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Il Riformista” intervista il Consigliere togato al Csm su Anm, politica e magistratura

Più di un quarto degli iscritti alla Anm è a favore dell’attuale sistema di elezione ed a ciò che ne consegue; poco meno di un quarto è apertamente contro il dominio delle correnti e vuole il sorteggio; e la metà è indifferente al problema, altrimenti sarebbe andata a votare. Inoltre, solo una minima parte dei votanti vorrebbe un sistema maggioritario che farebbe sparire le opposizioni e consegnerebbe tutti al governo assoluto delle oligarchie dei gruppi”. È così che il consigliere togato al Csm Sebastiano Ardita legge i risultati del referendum indetto lo scorso giovedì 27 gennaio dall’Anm. “Li leggo nel modo più semplice possibile”, rivela in un’intervista riportata stamane tra le pagine de “Il Riformista” rispondendo alle domande della giornalista Angela Stella.

La politica dovrebbe agire unicamente nell’interesse dei cittadini e dei valori costituzionali - continua Ardita -. Non c’era bisogno di guardare all’esito del referendum per capire che adottando il sistema maggioritario si aggraverebbe la situazione fino al parossismo. Non mi capacito di come possa essere venuto in mente di proporre il sistema maggioritario con collegi uninominali”. Parole forti e una presa di posizione netta quella di Ardita, che non ha paura di criticare anche la magistratura stessa quando necessario.

L’oggetto dell’intervista verte poi sul rapporto che c’è oggi tra magistratura e politica e come quest’ultima possa approfittare del momento di debolezza che la prima sta vivendo, soprattutto dopo lo scandalo Palamara. Una teoria “possibile”, dice il consigliere Ardita, dalla quale però si discosta un po’. Non se la sente, infatti, di avallare questa tesi in quanto “il primato della politica in una democrazia si giustifica nell’interesse dei cittadini”. “Il valore più importante è l’indipendenza dei magistrati che operano sul territorio rispetto alla politica ma non solo, anche rispetto al potere interno - prosegue il consigliere togato al Csm -. E non mi va di utilizzare come uno slogan il pericolo che la politica cattiva possa incidere sulla giustizia che invece funziona bene. Perché questo slogan è stato utilizzato anche per mantenere in vita il sistema delle correnti. Detto ciò, ho l’impressione che la politica in questo momento non sia in grado di fare nessuna riforma. Prova ne è l’incapacità di riformare il Csm in modo da scontentare i potentati interni alla magistratura”.

A proposito di riforme, Ardita si è poi espresso in merito a quelle avanzate dall’Unione Camere Penali - che chiede valutazioni di professionalità (tenendo presente anche gli esiti) e riforma dei fuori ruolo - ritenendole importanti. “In particolare, il problema dei fuori ruolo va affrontato in modo radicale - dice alla giornalista de “Il Riformista” -. Nelle funzioni non pertinenti alla giustizia andrebbe esclusa la possibilità del fuori ruolo, mentre in altri settori la presenza di magistrati si è rivelata indispensabile. Occorre però essere consapevoli che la cooptazione in ruoli di vertice per nomina politica potrebbe porre gli stessi problemi che pone l’impegno politico in sé. Per questi casi, anziché limitare nel tempo l’utilizzo dei magistrati che in certi settori è indispensabile, si potrebbe consentire loro di optare per rimanere definitivamente nei ranghi dell’amministrazione”.

Dopo aver dibattuto dello stato dell’arte su cui riversa il sistema carcerario e di come quest’ultimo necessita di più azioni - “aumento del ricorso alle misure alternative; evitare di usare il carcere come contenitore del disagio sociale; depenalizzare facendo della detenzione l’extrema ratio; investire su nuove strutture pensando ad una architettura che si presti al trattamento; ma soprattutto investire sul personale” - il consigliere Sebastiano Ardita si è anche espresso circa la riforma del processo penale. “Manca di una direzione chiara - afferma Ardita -, perché non incide né sull’efficacia né sulle garanzie, se non travolgendo a propria volta l’efficacia. Sarebbe stato forse possibile depenalizzare o agire sulle procedure, anziché porre dei tempi massimi di durata dei giudizi, senza porsi il problema delle ragioni per le quali i processi durano tanto”.

In conclusione, la giornalista Angela Stella ha chiesto un chiarimento al consigliere togato al Csm in merito all’intervento che lo stesso fece all’inaugurazione dell’Anno giudiziario facendo riferimento alla necessità di un “garantismo che parta dal basso, che riguardi i più deboli, che non si presti ad essere utilizzato da chi comanda nella dimensione del crimine mafioso, della grande finanza, o delle responsabilità pubbliche ed istituzionali

In tal senso, il consigliere Ardita ribadisce che “il richiamo al garantismo - che dovrebbe riguardare tutti - finisce per essere utilizzato solo a difesa dei soggetti più potenti”. “Ogni giorno migliaia di persone che vivono nel disagio infrangono la legge e per loro non c’è scampo. Se qualcuno dei responsabili della mala amministrazione che ha prodotto quel disagio è chiamato a risponderne si levano gli scudi”.

E ancora: “Il mio richiamo al garantismo riguardava più in generale le fondamenta stesse della esperienza giuridica che ha come scopo l’inclusione e la pace sociale. Era un modo per dire che la giustizia non può essere materia di potere o terreno di scontro. E che il suo scopo non è colpire qualcuno, né il suo esercizio deve essere condizionato dai media o dai poteri forti. Ecco perché bisogna difendere l’indipendenza dei magistrati, di coloro che rischiano per aver portato alla luce verità scomode sui potenti o per avere avuto il coraggio di assolvere o di scarcerare quando la piazza chiede giustizia sommaria, come nel caso del gip di Verbania”, risponde Sebastiano Ardita alla giornalista Angela Stella. Tutto ciò, “senza scendere nel merito giudiziario delle questioni. Un autogoverno sganciato dalla gestione del potere e dal condizionamento delle correnti riuscirebbe meglio in questo scopo”.

Foto © Davide de Bari

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