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I tentativi di sviare le inchieste sono tuttora in corso. Prima di andare in pensione ho trasmesso una relazione sulle mie ultime indagini. Tocca a chi resta accertare la parte di verità rimasta celata

Ho vissuto la mia esperienza in magistratura in un’epoca tragica della storia d’Italia segnata da una sequenza ininterrotta di omicidi politici e di stragi che non ha uguali in nessun altro Paese europeo di democrazia avanzata, e che ha falcidiato tante vittime innocenti insieme ad alcuni degli uomini migliori del nostro Paese. Decisi di trasferirmi a Palermo nel 1988 perché in quel tempo era una trincea avanzata ove era in corso un corpo a corpo tra una esigua avanguardia di uomini dello Stato che si stavano spingendo laddove nessuno aveva mai osato, e poteri criminali – di cui la mafia militare era solo la componente più visibile e appariscente – che reagivano con furia omicida e con sotterranee manovre di Palazzo per fermarli. Ho avuto l’onore di lavorare con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di essere testimone del loro progressivo isolamento e della loro discesa agli inferi senza ritorno. Dopo che Falcone decise di andare via da Palermo perché gli veniva impedito di svolgere le indagini sui livelli dei poteri criminali superiori alla mafia militare, che egli aveva individuato e che non a caso aveva definito “menti raffinatissime”, coniando l’espressione “gioco grande” per definire l’occulto gioco di potere che si celava dietro tanti delitti eccellenti, decisi di andare via dalla Procura di Palermo e feci domanda di trasferimento in altro ufficio. Con Falcone ci rivedemmo a Roma poco prima della strage di Capaci, mi confidò che riteneva di avere buone probabilità di essere nominato Procuratore nazionale antimafia e mi invitò a presentare domanda per la Procura nazionale, dicendomi che avremmo potuto finalmente svolgere le indagini che sino ad allora gli erano state impedite.

Dopo la strage di via D’Amelio, decisi di revocare la domanda di trasferimento e redassi un documento che fu sottoscritto da altri sette sostituti procuratori, con il quale minacciavamo di dare le dimissioni se non veniva trasferito il Procuratore capo che aveva emarginato prima Falcone e poi Borsellino. Il Csm aprì una inchiesta convocando tutti i magistrati dell’ufficio. Nel corso della mia audizione del 29 luglio 1992, raccontai con dettagli come e perché Falcone e Borsellino erano stati ridotti all’impotenza. Ho appreso anni dopo che, ciononostante, si stava formando una maggioranza favorevole a mantenere al suo posto il Procuratore Capo, con conseguenze negative per i “ribelli”, come venimmo definiti. La situazione si sbloccò a nostro favore perché quel Procuratore decise all’improvviso di fare domanda di trasferimento. Credo che abbia svolto un ruolo importante l’imponente mobilitazione della società civile. Migliaia e migliaia di persone che scesero in piazza per chiedere giustizia e che gridavano parole di sdegno furono il segnale che non si poteva tirare oltre la corda, restaurando il passato. Iniziò così una corsa contro il tempo. Sapevamo che si preparavano altri omicidi e altre stragi. Si lavorava giorno e notte per raccogliere prove sufficienti per individuare e neutralizzare con ordini di cattura i mafiosi stragisti più pericolosi, togliendoli dalla strada. Contemporaneamente iniziammo a svolgere con il nuovo Procuratore Gian Carlo Caselli le indagini che Falcone e Borsellino, e prima di loro Rocco Chinnici e altri valorosi magistrati, non avevano avuto la possibilità di svolgere e che avevano segnato la loro via crucis. La stagione degli intoccabili sembrava finita. I collaboratori di giustizia iniziarono a rivelare tutto ciò che avevano sempre taciuto per timore di rappresaglie da parte di un sistema di potere che sino ad allora era apparso invincibile e che in quella fase sembrava stesse collassando.


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© Shobha


Furono sottoposti a giudizio presidenti del Consiglio, ministri, vertici dei Servizi segreti e delle Forze di Polizia, alti magistrati, uno stuolo di uomini politici nazionali e regionali, di imprenditori, taluni dei quali a capo di holding nazionali con proiezioni internazionali, di banchieri e via elencando. La reazione non si fece attendere. A poco a poco, in modi e in tempi diversi, i principali protagonisti di quella stagione fummo progressivamente esclusi dalle indagini più scottanti e dalla possibilità di accedere a incarichi direttivi operativi ritenuti strategici. Per Caselli fu addirittura varato nel 2005 un emendamento ad hoc alla legge delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario (dichiarato poi incostituzionale) per impedirgli di fare domanda per il posto di Procuratore nazionale antimafia. Quando io a mia volta nel 2012 manifestai l’intenzione di presentare domanda per quel posto che di lì a poco si sarebbe reso vacante, mi sentii dire che non avevo alcuna speranza perché ero un magistrato “troppo caratterizzato”. Un componente del Csm, tra il serio e il faceto, mi disse: “Non possiamo nominare una sorta di Che Guevara in un posto simile!”. Nonostante ciò, non ho mai smesso di proseguire le indagini sul complesso progetto di destabilizzazione politica sotteso alle stragi del 1992/1993 e sui mandanti occulti, che avevamo iniziato alla Procura di Palermo nel 1996 con il processo “Sistemi Criminali”. Da Procuratore Generale di Caltanissetta mi sono occupato della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, approfondendo la conoscenza di tutti gli atti di quella complessa indagine. Da Procuratore Generale di Palermo ho partecipato dal maggio 2019 a riunioni di coordinamento con tutte le Procure distrettuali competenti per i processi sulle stragi, a seguito di indagini svolte dal mio ufficio per l’omicidio di un agente della Polizia di Stato che aveva scoperto collusioni tra mafiosi e settori dei Servizi segreti.

Ho così avuto la possibilità di comprendere che le stragi del 1992 e del 1993 non appartengono al passato, ma sono ancora tra noi in tanti modi. Le indagini su queste stragi sono state caratterizzate da una serie impressionante di depistaggi realizzati mediante la sottrazione di documenti essenziali, la creazione di false piste, l’eliminazione di mafiosi depositari di segreti scottanti poco prima che iniziassero a collaborare con la magistratura, e altro ancora. È stato fatto di tutto e di più per impedire che venissero alla luce verità indicibili. Il fatto che i tentativi di depistaggio si siano ripetuti sino a tempi recenti e siano ancora in corso, dimostra la pericolosa e attuale operatività di chi ha timore che quei segreti possano ancora venire alla luce. Prima di andare via, ho trasmesso una relazione sulle ultime indagini che ho svolto in questo campo. Chiudendo la porta alle mie spalle, sentivo di avere compiuto il mio dovere sino all’ultimo giorno della mia carriera. Ora tocca a chi resta proseguire il difficile compito di accertare la parte di verità rimasta sino a oggi celata, e di rendere piena giustizia a chi ha sacrificato la propria vita per difendere la nostra democrazia.

Tratto da:
ilfattoquotidiano.it

Foto di copertina © Imagoeconomica

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