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Da oggi la banca svizzera Credit Suisse sarà chiamata a rispondere davanti al Tribunale penale federale (TPF) dei suoi presunti legami con la mafia bulgara, attiva nel traffico di cocaina internazionale e nel riciclaggio di denaro.
Secondo gli inquirenti, infatti, il dispositivo antiriciclaggio dell'istituto di credito elvetico "presentava molteplici carenze" ed era caratterizzato da un'assenza di controlli e da un sistema di compliance "inefficiente" e "superficiale".
Si tratta della conclusione di un fascicolo svizzero di un'inchiesta di 15 anni che ha avuto ramificazioni anche in Bulgaria, Italia, Romania, Spagna e Portogallo.
Sul banco degli imputati sono finiti, oltre alla banca, diverse persone collegate alla rete criminale con a capo il trafficante della droga bulgaro Evelin Banev. Tra i quali un consulente finanziario, un ex lottatore bulgaro, un ex dipendente della Julius Bär e l’ex impiegata della Credit Suisse. Le gravi accuse mosse nei confronti dei possibili faccendieri della criminalità bulgara sono di partecipazione ad un’organizzazione criminale, riciclaggio di denaro qualificato e falsità in documenti.
Secondo l'accusa, solo presso questa banca, Banev sarebbe riuscito a far aprire 84 conti e otto cassette di sicurezza. Inoltre, presso la sede di Zurigo della seconda banca elvetica, avrebbe riciclato più di 146 milioni di franchi (circa 137 milioni di euro) in quattro anni, una parte dei quali depositati in contanti.
Ovviamente la banca ha respinto completamente le accuse definendole “inconsistenti” e sostenendo la totale innocenza della sua funzionaria.
Quest'ultima, secondo le oltre 600 pagine degli atti d’accusa depositati dalla procura federale, avrebbe permesso di effettuare delle operazioni finanziarie alla criminalità organizzata, omettendo i chiari indizi sulla fonte illecita dei fondi e non seguendo così l’iter procedurale richiesto dalle norme antiriciclaggio.


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Il boss bulgaro, Evelin Banev (Ufficio stampa Ros)


Le banche infiltrate dalla criminalità organizzata
Ma come sarebbe avvenuto questo contatto?
Evelin Banev, detto “Brendo”, è un boss della malavita organizzata che ha gestito un immenso sistema finanziario, dove attraverso conti in diversi paradisi fiscali riusciva a ripulire i proventi del traffico di droga investendoli in attività immobiliari e nel commercio di auto di lusso.
Secondo gli inquirenti Banev, in collaborazione con la ‘ndrangheta radicata in Piemonte e collegata al clan dei Bellocco di Rosarno, sarebbe riuscito a far entrare in Europa decine e decine di tonnellate di cocaina provenienti dal Sud America. Condannato per omicidio, traffico internazionale di droga e riciclaggio di denaro sporco, è stato catturato lo scorso 10 settembre a Kiev dopo diversi anni di latitanza.
Con l'aiuto della banca e degli altri imputati, riferisce l'agenzia Keystone-Ats, l'organizzazione di Banev avrebbe riciclato parte dei proventi dell'attività. Si parla di più di 70 milioni di franchi in un periodo fra il 2004 e il 2007. Nei due atti d'accusa si presume che i guadagni per tonnellata di cocaina ammontassero a 30 milioni di euro.
All'istituto zurighese viene contestata la responsabilità di non aver preso tutte le precauzioni organizzative necessarie per evitare che fondi di origine criminale fossero depositati su conti aperti da persone vicine a Banev. Tra queste vi sono i due co-imputati bulgari: il consulente finanziario del boss e un ex lottatore basato in Vallese. Entrambi sono accusati di riciclaggio di denaro qualificato e partecipazione a un'organizzazione criminale.
Sempre secondo l'accusa la ex dipendente di Credit Suisse, a sua volta accusata di riciclaggio di denaro qualificato, avrebbe gestito i conti aperti per il clan di Banev.


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© Imagoeconomica


Non solo, la donna, nata in Bulgaria, avrebbe totalmente ignorato le forti indicazioni di origine criminale dei soldi.
L'ultimo soggetto finito sotto accusa, in base a quanto ricostruito, è un amico del consulente finanziario di Banev. Da stipendiato di Julius Bär, avrebbe aperto due conti per le società fantasma del criminale e uno per il suo collaboratore. Quando la banca per cui lavorava si è rifiutata di continuare queste relazioni, l'uomo si sarebbe dimesso, mettendosi al servizio della rete bulgara.
Addirittura vi sarebbero stati anche degli incontri personali con Banev. E successivamente avrebbe creato una holding di diritto svizzero per gestire le società off-shore del boss. L'ex banchiere, al quale sono ora rimproverati i reati di riciclaggio di denaro qualificato, sostegno a un'organizzazione criminale e falsità in documenti, è poi stato scaricato dai bulgari quando la magistratura ha cominciato a interessarsi a Banev.
L'inchiesta svizzera è stata avviata nel 2008 dopo che l'anno prima da Sofia era pervenuta una richiesta di assistenza giudiziaria.
Quello dei sistemi di riciclaggio è sicuramente uno degli aspetti più importanti che vanno approfonditi sul piano del contrasto contro le criminalità organizzate.
Ed anche l'Italia ha il suo bel da fare.
Una delle inchieste più recenti ha avuto come protagonista Roberto Recordare, imprenditore titolare di una società informatica di Palmi, che secondo un’informativa depositata agli atti del processo “Euphemos” avrebbe gestito fondi per 500 miliardi di euro per conto delle famiglie mafiose calabresi, siciliane e campane.
Dalle intercettazioni emergeva che l’imprenditore si sarebbe avvalso di un “suo uomo”, un tecnico della Deutsche Bank, per portare a termine quello che, secondo gli inquirenti sarebbe un complesso piano di maxiriciclaggio internazionale. E sul punto si stanno effettuando ancora tutti gli accertamenti del caso.


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L'imprenditore Roberto Recordare


Allarme fondi illeciti nelle banche
Resta comunque il dato per cui l’impiego dei fondi illeciti da parte delle banche nelle proprie attività è una pratica ormai consolidata e sta minando l’equilibrio dell’economia mondiale. Le più grandi istituzioni finanziarie internazionali hanno operato per anni in nome della mafia, di narcotrafficanti, terroristi, evasori fiscali, dittatori e criminali di ogni genere. Nel 2012 la HSBC, colosso finanziario europeo, ha riciclato 881 milioni di dollari provenienti dai cartelli della droga latino-americani. La Wachovia Bank si è spinta oltre, riciclando 378 miliardi di dollari provenienti dal traffico di droga. A farla da padrona però è la Deutsche Bank che oltre ad essere implicata nel metodo Recordare ha fatto passare attraverso una propria filiale statunitense 150 miliardi di dollari di fondi sospetti. Inoltre è accusata di aver riciclato circa 1.300 miliardi di dollari secondo quanto emerso dai FinCen Files (rapporti di attività sospette segnalate dalle banche) dell’inchiesta pubblicata da BuzzFeed News. Il volume d’affari delle transazioni criminali ammonterebbe a più di 2.000 miliardi secondo le analisi dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ). Nei documenti segreti del governo Usa tra gli altri è apparso anche il nome della JP Morgan, la più grande banca statunitense che è sospettata di aver riciclato circa 514 miliardi di dollari.
Dietro alle sbarre non vi è nemmeno l’ombra dei colletti bianchi indagati come responsabili di queste attività criminose. I banchieri, mossi unicamente dal profitto stanno prendendo sempre di più il volto mafioso, rendendo l’economia legale permeabile all’infiltrazione della criminalità organizzata.


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L'ex direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla droga e al crimine, Antonio Maria Costa © Imagoeconomica


È stato accertato che per anni le banche hanno immesso nel sistema finanziario ed economico mondiale i soldi provenienti dalle peggiori attività criminali, fino al punto che oggi è quasi impossibile distinguere l’economia legale da quella illegale, dove una è dipendente dell’altra. Basti pensare che, stando alle dichiarazioni di Antonio Maria Costa, ex direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla droga e al crimine (Unodc), gli introiti delle organizzazioni criminali sono stati impiegati per evitare il fallimento di alcuni istituti finanziari durante la crisi mondiale dei sub-prime scoppiata nel 2008. Come possiamo essere sicuri, ad esempio, che i titoli di stato italiani non vengano acquistati con i fondi gestiti dalla criminalità organizzata, e che quindi non siamo indebitati con le mafie? Con le liberalizzazioni e le deregolamentazioni che hanno colpito l’economia e la finanza mondiale negli ultimi decenni si è arrivati a mettere in quarantena la democrazia e lo Stato come garante del benessere collettivo, lasciando il popolo alla mercé dei mercati. I quali come abbiamo visto sono il luogo d’incontro tra imprenditori, criminali, operatori finanziari che collaborano per raggiungere i propri interessi economici. E sono gli stessi mercati che hanno causato le crisi economico-finanziarie imponendo poi come soluzione le riforme di macelleria sociale dettate dall’austerità. Abbiamo perso la cultura pubblica, il senso dello Stato e abbiamo spalancato la porta di Palazzo Chigi al mercato finendo nelle mani degli speculatori internazionali.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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