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La notizia era nell'aria. La Procura di Roma, diretta da Francesco Lo Voi, su input della Direzione nazionale antimafia avrebbe riaperto un fascicolo sulla misteriosa morte del boss di Altofonte Antonino Gioè, deceduto nel carcere di Rebibbia la notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993.
A raccontarlo è il collega Enrico Bellavia, su l'Espresso.
Al tempo quel decesso fu bollato frettolosamente come un “suicidio” nonostante vi fossero molteplici elementi che potevano far pensare a ben altro.
Tante erano le anomalie a cominciare dal corpo, ritrovato impiccato con i lacci delle scarpe nella cella in cui trascorreva la detenzione, quando quei lacci non avrebbero dovuto essere in suo possesso. Per non parlare dei segni della corda sul collo, tendenti verso il basso e non verso l'alto (che fanno pensare più ad una corda tirata da qualcuno) o ancora la frattura delle costole lontano dalla zona cardiaca.

Misteri, dicevamo, che non hanno trovato fin qui particolari risposte se non nella lettera rinvenuta il giorno del delitto in cui il detenuto cercava in ogni modo di allontanare i sospetti di rapporti tra la mafia, i suoi familiari e gli amici.
Una missiva particolarmente strana con riferimenti al covo di via Ughetti a Palermo, al boss calabrese Domenico Papalia e all'ex estremista nero Paolo Bellini, di recente condannato nel processo a Bologna per l'attentato del 2 agosto 1980 alla Stazione Centrale.
Perché Antonino Gioè avrebbe dovuto suicidarsi? O forse è più ragionevole pensare che è stato ucciso per qualcosa che sapeva e avrebbe potuto raccontare ai magistrati che in quei giorni erano impegnati nella ricerca della verità sulle stragi?

Per comprendere l'importanza di questa nuova indagine basta ricordare il ruolo di Gioè in Cosa nostra perché non solo parliamo di uno degli esecutori della strage di Capaci, ma anche di un uomo che era figura di collegamento con i servizi segreti e che conosceva la strategia politica che c'era dietro a quella strategia di attacco allo Stato.
Un “talento” straordinario anche sul piano militare, come dimostra un'annotazione in cui si evidenzia come Gioè fosse un paracadutista che aveva fatto servizio, seppur militare di leva, presso la caserma Vannucchi, dove ha sede il primo battaglione paracadutisti dei Carabinieri. Vi sono atti di indagine in cui lo stesso era indicato come soggetto in grado di svolgere operazioni di intelligence militare".
In passato collaboratori di giustizia come Mario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera avevano riferito del sospetto che Gioè avesse iniziato a “collaborare con la giustizia”.
Tuttavia non sono mai stati rinvenuti né verbali, né tracce di colloqui investigativi.

Il motivo, a quasi trent'anni dai fatti, potrebbe essere nascosto proprio tra le ombre delle carceri italiane.
Ed oggi, grazie al lavoro svolto dal Procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo nell'ambito del processo 'Ndrangheta stragista, sono stati raccolti ulteriori spunti che potrebbero ridisegnare il contesto inserendo quel decesso tra i delitti, non di mafia, ma di Stato-mafia.
Gli investigatori reggini hanno raccolto nel 2019 la testimonianza di un agente di Polizia Penitenziaria, Antonio Ciliegio. Quest'ultimo era tra gli agenti che "vigilava" il reparto ove si trovava detenuto proprio Gioè. Dato sconcertante è che nel 1993 non fu mai sentito dagli investigatori del tempo.
L'agente ha dunque raccontato che Gioè, al tempo, aveva presentato "frequenti e ripetute richieste di colloquio con i magistrati e le forze dell’ordine". Un dato a suo dire certo in quanto era lui stesso "a prendere cognizione del contenuto delle istanze che scriveva". E poi ancora ha parlato di diverse missive inoltrate nei giorni prima del decesso.
Lettere sparite nel nulla.
Sempre Ciliegio ha anche dato una spiegazione sul perché potrebbero non essere mai state trovate tracce di colloqui investigativi in carcere tra il boss di Altofonte, organi inquirenti o magistrati.

"Per quella che è la mia esperienza carceraria - ha messo a verbale - accadeva in quel periodo in diversi penitenziari, ma anche a Rebibbia, che laddove il detenuto avesse dovuto incontrare riservatamente dei soggetti istituzionali, ciò sarebbe avvenuto utilizzando l'espediente della comunicazione di colloquio con l'avvocato. In buona sostanza, il detenuto, informato della presenza dell'avvocato, veniva accompagnato alla sala colloqui dove, secondo accordi diretti che passavano dalla direzione o dal capo delle guardie, bypassando noi addetti alla vigilanza, il detenuto teneva gli incontri riservati con le forze dell'ordine o con i servizi, senza che sui registri venisse annotata alcuna precisazione. Quindi senza lasciare traccia dell'avvenuto incontro".
Una sorta di “protocollo farfalla” (tra direzione delle carceri e 007 che vincolava il Dap al segreto, anche con l'autorità giudiziaria, sulle attività eventualmente svolte dagli agenti all'interno degli istituti di pena).

L'anomala lettera “sotto dettatura” di Gioè
Recentemente il commissario capo della Dia, Michelangelo Di Stefano, testimoniando davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria aveva anche sottolineato alcune stranezze inerenti la missiva rinvenuta in carcere la notte del 28 luglio 1993. “Sull'aspetto forense quella lettera di quattro pagine rileva una serie di anomalie sia per quanto riguarda la caduta linguistica che grafica. Parliamo di un soggetto che scrive con la mano destra. Nella prima parte della lettera ha una scorrevolezza secondo il rigo di scrittura. Nella seconda parte c'è una caduta verso destra ed è spiegabile sul punto di vista forense, con uno stato di depressione. Ma la prima parte ha una consistenza linguistica con dei contenuti che fanno rimando ad una terminologia giuridica, raffinato-burocratese, che diventano quasi elementari nell'ultima parte". "Il contenuto della lettera è stata mostrata a persone legate a lui - ha detto Di Stefano - e le conclusioni sono come le nostre, ovvero che quello scritto sia stato fatto sotto dettatura".
Certo è che i misteri attorno alla morte del boss di Altofonte sono molteplici.
Una sua eventuale collaborazione con la giustizia avrebbe potuto svelare tante verità non solo sulla mafia, ma soprattutto su quei rapporti alti ed altri che Cosa nostra in quegli anni aveva.

Magari avrebbe potuto rivelare a chi avesse telefonato per tre volte il 23 maggio del 1992 poche ore prima la strage che uccise Giovanni Falcone a Capaci. Telefonate fatte con un cellulare clonato che, come risulta dai tabulati, erano tutte indirizzate a un’utenza del Minnesota: la prima da 40 secondi alle 15,17, la seconda da 23 secondi alle 15,38, la terza da ben 522 secondi alle 15,43.
Lo scorso luglio, intervenendo ad una nostra conferenza l'ex Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato evidenziò come nella storia del nostro Paese, ed in particolare quella inerente “le stragi ci sono 15 morti strane, tra omicidi e suicidi”. Morti inspiegabili come quella del giovane urologo Attilio Manca o quella di Luigi Ilardo (boss reggente di Caltanissetta, infiltrato per conto dello Stato ed ucciso poco prima che venisse ufficializzata la sua collaborazione con la giustizia). Morti come quella di Antonino Gioè.
Forse a quasi trent'anni di distanza può essere arrivato il tempo affinché certe verità siano rivelate.
La domanda vera è se lo Stato avrà il coraggio di andare oltre le “colonne d'Ercole per la verità” (così il magistrato Gianfranco Donadio aveva definito i casi delle morti di Luigi Ilardo e Nino Gioé) e far luce su “fatti”, “misfatti” e “indicibili accordi” che hanno contraddistinto la nostra Repubblica.

Rielaborazione grafica
by Paolo Bassani

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