Ora la palla passa alla ministra degli Interni Patel, che però è un falco del governo Johnson

Si spalanca la strada per la drammatica estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti. Ieri la giustizia britannica ha negato il ricorso alla Corte Suprema per il whistleblower e fondatore della piattaforma Wikileaks contro il via libera all'estradizione negli Usa dato nei mesi scorsi in appello. Oltreoceano il giornalista australiano rischia una pesantissima condanna fino a 175 anni di carcere per aver contribuito a diffondere documenti riservati contenenti anche informazioni su crimini di guerra commessi dalle forze americane in Iraq e Afghanistan.
Julian Assange aveva avuto il permesso dagli stessi giudici di appello di fare istanza di ricorso alla Corte Suprema, secondo l'iter procedurale britannico; ma quest'ultima ha ieri rifiutato di riesaminare il caso ritenendo insussistenti in punto di diritto le questioni sollevate dagli avvocati della difesa per chiedere un ulteriore verdetto. La consegna, come ammette la stessa WikiLeaks, potrà avvenire a questo punto anche se i suoi legali dovessero tentare di rivolgersi alla giustizia internazionale, avendo il Regno Unito completato la propria procedura giudiziaria sulla contestatissima vicenda. Il dossier torna infatti ora sul tavolo del ministro dell'Interno, per il nulla osta definitivo all'estradizione entro poche settimane: nulla osta considerato scontato da parte della titolare attuale del dicastero, Priti Patel, un falco della compagine Tory di Boris Johnson. In primo grado la giudice Valeria Baraister aveva negato l'estradizione, sulla base delle condizioni di salute e psichiche dell'attivista australiano - che ha trascorso sette anni come rifugiato nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra e poi altri tre nel penitenziario di massima sicurezza londinese del Belmarsh in attesa di giudizio, malgrado nel frattempo fossero cadute le controverse accuse di stupro presentate parallelamente nei suoi confronti dalla magistratura svedese - e di una perizia che lo indicava a rischio di suicidio se consegnato agli Usa. Ma a dicembre la Corte d'Appello aveva ribaltato la sentenza a suo sfavore, accettando le rassicurazioni delle autorità americane: che sulla carta si sono impegnate a evitargli la reclusione in isolamento in un carcere duro, evocando pure la possibilità di una condanna inferiore al massimo della pena teorico e l'ipotetica opportunità di lasciargli più avanti scontare parte di un'eventuale condanna in Australia. In America, dove gli si dà la caccia da oltre un decennio, il cofondatore di WikiLeaks - che è stato appena autorizzato a sposarsi il 23 marzo nella prigione di Belmarsh con l'avvocato sudafricana Stella Morris, la compagna che gli ha dato due figli durante il periodo di asilo nell'ambasciata ecuadoriana - rischia in ogni modo grosso. Visto che gli viene contestato non solo il presunto reato di complicità nell'hackeraggio dell'archivio del Pentagono, bensì anche un'accusa di violazione della legge Usa sullo spionaggio del tutto inedita in un caso di pubblicazione di documenti riservati sui media. Di qui le denunce di sostenitori, attivisti dei diritti umani legati all'Onu e di associazioni come Amnesty International o Reporters Sans Frontiers contro quella che da tempo viene additata come una forma di persecuzione, di vendetta politica, oltre che di minaccia alla libertà d'informazione giornalistica.

Foto © Anarchimedia

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