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Le considerazioni della Dia in un'informativa del 2018 depositata dalla Procura di Firenze

Il 10 aprile 2016 la Procura di Palermo, nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, aveva intercettato nel carcere di Ascoli Piceno il capomafia Giuseppe Graviano mentre parlava con il compagno d'ora d'aria, Umberto Adinolfi, delle stragi del 1993, del 41 bis, dei dialoghi con le istituzioni. Ma ad un certo punto aveva fatto riferimento all'ex premier Silvio Berlusconi: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia. Per questo è stata l’urgenza”. E poi: “Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa". E ancora: “Nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia”.
A seguito delle dichiarazioni la Procura di Firenze aveva riaperto il fascicolo sui mandanti esterni delle stragi che vede iscritti nel registro degli indagati proprio Berlusconi ed il cofondatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Cinque anni più tardi il capomafia di Brancaccio aveva parlato con i magistrati di Firenze confermando che nelle intercettazioni in carcere i riferimenti erano proprio all'ex Presidente del Consiglio: secondo quanto riportato dal collega Lirio Abbate sul sito de L'Espresso Graviano non si era affatto trincerato dietro al silenzio quando è stato sentito dai procuratori aggiunti di Firenze, Luca Tescaroli e Luca Turco e dal Procuratore Capo Giuseppe Creazzo.
Questi fatti erano noti.
La novità, come si apprende da un articolo del collega Marco Lillo su “Il Fatto Quotidiano”, è contenuta in un’informativa della Dia datata 20 aprile 2018 depositata recentemente dai pm di Firenze, ed omissata in larga parte, in cui si mettono in evidenza i punti salienti delle conclusioni a cui giunge la Dia sulle parole di Graviano. E alcune sono davvero gravi. Secondo gli investigatori la “bella cosa” a cui fa riferimento Graviano nel 2016 era “con tutta probabilità” una strage. Da qui la Dia ritiene che si generino “importantissimi elementi probatori in merito ai fatti per cui si indaga (cioè le stragi del 1993, ndr) con specifico riferimento a Silvio Berlusconi”.
Va ricordato che Graviano non è un collaboratore di giustizia e non ha mai confermato la linea interpretativa della Dia sulla “bella cosa”.
Secondo la Dia di Firenze, che sta indagando su delega dei procuratori aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli, Graviano quel 10 aprile 2016 “confidava ad Adinolfi con atteggiamenti che appaiono genuini, utilizzando toni di voce variabili (alta-bassa) e gestualità particolari la probabile ‘genesi’ del progetto politico del 1992-94 (che lo vedrà promotore poi, nel 1993, del partito Sicilia Libera insieme a Leoluca Bagarella). In tale contesto introduce la figura di un personaggio che, in contatto sia con Graviano che con altri, si sarebbe inserito in questo corso mirando già nel 1992 a entrare nell’agone politico per ‘prendersi tutto’ e anche perché ‘lo volevano indagare’, persona che - prosegue la Dia - si ritiene sia identificabile per i contesti iniziali della conversazione e vari riferimenti specifici che sotto si commentano, in Berlusconi”. E poi ancora, secondo la Dia Graviano riferisce ad Adinolfi di “un intervento ‘dei vecchi’ finalizzato a bloccare gli eventi stragisti (…) (gli omicidi Falcone e Borsellino) e perdurati fino all’estate del 1993 (maggio strage di Firenze e luglio stragi di Milano e Roma). Con il termine ‘vecchi’ - scrive la Dia - si ritiene che Graviano indichi i rappresentanti della vecchia nomenclatura politica al potere tra il 1992 e il 1994” e in particolare, continua la Dia, “il senatore democristiano Vincenzo Inzerillo, strettamente legato a Graviano che si fece portavoce della richiesta di far cessare gli eventi stragisti”.
A questo punto secondo la Dia ci sarebbe stato un equivoco. Adinolfi aveva capito inizialmente che anche Berlusconi voleva la fine delle stragi. Ma Graviano gli aveva poi spiegato che non era così. “Nel successivo scambio di battute tra Graviano Giuseppe e Adinolfi Umberto, nelle more di un equivoco, hanno avuto genesi importantissimi elementi probatori in merito ai fatti per cui si indaga, con specifico riferimento a Silvio Berlusconi, che poi, a distanza di tempo verranno ribaditi e confermati dallo stesso Graviano Giuseppe in ulteriore colloquio intercettato”. “Nello specifico - prosegue la Dia - Adinolfi Umberto, per ben due volte appariva convinto che Silvio Berlusconi avesse anche egli interagito con Graviano Giuseppe al fine di porre termine alla strategia stragista ma al contrario quest’ultimo prima rispondeva negativamente: ‘Noo…!’ e poi aggiungeva: ‘anzi meglio, anzi… lui mi disse, dice: ‘ci volesse una bella cosa’. A questo punto, l’attenta osservazione del video - proseguono gli investigatori della Dia - consentiva di dare un’oggettiva e autentica lettura a quest’ultima frase pronunciata da Graviano Giuseppe il quale, mentre parla, cercando di coprirsi dietro allo stesso Adinolfi senza però riuscirvi completamente, operava dei gesti che lasciavano pochi dubbi circa l’oggetto della richiesta formulata da Silvio Berlusconi”.
I gesti erano i seguenti: “Egli, infatti, dapprima - scrive la Dia - percuote la spalla sinistra di Adinolfi Umberto utilizzando la mano destra in posizione cosiddetta ‘a taglio’, dopodiché la chiude a pugno e la muove ritmicamente due volte orizzontalmente per indicare, con tutta probabilità, un evento esplosivo, per poi, infine, appoggiarla a palmo aperto sul petto di Adinolfi così come desumibile parzialmente dagli estratti dei relativi fotogrammi di seguito riportati”.
Al momento tutto quello che Graviano ha detto deve essere ancora provato e l’ipotesi di accusa che tira in ballo l’ex presidente del consiglio e il co fondatore di Forza Italia Marcello dell’Utri è ancora da dimostrare.
Già la difesa dell’ex senatore di Forza Italia nel marzo 2018 al processo Trattativa (concluso in appello con l’assoluzione di quest’ultimo) aveva contestato la lettura della Dia. Per l’avvocato Giuseppe Di Peri, Graviano non avrebbe mai pronunciato il nome di Berlusconi. Tuttavia le dichiarazioni di Graviano davanti ai pm di Firenze pesano come macigni e a questo carico ora si aggiunge anche l’informativa della Dia del 2018.

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