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"Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario"

La rilevanza sociale del diritto all’informazione e del diritto alla verità delle vittime di gravi reati rischia di essere offuscata da un sistema che impedisce di spiegare ai cittadini l’importanza dell’azione giudiziaria nei territori controllati dalle mafie, rendendo molto più difficile creare quel clima di fiducia che consente alle vittime di rompere il velo dell’omertà. Ma il mio timore è anche un altro: sembra quasi che non parlandone, la 'Ndrangheta e Cosa Nostra non esistano. Ma non è così, e io ho molta paura che di questo ‘silenzio stampa’ le mafie ne approfitteranno, perché le mafie da sempre proliferano nel silenzio. Se la 'Ndrangheta oggi è la mafia più potente è perché per anni non se ne è parlato”.
Non lasciano dubbi le parole del procuratore Capo di Catanzaro Nicola Gratteri rilasciate in un intervista de ‘Il Fatto Quotidiano’ in merito alla legge sulla presunzione di innocenza fortemente voluta da Enrico Costa, deputato di Azione, che sostanzialmente vieta ai pm e alla  polizia giudiziaria di ‘indicare come colpevole’ l’indagato o l’imputato fino a sentenza definitiva e impone ai procuratori di parlare con la stampa solo tramite comunicati ufficiali i quali a loro volta potranno essere emessi solo se sono presenti ‘rilevanti questioni di interesse pubblico’.
La legge di fatto riduce al silenzio la pubblica accusa e scarta il principio di offensività del reato, anch’esso di rilevanza costituzionale.
A parlare di ciò che è successo rimarranno solo gli avvocati e i privati. Magari in televisione com’è accaduto per il figlio di Totò Riina. “Non vi è alcuna disciplina della comunicazione delle parti private - ha detto Gratteri - che restano libere di esprimere qualsiasi contenuto, anche non rappresentativo della realtà. Non vi è alcun controllo delle forme di comunicazione diffuse sui social o in tv, con la conseguenza che tutti gli strumenti di comunicazione diversi da quella istituzionale (di rilevanza sociale) trovano uno spazio più ampio e incontrollato, a scapito della verità e dell’informazione” con conseguenti “danni collaterali inimmaginabili”. Anche il consigliere togato del Csm Nino Di Matteo aveva parlato dell’impossibilità “per l'autorità pubblica, non soltanto per i magistrati, di informare su quanto non è più coperto dal segreto. Possono informare soltanto le parti private, possono informare i parenti, com'è avvenuto per Riina e Provenzano, su quello che secondo loro è emerso dalle indagini. Non lo potrà fare più il procuratore della repubblica, il questore o l'ufficiale dei carabinieri". Secondo il consigliere togato l'applicazione del decreto legislativo "conduce ad una sorta di silenzio pubblico prima di una sentenza passata in via definitiva. Per me questa è una svolta illiberale". Inoltre tale legge non fa differenza tra ‘persona comune’ e ‘personaggio pubblico’, di conseguenza se un amministratore pubblico, o un rappresentate di un partito politico, o addirittura un’alta carica istituzionale dovesse essere indagata, per una qualsivoglia tipologia di reato, il cittadino ne rimarrebbe all’oscuro. È giusto che non si sappia praticamente nulla fino a sentenza definitiva? “Proprio in relazione a queste tipologie di reati - ha detto il procuratore di Catanzaro - (da parte di amministratori, politici, imprenditori), la censura della comunicazione istituzionale finisce per diventare un vero e proprio vulnus al meccanismo virtuoso che si innesca a fronte di attività giudiziarie che, opportunamente comunicate, fanno sì che altri trovino il coraggio di denunciare”.
Gratteri ha ricordato che già esiste l’articolo 27 della costituzione che prevede già la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio “come valore primario da preservare”.
Ma al legislatore italiano a cui tanto piace il mantra ‘c’è lo chiede l’Europa’ ha colto l’occasione per limitare “fortemente la comunicazione istituzionale, che viene sostanzialmente vulnerata, a scapito del diritto di informazione dei cittadini e, se possibile, addirittura degli stessi imputati”.  “La direttiva europea - ha poi aggiunto - recepita dal legislatore italiano con il d.lgls. 188/2021, era rivolta principalmente agli Stati di più recente ingresso nell’Unione europea, nei quali non erano presenti adeguati strumenti di tutela dell’imputato”. Ma l’Italia, giacchè ne dica l’Europa, non è un Paese come gli altri. E’ il Paese dove sono stati ben 28 i magistrati uccisi dai diversi poteri criminali, Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e terrorismo ed è il Paese dove c’è stato il periodo stragista, troppo spesso messo da parte come ‘roba vecchia’. “Bisognerebbe ricordare cosa è successo trenta anni fa” - ha concluso Gratteri - “riesce a immaginare una comunicazione istituzionale dell’arresto degli esecutori delle stragi, omissandone le generalità? Pochi giorni fa è stata celebrata la Giornata della Memoria. Faccio mia, indegnamente, una frase di Primo Levi: ‘Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario’”.
Alla fine dell’intervista il procuratore di Catanzaro rispondendo ad una domanda riferita alla riforma del Csm e della giustizia ha risposto di aver “apprezzato il discorso di Mattarella. Più volte ho detto che sono a favore di un sorteggio temperato dei membri togati del Csm. Del resto così si sono espressi anche molti colleghi votando un referendum indetto dall’Anm”.

Il commento di una politica che fa leggi autoassolutorie
“Il recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza, battaglia vinta da Enrico Costa, viene giudicata come un aiuto ai clan da parte di Gratteri. La Magistratura deve essere onnipotente e insindacabile. Caro Gratteri, neanche in URSS”. Questo è il commento del leader di Azione Carlo Calenda pubblicato sulla sua pagina Facebook. Ma se a suo dire una magistratura come quella italiana non esisteva “neanche in Urss”, allora si potrebbe dire che una certa classe politica (che oltretutto sposa il suo commento - giudizio) non si sarebbe potuta trovare neanche nel Terzo Reich. Al tempo infatti il propagandista per eccellenza Paul Joseph Goebbels usava una metodologia che per certi versi ricorda quella di Calenda e del suo partito: manipolava l’informazione per far credere alla ignara popolazione tedesca una cosa per un’altra. Oggi lo stesso modus operandi viene ripetuto - ovviamente senza l’uso della violenza, delle torture e dei lager - per cercare di delegittimare non solo il lavoro della magistratura, ma anche quello dei giornalisti. Evidentemente ad una certa politica non va bene che i cittadini vengano informati sui fatti inerenti alla mafia, alla corruzione, e ai rapporti delle classi dirigenti con la criminalità organizzata. Vorremmo ricordare inoltre che la magistratura avrà avuto le sue colpe, ma a differenza della politica le punizioni ci sono state e una pulizia interna è tutt’ora in corso. Cosa che in politica non è mai accaduta. "Ci sono settori delle nostre classi dirigenti che sono le più corrotte del mondo, aveva detto l'ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato - come ci dice la stessa Unione Europea, che sono state le più violente del mondo e che hanno impedito dalla strage di Portella della Ginestra fino alle stragi del 1992 - 93 di scoprire i mandanti delle stragi e che sono compromesse in modo sistematico con la criminalità organizzata. Non è che le classi dirigenti di altri Paesi siano tutte fiori di giglio, anzi. In Messico abbiamo una classe dirigente profondamente collusa con il narcotraffico e in Francia e in Spagna c'è la corruzione ma noi in Italia abbiamo un problema” ossia "abbiamo una Costituzione che garantisce indipendenza e autonomia alla magistratura e questa miscela tra classe dirigente dedita all'illegalità e indipendenza della magistratura è una miscela esplosiva che ha fatto entrare il nostro sistema in fibrillazione negli ultimi cinquant'anni a questa parte". A conti fatti ciò che spaventa la politica è proprio quell’indipendenza e quell’autonomia che la nostra Carta Costituzionale garantisce alla magistratura.

Foto © Imagoeconomica

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