggio vocale che mi hai mandato alcune settimane fa. Ma il vuoto che sento dentro è come una voragine. Te ne sei andata, e una parte di me è come se fosse stata strappata via. Ma forse non è così: tu ci sei ancora. Ventidue anni non sono mai passati. Sono un fascio di luce proiettato nello spazio infinito. E tu sei ancora lì, nella tua casa di piazzetta Meschita che mi aspetti.
Sono appena arrivato a Palermo, Letizia, tieni, questo è il primo numero del giornale! Lo so, alcune foto sono impaginate da schifo, ma ce la mettiamo tutta e in qualche modo miglioreremo! Mi sistemo nella stanzetta all’ultimo piano che mi hai preparato, da lì posso andare su quel terrazzino e respirare un pezzo di cuore di Palermo. Ma è il tuo cuore ad essere immenso: generoso, impaziente, assetato di giustizia, ferito, spesso attraversato da un dolore che lo sfinisce. Non mi stanco di ascoltarti, ogni tuo racconto di quello che hai vissuto mi entra dentro potente, mi scuote, mi travolge, mi butta per aria per poi riportami a terra con forza, e mi impone di fare la mia parte in questa battaglia.
Iniziano frenetici i viaggi dalle Marche alla Sicilia e tu ci sei sempre: un letto e un piatto di pasta coi tenerumi. Sei una seconda madre per me, e molto di più, a volte ti incazzi forte quando non capisco certe sottigliezze di questa guerra dove il confine tra bene e male è fin troppo labile e dove chi rimane integro - così come te - paga un prezzo salatissimo.
E anche quando discutiamo sul modo di fare la lotta alla mafia del nostro gruppo di pazzi incoscienti, alla fine è sempre la tua grande anima ad aprirsi a noi. La tua sola presenza dà forza a chiunque, anche a quello sparuto pool di Palermo che in un’aula di giustizia attende fremente la sentenza sul patto criminale tra Stato e mafia. Quel giorno il riflesso del colore verde dei tuoi capelli porta una ventata di speranza. Ti fai largo tra uomini in divisa, cronisti, avvocati e ti sistemi dietro i magistrati. Arriva la sentenza: colpevoli! Ti emozioni, ti commuovi, stringi loro le mani, vorresti abbracciarli. E poi scappi via perché il tuo fisico non regge più troppe emozioni. Quel fisico segnato da anni di battaglie e di logorio che tante volte vedo disteso sul letto come un Cristo in croce. Ma proprio come il Cristo non demordi e combatti fino alla fine. Che sia in difesa di Nino Di Matteo, o per i diritti di ogni essere umano su questa terra, non ti fermi e continui a lottare.
“Convivere con la mafia mi ha fatto male - racconti a Sabrina nel vostro splendido libro -, molto male, ma non mi ha distrutta. E neanche mi ha incattivita. Quello che ho visto, vissuto e raccontato per immagini non mi ha fatto diventare una persona peggiore, i tradimenti ricevuti non mi hanno trasformato in una persona consumata da rabbia, rancori e cinismo. Ho perdonato il male ricevuto nella mia sfera privata e sono stata meglio. Ho scoperto che il perdono, e lo dico da non cattolica, rimette a posto con se stessi, fino a quando non ho perdonato sono rimasta vittima del male ricevuto e del rancore che ne derivava. Il perdono libera”. Sì, Letizia, il perdono che ci libera. Ma il tuo tempo è prezioso, mi volto e sei già in giro a cercare la bellezza tra le pieghe di questa umanità, nella tua amata e odiata Palermo. Tra i vicoli di questa disgraziata e bellissima città brilla ancora “la bellezza e il coraggio di quella bambina indomabile che ero, e sono ancora, e che insegue sempre i suoi sogni, forse un po’ ammaccati”. Cerchi giustizia, Letizia, cerchi gioia, amore, quell’amore che può salvare il mondo. Lo cerchi negli sguardi delle bambine che ancora fotografi, nelle persone che incontri: ed è a loro che trasmetti con forza il senso profondo di non mollare, di continuare a lottare per non arrendersi all’orrore, mai.


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Letizia Battaglia all'inaugurazione del Centro Internazionale di fotografia a Palermo © Daniele Rizzo


Poi quel tempo si ferma. Immobile. Resta l’amore per la tua famiglia, per le tue tre figlie: Cinzia, Shobha, Patrizia. Resta l’amore per i tuoi nipoti per i quali dai tutta te stessa. Ti rivedo sul terrazzo di casa mentre bagni le tue piante, poco più in là il tuo fedele Pippo scodinzola e ti osserva silenzioso.
“Vale sempre la pena vivere per ricevere questo amore - mi scrivi in un messaggio - e anche per darlo. Sempre. Anche senza respiro”.
Sono lì con te, Letizia, ti stringo forte la mano, ma sei tu che anche questa volta dai la forza a me. C’è ancora un po’ di tempo per andare avanti, per fare cose… per rispettare il mondo… e tu stai per iniziare un viaggio meraviglioso. Tutto l’amore che hai dato ad ogni creatura di questa terra è lì che ti aspetta, pronto ad accoglierti.
Mentre ti guardo andare via, libera e luminosa, penso che Alda Merini ed Ezio Bosso hanno ragione. Ho bisogno anch’io di silenzio, Letizia, come te che leggi col pensiero non ad alta voce.
E se questi giorni sono quelli per ricordare le cose belle fatte, le fortune vissute, i sorrisi scambiati che valgono baci e abbracci, allora dobbiamo resistere. E resistere. Perché il domani, quello col sole vero, arriva. E dovremo immaginarlo migliore. Perché rinascere vuole dire costruire. Insieme uno per uno.
Grazie per le impronte che lasci in questo mondo attraverso tutto ciò che hai fatto, è tempo di continuare a percorrere quel tuo sentiero senza fermarsi. Soprattutto quando di fronte al peggio la speranza e la fede vacillano.
Grazie per il tuo amore, Letizia, che è parte di me. Mai come in questo momento lo sento così vivo e pulsante, è qui, accanto a tutti coloro che ti hanno amato e ti ameranno. Sempre.
Questo è solo un arrivederci!

Foto di copertina © Shobha

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