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La storia di Yahaya Sharif-Aminu rappresenta cosa è diventata la giustizia in questa società. Lui, un ragazzo di 23 anni che vive nello Stato di Kano nel nord della Nigeria, nel febbraio 2020 ha scritto una canzone che è stata considerata blasfema nei confronti di Maometto perché “sembrava” esprimere ammirazione per un imam della confraternita musulmana di Tijaniya, originaria del Senegal. A decretarne la morte non sono state le autorità del posto, ma il popolo. La storia si ripete ormai da diverso tempo. Prima hanno fatto irruzione nella sua casa, incendiandola e costringendo la sua famiglia a fuggire, poi lo hanno denunciato alle autorità. Yahaya Sharif è stato arrestato, citato in giudizio davanti all’Alta Corte della Shari’a a Kano e condannato poi a morte per blasfemia mentre chi ha distrutto la sua vita è rimasto impunito. Il mondo occidentale non è esente da ciò che è accaduto poiché noi non siamo per nulla diversi da costoro. L'uomo è disposto a condannare a morte un suo simile in nome di una fede religiosa, per un orientamento sessuale diverso, per il colore della sua pelle, o anche solo per uno sguardo o una parola “non giusta”. Allo stesso tempo il popolo assolve con la stessa facilità e con formula piena criminali mafiosi, dittatori, stupratori, trafficanti di droga, venditori di armi, puttanieri e trafficanti di esseri umani, anzi, a volte vorrebbe essere come loro.
A memoria d’uomo non si è mai visto il popolo sfondare le porte dei palazzi del potere e cacciare i corrotti. Mai. Non si è mai visto il popolo bruciare le fabbriche di armi, protestare affinchè che le Chiese venissero usate per accogliere gli ultimi e pretendere che, finalmente, la ricchezza non sia solo nelle mani di pochi ma di molti. No, il popolo non vuole la giustizia, il popolo vuole che  Yahaya Sharif-Aminu, e altri come lui vengano condannati a morte, perché hanno osato, con l’arte, scrollare dalle spalle di questo mondo il puzzo di una società morente.
Forse per il giovane un po’ di speranza rimane: una Corte d’Appello della Nigeria ha annullato, almeno temporaneamente, la condanna a morte poiché durante il primo processo Yahaya era stato privato di ogni assistenza legale. Ora non resta che attendere l’esito. In qualunque caso, saremo stati noi a volerlo morto. Buona fortuna Yahaya!

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