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Per decenni avrebbe creato migliaia di depositi illeciti per ex dittatori, faccendieri e spie

Oltre cento miliardi di euro. A tanto ammonterebbe il valore complessivo di circa 18mila conti che la banca svizzera Credit Suisse avrebbe aperto per 30mila clienti “particolari”: si parla di dittatori, torturatori, presunti criminali di guerra, trafficanti di droga, di esseri umani.
A rivelare lo scandalo “Suisse Secrets” è una investigazione condotta da un pool internazionale con oltre 160 giornalisti di 39 paesi coordinati da Suddeutsche Zeitung e Occrp (Organized Crime and Corruption Reporting Project) con La Stampa e IrpiMedia partner italiani.
Grazie ad una fuga di notizie, dunque, è stata pubblicata una vasta quantità di dati bancari di persone implicate in attività criminali di ogni genere e gravi violazioni dei diritti umani.
Sugli “Suisse Secrets” starebbe indagando anche la Finma, l’Autorità federale svizzera di vigilanza sui mercati finanziari, così come ha affermato il suo portavoce Tobias Lux ("Possiamo comunque confermare che siamo in contatto con la banca in questo contesto”) anche se non si vuole fare affidamento solo sull'inchiesta giornalistica.
Ma torniamo allo scandalo pubblicato sulle pagine del Süddeutsche Zeitung.
Tra i clienti “speciali” di Credit Suisse, una delle maggiori banche a livello globale, figurano Alaa Mubarak, figlio dell’ex dittatore egiziano Hosni Mubarak; Pavlo Lazarenko, ex premier ucraino, condannato per riciclaggio di denaro negli Usa; Khaled Nazzar, arrestato ed accusato di crimini di guerra, guidò le torture nella guerra civile algerina degli anni '90; Omar Suleyman, per 20 anni alla guida dei servizi segreti egiziani, accusato di tortura. Inoltre, secondo i leaks, comparirebbero anche burocrati protagonisti del saccheggio delle risorse petrolifere venezuelane durante le presidenze di Chavez e Maduro. La lista di coloro che hanno usufruito della copertura dei propri conti illeciti, fornita dall’istituto finanziario sin dagli anni quaranta del secolo scorso, è spaventosa.


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Alaa Mubarak © Original wikimedia.org


Tra i nomi figura Bo Stefan Sederholm, trafficante di esseri umani svedese, che promettendo un lavoro da segretaria induceva alla prostituzione giovani donne filippine. Il suo conto sarebbe rimasto aperto addirittura per oltre due anni dopo la sua condanna all’ergastolo.
Nella rete delle transazioni fraudolente sarebbero finiti anche i 350 milioni di euro di proprietà del Vaticano, utilizzati per un fraudolento investimento immobiliare a Londra.
Si tratterebbe della vicenda al centro di un processo penale in corso che vede tra gli imputati il cardinale Angelo Becciu.
L'elemento particolare, riportato su La Stampa, è che diversi di questi fondi potrebbero essere stati sequestrati su richiesta dei tribunali di mezzo mondo, ma su cui non si hanno notizie certe anche a causa delle mancate risposte della stessa banca.
Credite Suisse, infatti, ha accettato le domande dei giornalisti, facendo riferimento al fatto che molte delle vicende ricostruite sono riferite al passato. Inoltre la banca, che ha annunciato un'imminente investigazione interna per fuga di notizie, ha respinto fermamente le accuse e le insinuazioni riguardanti le presunte pratiche commerciali della banca.
“I fatti riferiti - si legge nel quotidiano che riporta la risposta ricevuta in via ufficiale - sono principalmente remoti, risalendo in alcuni casi addirittura agli anni Quaranta del secolo scorso. Ciò che viene riportato è basato su informazioni parziali, inaccurate o selettive che, estrapolate dal loro contesto, danno adito a interpretazioni tendenziose riguardo la condotta della banca. Credit Suisse, in base alle disposizioni di legge, non può rilasciare alcun commento su potenziali relazioni di clientela, ma conferma di avere adottato le misure adeguate, in linea con le direttive e i requisiti regolamentari applicabili nei periodi in questione, e di avere già preso provvedimenti dove necessario”.
Certo è che in Svizzera la riservatezza del sistema bancario è un caposaldo nonostante il Paese si sia adeguato al sistema di scambio automatico di informazioni.


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Evelin Banev



Una dei reporter lo ha constatato sul campo, fingendosi potenziale cliente, interessato a un “conto speciale”. E avrebbe ricevuto garanzie che solo “un numero limitato di persone” avrebbe avuto accesso alle informazioni del conto. Inoltre le è stato riferito il “prezzo” del conto cifrato: 3000 dollari all'anno.
Nell'inchiesta si fa poi riferimento ad un ex banchiere di Credit Suisse, basato a Zurigo, il quale ha riferito che certi clienti vengono inseriti in cartelle separate e che solo i dirigenti erano a conoscenza di certi fondi e li gestivano in maniera diretta.
Certo è che non è la prima volta che Credit Suisse si trova al centro di uno scandalo. Giusto le scorse settimane la banca elvetica aveva dovuto affrontare l'udienza per il processo in cui era accusata di presunti legami con la mafia bulgara al Tribunale penale federale (TPF).
Secondo l'accusa nelle casse della banca sarebbero finiti anche i soldi provenienti dal traffico di droga internazionale gestito da Evelin Banev, ex wrestler e boss della mafia bulgara arrestato e condannato in via definitiva in tre paesi diversi per omicidio, traffico internazionale di droga e riciclaggio di denaro sporco. Banev in Italia dovrebbe scontare una pena di 20 anni. Delle tracce farebbero emergere che la sua cocaina venisse persino smerciata dalla costola piemontese della cosca di 'Ndrangheta, Bellocco.
Anche per la vicenda Banev Credit Suisse aveva respinto fermamente le accuse.
Tra gli imputati di quel processo vi sono anche persone vicine a Banev: un ex dipendente della Julius Bär e l’ex impiegata della Credit Suisse. Le accuse sono di partecipazione ad un’organizzazione criminale, riciclaggio di denaro qualificato e falsità in documenti. Il Tribunale penale federale ha deciso di non procedere per i fatti avvenuti prima del 7 febbraio 2007, in quanto sono considerati prescritti, ma rimane aperto il caso di riciclaggio di denaro aggravato. E ssu questo punto il Tribunale dovrebbe pronunciarsi nelle prossime due settimane.

Foto © Imagoeconomica

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