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Assente stamane il collaboratore di giustizia in video conferenza per motivi di salute

Udienza rinviata al 25 febbraio 2022 per impedimento a comparire dell’imputato”. È quanto stabilito stamane dalla Corte d'Assise di Palermo, presieduta da Sergio Gulotta, nell'ambito del processo sul duplice omicidio Agostino-Castelluccio, che oggi avrebbe dovuto udire Vito Galatolo (ex boss dell’Acquasanta) nel processo che vede imputati il boss Gaetano Scotto, accusato di duplice omicidio aggravato in concorso, e Francesco Paolo Rizzuto, accusato di favoreggiamento. Difeso dall’avvocato Di Maria, il collaboratore di giustizia non si è presentato in videoconferenza per motivi di salute.


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Alla cancelleria della Corte d’Assise, infatti, stamane è pervenuta una comunicazione con certificato medico allegato nella quale si attestava l’impedimento del Galatolo. “Nessuna prognosi però, quindi si dovrebbe presumere che nella nuova udienza fissata dovrebbe poter essere udito”, ha detto il presidente Gulotta.
Ad ogni modo, furi dall’aula bunker un gruppo di giovani manifestanti del Movimento Culturale Internazionale Our Voice con alcuni cartelloni hanno voluto esprimere solidarietà e vicinanza a Vincenzo Agostino, padre dell’agente ucciso il 5 agosto ’89, che con emozione li ha ringraziati per la presenza. In aula, ha inoltre detto ad alcuni presenti: “Avete visto quei ragazzi fuori? Fanno il tifo per me. Gli sono riconoscente”.


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Vito Galatolo e il Caso Agostino
Dunque, si dovrà attendere ancora una settimana prima di sentire le dichiarazioni di Vito Galatolo che, ricordiamo, è un collaboratore di giustizia che negli anni ha rilasciato dichiarazioni importanti su fatti delicati come, appunto, il duplice omicidio Agostino-Castelluccio. È bene ricordare, infatti, che nel 2016 l’ex boss dell’Acquasanta, a conclusione dell’incidente probatorio nel procedimento del caso Agostino, disse che i suoi rapporti con Vito Lo Forte, ex picciotto del clan Galatolo, erano “intimissimi, si parlava di tutto, probabilmente anche dell’omicidio Agostino”, che “dentro Cosa Nostra si diceva che (Ida Castelluccio, ndr) avesse riconosciuto l’assassino” e che quest’ultimo fosse “Tanino Scotto”.


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Confermando così le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Lo Forte ai pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene il 26 novembre dello stesso anno, nel corso del processo Trattativa Stato-mafia, quando a sua volta confermò alcune dichiarazioni racchiuse in un verbale del 12 settembre 2014 (la prima giornata dell'incidente probatorio del duplice omicidio): “Nino Madonia, Gaetano Scotto e Giovanni Aiello (ex Agente di Polizia indicato come “faccia da mostro”, ndr) parteciparono all'omicidio dell'Agente Agostino e della moglie. Il ruolo di Aiello fu quello di prelevare con una macchina 'pulita' Madonia e Scotto, che avevano eseguito l'omicidio, e di aiutarli a bruciare la motocicletta usata nell'attentato”.


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L’attentato a Nino Di Matteo
Infine, è bene ricordare che Vito Galatolo fu colui che parlò del tentativo di attentato ai danni del magistrato Nino Di Matteo. Rispondendo alle domande del Procuratore aggiunto nisseno Gabriele Paci, durante il processo sul depistaggio di via d’amelio, infatti, ripercorrendo l'inizio della propria collaborazione con la giustizia spiegò di averlo fatto per "dare un futuro ai propri figli" ma anche "per fermare l'attentato contro il pm Antonino Di Matteo".
"In me era maturato il senso di colpa - disse alla Corte -. Vincenzo Graziano, che era stato arrestato con me nel blitz Apocalisse, era uscito dal carcere. Io sapevo che lui era in possesso dell'esplosivo e sapevo che lo avrebbe portato a termine. E dovevo dare un taglio con tutta la situazione".


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In quell’occasione il collaboratore Vito Galatolo spiegò anche che l'ordine arrivò nel dicembre 2012, tramite Biondino, capomafia di San Lorenzo, direttamente da Matteo Messina Denaro. "Per me era lui il capo di Cosa nostra all'epoca perché era l'unico figlioccio di Totò Riina. Inviò due lettere. Nella prima mi voleva come capo mandamento di Resuttana. Nella seconda ci chiedeva il favore, se ce la sentivamo, perché stava andando troppo avanti e si doveva fermare. Per fare quell'attentato doveva esserci anche una persona estranea a Cosa nostra, che noi la conoscevamo di viso ma non dovevamo fare domande. A lui dovevamo dare una base logistica e quattro persone di fiducia. Del resto io ho visto l'esplosivo ma non ho mai né fatto né usato telecomandi. Doveva esserci una persona di esperienza".

Foto © ACFB/Our Voice

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