È quando incontri un uomo come Sebastiano Ardita che la fiducia nella giustizia italiana ti sembra ben riposta. Magistrato, componente del Csm, è una delle personalità di maggior spicco nella lotta contro la criminalità organizzata di tipo mafioso. Da buon siciliano è molto legato alla sua terra. In particolare alla sua Catania, sfondo e contesto dei suoi libri, tra cui Catania Bene, Cosa Nostra S.p.A, solo per citarne un paio.
Uomo trasparente nella vita e nel mestiere, qualità non sempre riconoscibile nella sfera della magistratura, dello Stato. Per non dire della politica.
Di buon mattino, mentre il traffico delle vie catanesi fa da sottofondo, lo incontriamo per una chiacchierata. Così davanti ad un caffè Ardita si racconta: dagli inizi della sua carriera sino ad arrivare alla criminalità minorile molto diffusa (ahimè) sul nostro territorio.
Riavvolgiamo il nastro.

C’è stato un preciso momento o un avvenimento che l’ha spinta a pensare: «Questo è ciò che voglio fare nella vita»
«Nella vita professionale avvengono dei fatti e degli incontri che danno una nuova linfa, una nuova luce. Appena laureato, ho fatto subito domanda quando è uscito il primo concorso in magistratura. Sono stato immesso in servizio nel 1991. Ciò che accadde l’anno dopo è noto a tutti. Quegli anni sono stati segnati da avvenimenti importanti tra cui le (purtroppo) celebri stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Lì ho capito che bisognava scendere in campo e svolgere il proprio ruolo. Per quanto riguarda le persone, ho avuto modo di conoscere splendide figure di magistrati che hanno manifestato un impegno instancabile. Alcuni di questi erano colleghi con cui ho mosso i primi passi, altri ancora sono stati quasi dei tutor, di maggiore esperienza. Una delle figure più rilevanti, è stato senza ombra di dubbio, Gianbattista Scidà, un punto di riferimento importante per me e per molti».

Sin dagli inizi della sua carriera lei ha lottato in prima linea contro la criminalità organizzata. Certamente il suo mestiere la espone a dei rischi, che tuttavia non l’hanno mai fermata. Com’è cambiata la sua vita? Le è mai capitato di ricevere minacce o di temere per via del suo mestiere?
«I primi due anni di funzione sono stati tutt’altro che felici (circa 100 morti ammazzati all’anno). Ricordo il mio primo turno estivo, ci furono numerosi morti, tant’è che feci otto sopralluoghi in sette giorni. È stata un’esperienza molto forte. La morte violenta era un fenomeno che guardavamo in faccia ogni giorno. Abbiamo temuto anche per la nostra categoria, ma facendo questo mestiere inevitabilmente ti esponi a dei rischi. Sapevo bene poi, che nel mondo della criminalità organizzata, raramente vengono formulate minacce di tipo tradizionale, i mafiosi ti fanno capire che sei in pericolo in modo diverso. Sanno che per svolgere un mestiere del genere devi essere molto determinato, è quindi inutile fare minacce. Ma esistono segnali diversi. Per esempio, mi è capitato di ricevere delle lettere anonime, che tuttavia non ho mai attribuito a Cosa Nostra, in base alla mia esperienza. Un avvenimento grave che ricordo è stato un attentato avvenuto il I Aprile del 2004; venne mandato un pacco con una bomba innescata, idonea a uccidere, indirizzato a me. Quello che la Polizia ha accertato è che si trattava con ogni probabilità di ordigni mandati da gruppi anarchici, ma i cui autori sono rimasti ignoti».

Pensa mai di aver rinunciato a qualcosa a causa del suo lavoro?
«Penso di condurre una vita normale, certamente tante cose cambiano. Sicuramente tutti sacrifichiamo qualcosa ma penso proprio che alla fine, ne sia valsa la pena».


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I consiglieri togati, Sebastiano Ardita a sinistra e Nino Di Matteo a destra, all'uscita del Quirinale © Imagoeconomica


Oltre alla giustizia, una forte passione che fra l’altro ci unisce è quella per la scrittura. Lei è autore di diversi libri. In Cosa Nostra S.p.a, a un certo punto, racconta di un interrogatorio a un giovane killer della mafia e descrive la sua cieca obbedienza al clan. Parla di un fondamento pseudo religioso della mafia, che intente?
«Mi sono convinto nel corso degli anni, cercando di studiare il fenomeno dal punto di vista anche umano, sociologico e psicologico che le forme di adesione a progetti criminali, prima ancora sono forme di adesione a contesti relazionali.
Per compiere determinati gesti, devi nutrire una forte motivazione, e per farlo devi credere in qualcosa. Quindi vi è sicuramente una base fideistica, sia pure soltanto il rifiuto nelle convenzioni sociali. Nella mafia si aderisce a un modello basato su un malinteso senso della fedeltà, dell’obbedienza e dell’onore collegato alle azioni criminali da compiere in adesione al vincolo associativo. Io credo che ci sia tutto questo alla base».

La mafia nuova è una mafia «diversa». In che termini?
«Sicuramente è una mafia che si traveste, che investe nei soldi guadagnati negli anni precedenti, superando le sue vocazioni criminali del passato. Per anni abbiamo conosciuto la mafia che spara. Credo che ci sia una necessità di individuare gli untori del male ma non dobbiamo dimenticare che il disagio e la povertà sono spesso, le condizione di base, da cui può scaturire un reato».

Il binomio mafia-politica è oggetto di numerosi dibattiti. Approfondisce meglio il tema in “Ricatto allo Stato”, in cui si legge che il 41 bis sia diventato quasi oggetto di ricatto di Cosa Nostra allo Stato. E lo Stato si piega alle minacce della mafia.
«Questo la storia ce lo insegna. Nel 1993 sono stati tolti 334 41-bis ai detenuti. Di fronte alla violenza cieca del ‘93, la risposta è stata quella, come anche la chiusura delle Isole, pensiamo all’Asinara».

Anche Gela, è nota per le tristi vicende di mafia e per una faida che ha lastricato di sangue le strade tra il 1987 e il 1991.
«Gela è stata storicamente nota, soprattutto per la sua criminalità minorile. Il disagio dei bambini abbandonati rappresentò un punto di non ritorno. I minori sono stati, purtroppo, carburante della criminalità, ma dietro si celava il disagio delle famiglie, la povertà della gente, la cattiva amministrazione della cosa pubblica».

Qualche giorno fa ho ascoltato alcune dichiarazioni rese da diversi pentiti. Raccontavano di come, dopo aver commesso crimini atroci, aiutassero le parrocchie e i più bisognosi. Come può esistere in un uomo una tale contraddizione?
«Non si tratta di una contraddizione, non sono due persone diverse. Il mafioso opera per il male, allo stesso tempo sente il fascino delle convenzioni. Queste dicono che una persona perbene debba andare a messa? Il mafioso ci va. Dicono che bisogna dare qualche spicciolo ai più poveri? Il mafioso lo fa. Non c’è una contraddizione, lui opera comunque per il male. Dobbiamo capire che il bene e il male esistono da sempre, l’importante è capire e scegliere, soprattutto, da che parte stare».
Parole semplici dietro le quali si cela una preziosa verità.
In una società come la nostra che spesso ci offre uno scenario insito di corruzione, raccomandazioni, favori e influenze più o meno lecite, occorre fare la differenza, agire per il bene di ciascuno e non nascondere la testa sotto terra.
Ecco che, per i giovani, diventa sempre più importante volgere lo sguardo verso figure che fanno meno rumore di altre, ma che con umiltà e sacrificio hanno raggiunto importanti traguardi.
E di questo il dottor Ardita è un esempio.
(15 Gennaio 2022)

Tratto da: today24.info

Foto di copertina © Davide de Bari

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