La libertà di stampa a un passo dall'essere seppellita

"Se la giustizia britannica rilascerà un ordine di estradizione, se riusciranno ad estradarlo, scomparirà, verrà messo in una prigione di massima sicurezza e non saremo più in grado di rivederlo. Solo per aver pubblicato quello che noi giornalisti abbiamo pubblicato, per aver rivelato crimini di guerra, crimini orribili". Sono le parole della giornalistaStefania Maurizi intervenuta a Perugia per l’International Journalism Festival. Un’edizione particolarmente ricca quella di quest’anno, capace di riunire i protagonisti del mondo dell’informazione e della cultura provenienti da tutto il mondo. Tra i vari incontri e dibattiti si è tenuta anche una puntata su “Assange e Wikileaks: processo alla libertà di informazione”, volta a portare alla coscienza dell’opinione pubblica l’importanza della libertà di stampa e del ruolo primario che gioca l’informazione nel poter comprendere la realtà in cui viviamo. Tra i relatori, oltre alla Maurizi, giornalista de Il Fatto Quotidiano che si è occupata per anni del caso Assange, il giornalista e portavoce di Wikileaks Joseph Farrell e Stella Morris, avvocata e moglie del giornalista australiano.
Un incontro importante se si tiene conto che si sta avvicinando sempre di più l’estradizione di Julian Assange, attualmente detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh e che rischia 175 anni di carcere per aver rivelato il vero volto americano dietro ai crimini di guerra in Medio Oriente.


maurizi morris farnell c davide debari


Joseph Farrell, definendo i file di Wikileaks “la più grande fonte storico-geopolitica”, e volendo riportare l’attenzione sul livello di manipolazione mediatica a cui veniamo sottoposti ogni giorno, ha raccontato di quando un giornalista gli avrebbe confessato che dopo aver speso quindici anni a leggere dieci giornali al giorno non avesse mai riscontrato le verità sul proprio Paese riportate nei cables, accorgendosi così di come certe informazioni cruciali per la comprensione delle relazioni internazionali non venissero mai diffuse.
La Corte suprema inglese ha respinto il ricorso contro l’estradizione nonostante la giudice Valeria Baraister, in primo grado, avesse negato il suo trasferimento per via delle sue gravi condizioni di salute fisica e psicologica le quali, secondo una perizia, porterebbero al suicidio l’attivista australiano se venisse consegnato agli Usa.
Le drastiche condizioni in cui versa Assange per il trattamento e le oppressioni che sta subendo sono state testimoniate anche dall’intervento di Stella Morris: “La sua situazione personale è stata aggravata quando fu arrestato poiché ha speso sette anni al chiuso, in un piccolo appartamento. È in una prigione circondato da persone molto pericolose. Ha avuto un mini ictus ad ottobre e questo è ovviamente un segno del deterioramento della sua salute. Julian ha sofferto di una depressione clinica per tutta la sua vita e siamo molto preoccupati per lui”.


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L'ambasciatore di Wikileaks, Joseph Farrell


Assange sta rischiando la propria vita solo per aver mostrato, attraverso file riservati pubblicati su Wikileaks, la verità sull’orrore che le democrazie” occidentali stavano compiendo in giro per il mondo. Da allora l’impero della menzogna americano ha letteralmente intrapreso una campagna di persecuzione contro Assange, portandolo a rifugiarsi per 7 anni nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra e detenendolo insieme ai peggiori criminali nel carcere di massima sicurezza, nonostante le assurde accuse di stupro a suo carico fossero cadute. Gli interventi giudiziari statunitensi in giro per il mondo, al fine di incarcerare un giornalista a loro sgradito, non possono passare inosservati e sotto il silenzio stampa. Gli Usa vogliono incriminare Assange attraverso l’Espionage Act, una legge del 1917 con la quale si dovrebbe paragonare un lavoro giornalistico di raccolta e pubblicazione di informazioni allo spionaggio. Assange però non lavorava per gli Stati Uniti, i quali non hanno mai dichiarato che pubblicasse per uno Stato, tanto che la Cia ha marchiato Wikileaks come un servizio di intelligence ostile non-governativo, in altre parole un’organizzazione giornalistica indipendente. Dipende dal proprio punto di vista. Come se non bastasse l’establishment americano cerca di mettere il bavaglio al giornalismo investigativo con delle leggi per spie in maniera extraterritoriale, violando palesemente la sovranità e la giurisdizione di Paesi europei. Secondo Stella Morris si sta violando un trattato bilaterale tra Regno Unito e Usa che proibisce l’estradizione per reati politici: siccome le infondate accuse in questo caso sono di spionaggio - considerato un reato politico - il governo inglese potrebbe non adempiere alle richieste americane in qualsiasi momento. Si stanno per assegnare quasi due secoli di prigione per attività giornalistica e se ciò diventerà realtà si fisserà un “nuovo gold standard, per il quale si può andare a perseguire qualunque giornalista in giro per il mondo” invocando il caso di Assange.


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Il livello di ferocia dell’attacco politico e il numero degli attori coinvolti al quale stiamo assistendo è qualcosa che non ha precedenti nella storia. Stella Morris nel suo intervento ha ricordato di come le agenzie di sicurezza che lavoravano nell’ambasciata ecuadoriana ricevevano informazioni dalla Cia per rapire e assassinare Assange. Oltre a piazzare delle telecamere per spiare il fondatore di Wikileaks, nell’ambasciata sarebbero stati fotografati i notebook degli avvocati insieme ai cellulari dei visitatori, fino ad arrivare a voler estrarre dei campioni di dna dal pannolino del figlio.
La giustizia britannica, nonostante ciò, ha scelto di seguire le presunte rassicurazioni sull’incolumità di Assangeovvero di evitarli torture e dure restrizioni nei carceri di massima sicurezza, fatte dalle autorità americane, le quali affermando che la condanna potrebbe scendere fino ad arrivare ai 4 e i 6 anni hanno cercato di rassicurare ulteriormente la Corte. Risulta ancor più difficile poter credere a tutte queste dichiarazioni dopo che è emersa un’inchiesta di Yahoo! News che, grazie a circa 30 testimonianze di funzionari governativi e dell’intelligence di Washington, avrebbe dimostrato l’intenzione di rapire ed uccidere Julian Assange da parte della Cia in accordo con membri dell’amministrazione americana.
Toccherà ora a Priti Patel, la ministra degli Interni inglese, scegliere se credere alle promesse di protezione mosse da coloro che hanno ucciso bambini e giornalisti in Iraq.


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La giornalista, Stefania Maurizi


Il caso di Assange è uno dei peggiori casi di negazione dei principi democratici, poiché si vuole perseguire un giornalista per aver pubblicato informazioni di interesse pubblico ricevute da delle fonti. E ad essere in gioco è la libera informazione insieme ai valori di verità e giustizia. Rischiamo di veder affossato larticolo 21 della Costituzione e potremo essere impossibilitati a reperire notizie affidabili, senza capire ciò che accade nel nostro Paese e nel mondo intero. 
Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a questo attacco senza precedenti ai nostri diritti fondamentali. Dobbiamo opporci con forza a queste ingiustizie, pretendendo il ritiro di tutte le accuse contro Julian Assange, il quale non ha fatto altro che svolgere il proprio lavoro giornalistico. Si tratta dellennesimo attacco alla libertà di stampa, sempre più colpita nel profondo. Se informare la collettività è considerato un crimine, per il quale si può essere processati, incarcerati e condannati alla morte, nel silenzio dei grandi media mainstream ovvero coloro che dovrebbero essere i cani da guardia dell’informazione, ecco che a morire non è solo la libertà di informazione o espressione, ma l'intero senso della democrazia. E questo non lo possiamo permettere.
In seguito alleghiamo il video di denuncia del movimento artistico culturale Our Voice “A chair for Assange”.

Foto © Davide de Bari

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