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All’aeroporto Galileo Galilei dipendenti denunciano e si oppongono alle spedizioni di armi spacciate per viveri e medicinali

Dall’aeroporto di Pisa partono armi mascherate da aiuti umanitari. A rivelarlo sono i lavoratori dell’aeroporto civile Galileo Galilei che si sono rifiutati di caricare il cargo: “Questi aerei atterrano prima nelle basi USA/NATO in Polonia, poi i carichi sono inviati in Ucraina, dove infine sono bombardati dall’esercito russo, determinando la morte di altri lavoratori, impiegati nelle basi interessate agli attacchi” dicono i lavoratori.
Dal Cargo Village sito presso l'Aeroporto civile sarebbero dovuti partire aiuti umanitari consistenti in vettovaglie, viveri, medicinali e quant’altro utile per le popolazioni ucraine tormentate da settimane da bombardamenti e combattimenti, ma quando si sono presentati sotto l'aereo, i lavoratori addetti al carico si sono trovati di fronte casse piene di armi di vario tipo, munizioni ed esplosivi.
Rivelazioni di una gravità inaudita, che gettano la maschera al finto “sostegno umanitario” che vede impegnato il nostro governo con la copertura mediatica a reti unificate.
È pari a 150 milioni di euro, il valore degli armamenti che impegneremo a trasferire in territorio ucraino per garantire “la pace”: si tratta di lanciatori Stinger, mortai da 120 mm, mitragliatrici pesanti Browning, colpi browning, razioni K (cioè il pasto militare giornaliero), mitragliatrici leggere, colpi anticarro, lanciatori anticarro, radio, elmetti, giubbotti.
Tutto materiale che verrebbe da chiedersi come possa portare sostegno alla popolazione ucraina colpita dalla guerra, ma che certamente si mostra solidale nei confronti delle principali industrie degli armamenti: basti pensare che le azioni del gruppo Leonardo sono già salite del 28% dall'inizio del conflitto in Ucraina; Raytheon Technologies che vale in borsa 140 miliardi di dollari nell’ultimo mese ha guadagnato il 7%; le azioni di Lockheed Martin invece sono salite del 10% (+ 4,5% nell’ultimo mese) alzando la capitalizzazione di una decina di miliardi fino a 106 miliardi di dollari. Ecco i veri vincitori degli aiuti umanitari.
Nel frattempo il nostro paese è in prima linea anche dal punto di vista operativo: sabato mattina alle ore 11,40, dalla base aerea di Sigonella, è decollato un “Northrop Grumman Rq-4b Global Hawk”, uno dei droni-spia della flotta della Nato in Sicilia dal 2013,  con lo scopo di sorvegliare il territorio ucraino. Prima di tornare alla base il velivolo ha percorso i cieli del confine tra Ucraina e Romania e si è addentrato nel Mar Nero dalla costa bulgara fin quasi alla Georgia.
L’RQ-4 vale 222 milioni di dollari e si tratta di uno dei droni più avanzati disponibili in grado di eseguire missioni di sorveglianza ad alta altitudine e lungo raggio (Hale): può sorvegliare un’area delle dimensioni della Corea del Sud o dell’Islanda in un giorno; bastano due di questi droni di penultima generazione per tenere sotto controllo tutta l’Ucraina, oltre 600mila chilometri quadrati.
Gli impulsi dei comandi remoti raggiungono il fronte operativo grazie alle oltre 40 grandi antenne del sistema Muos delle radio base a Ulmo, nel comune di Niscemi. Come ricorda la Stampa, il Muos è il “potente sistema per il controllo delle telecomunicazioni di qualsiasi tipo che ha quattro stazioni base sparse nel mondo e collegate tra loro, voluto, finanziato e gestito dagli americani”.
Sempre nella giornata di sabato, sono atterrati a Sigonella due Us Navy Grumman C-2s, partiti dalla portaerei a propulsione nucleare Harry S. Truman Cvn 75, impegnata nel Mare Egeo, insieme con la “gemella” francese Charles de Gaulle, in un’operazione di contenimento della Voenno-morskoj flot, la Marina russa, in ottica di “deterrenza” a seguito dell’invasione dell’Ucraina.
Ma non si sono nemmeno sottratti i nostri jet alle missioni di intelligence sul campo: una settimana fa è volato dall’aeroporto di Pratica di Mare per raggiungere la Romania, un Gulfstream CAEW, ritenuto il più potente sistema di intelligence esistente al mondo.
Dotato di una tecnologia israeliana che nessun altro Paese Nato possiede, con un prezzo che sfiora il mezzo miliardo di euro, questo sistema, durante una missione che ha visto testimoni i giornalisti di Repubblica, è stato in grado subito dopo il decollo dai dintorni di Roma di controllare l'intero Mar Tirreno dall'Argentario fino a Lampedusa.
“Il radar a scansione elettronica censiva qualsiasi oggetto in movimento nel cielo, sul mare e sul terreno: persino ogni automobile e ogni barchetta. Questa colossale massa di dati veniva elaborata in tempo reale da una centrale di intelligenza artificiale, che li analizzava e li comparava con l'archivio: cliccando su ogni oggetto individuato era possibile conoscerne l'identificazione, le caratteristiche dettagliate e tutti gli ultimi movimenti".
Se a questo aggiungiamo le oltre 120 basi Nato sul nostro territorio e l’imminente sostituzione delle bombe nucleari B61 stoccate a Ghedi ed Aviano, con le B61-12, il quadro strategico che vede il nostro paese come potenziale bersaglio in un conflitto con la Russia, si fa allarmante.
Con la fornitura di armamenti e le missioni operative siamo in piena violazione dell’articolo 11 della nostra costituzione (“l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”) e stiamo consegnando il nostro paese ai peggiori esiti un conflitto che tra i responsabili, oltre alle iniziative di Putin, vede certamente anche le azioni provocatorie della Nato in continua espansione fino ai confini russi, con il sostegno militare alla guerra del governo di Kiev contro i popoli russi del Donbass, che in 8 anni ha provocato oltre 13.000 morti.
È ora che la società civile si mobiliti per dire no alla guerra e chiedere un ritorno al dialogo e alla diplomazia. Il baratro non è mai stato così vicino.

La circolare dell'Esercito Italiano
Nel frattempo, lo scorso 9 marzo, lo Stato Maggiore dell’Esercito ha emanato un documento interno che impartisce nuove disposizioni operative a tutti i comandi: stretta sui congedi anticipati, reparti in prontezza operativa “alimentati al 100%”, addestramento “orientato al warfighting” e “massimi livelli di efficienza di tutti i mezzi cingolati, gli elicotteri e i sistemi d’arma dell’artiglieria”. La sua diffusione ha subito innescato polemiche sul fatto che si tratti di una mobilitazione taciuta agli italiani, posto che il premier Draghi, tre giorni dopo quelle direttive, ribadiva: “Non vedo il rischio di un allargamento del conflitto”. “Con l’invio di armi l’Italia è già in guerra”, si sente ripetere da giorni nel nostro Paese. Nel dubbio, l’Italia riordina e predispone le proprie. La circolare è stata inviata a tutti i comandi dall’ufficio del generale Bruno Pisciotta. Oggetto: “Evoluzione sullo scacchiere internazionale”. Due righe di premessa: “A seguito dei noti eventi in argomento, l’Autorità di Vertice ha stabilito di attuare, con effetto immediato, tutte le azioni di competenza nei settori di seguito specificati”. Poi le indicazioni operative su uomini, addestramento, impiego e sistemi d’arma.

Foto © Imagoeconomica

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