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La Procura di Firenze, con il Procuratore aggiunto Tescaroli, indaga su larga scala

Lo scorso dicembre la procura di Firenze ha chiuso l'inchiesta su reati fallimentari e tributari che lo scorso luglio aveva portato all'arresto di 24 imprenditori cinesi, finiti ai domiciliari, e di cinque professionisti di uno studio associato con sede a Sesto Fiorentino (in Provincia di Firenze), raggiunti da misura di custodia cautelare in carcere. 
In tutto sono 43 le persone indagate. 
Gli imprenditori sono considerati dagli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Luca Tescaroli e dal pm Fabio Di Vizio, i titolari di fatto di oltre 80 aziende operanti nel settore della produzione di articoli di pelletteria che, attraverso il cosiddetto meccanismo 'apri e chiudi' (cioè ditte che scompaiono per poi rinascere sotto altre vesti nei medesimi luoghi tramite prestanome), si sottraevano sistematicamente al pagamento delle imposte. 
Durante le indagini era emerso che le ditte, create ad hoc, adempievano formalmente agli obblighi dichiarativi sia fiscali che contributivi, ma maturavano consistenti debiti verso l'erario che poi non saldavano, e avevano un ciclo di vita molto breve, in media tre anni, in modo da eludere il sistema dei controlli.
A raccontare questo sistema di "scatole cinesi" è stato oggi l'Espresso con un lungo articolo in cui si evidenzia come questo filone investigativo abbia, di fatto, aperto a ulteriori approfondimenti. 

Il Primo Livello
Il primo livello, per l'appunto, è quello che gli investitori hanno scoperto quando la Guardia di Finanza ha scoperto l'esistenza di 1700 partite Iva ed Srl intestate a cinesi, inserite in un meccanismo illegale di produzione di borse e vestiti. E l'inchiesta di Tescaroli, dunque, sta facendo emergere "un fenomeno economico criminale di notevole ampiezza con una importante appendice che riguarda le grandi griffe". 
L'Espresso da qualche tempo racconta questa storia di dazi doganali non pagati, lavoratori in nero e prezzi concorrenziali di acquisto all'ingrosso. 
La formula imprenditoriale "apri e chiudi" è un sistema che tra imposte e contributi non versati ed Iva evasa, comporta altissimi debiti al nostro erario. 


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Il procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli © Paolo Bassani


E dalle carte recuperare dai commercialisti a Sesto Fiorentino sono state accertate evasioni di 14 milioni di euro. Numeri che possono anche essere più alti.
Quel meccanismo viene svelato grazie alla testimonianza di uno degli "imprenditori fantasma" che alle Fiamme Gialle ha raccontato: "Avendo bisogno di rinnovare permesso di soggiorno, mi sono rivolto a un mio conoscente chiedendogli di assumermi. Lui mi disse che non poteva, tuttavia mi consigliò di aprire una ditta e così lavorando in proprio avrei superato il problema. Il mio conoscente mi disse di rivolgermi allo studio Venezia a Sesto Fiorentino. Lì ho parlato con una signora cinese che faceva da interprete.
Dopo questo incontro, il commercialista mi ha aperto la ditta. Ho fatto presente che io non avevo laboratori, né dipendenti. Lui mi ha detto che potevo aprirla mettendo l'indirizzo di casa. E che avrei dovuto emettere ogni tanto qualche fattura. In cambio avrei ricevuto dei pagamenti e i contanti li avrei dovuti riportare allo studio". 
Ecco il sistema. E' poi emerso il gioco di altri imprenditori cinesi, indebitati, che chiudevano le ditte. Aziende che venivano poi sostituite da altre, intestate a prestanomi spesso inconsapevoli, con i debiti della precedente che restavano inevasi. 

I soldi verso la Cina
Un altro filone investigativo che viene condotto dalla Procura di Firenze è quello che segue il flusso di denaro. E così è emerso che i soldi non restano in Italia, ma vengono riportati in Cina. Un dato certo nel momento in cui sono anche stati trovai camion che stavano attraversando la frontiera con "pacchi di denaro". 
Altra via, grazie a dipendenti compiacenti di filiali bancarie, è quella che porta il trasferimento di fondi verso istituti di credito di Stato cinesi. E' tramite questi flussi che il denaro, riciclato, torna in patria dall'Italia, creando così quella che gli inquirenti chiamano "desertificazione economica". 


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Il tribunale di Firenze © Imagoeconomica


La Filiera del Lusso 
Il terzo capitolo investigativo è quello che riguarda la produzione dei prodotti a bassissimo costo. E' in questo segmento che potrebbero rientrare anche i cosiddetti "mediatori" dei grandi marchi del lusso. L'Espresso fa riferimento ad una sorta di "pentito" che starebbe vuotando il sacco spiegando anche questo fronte che si struttura su un ampio livello internazionale. 
Ed i primi effetti ci sarebbero stati con diverse documentazioni sequestrate ad imprese intermediarie all'ingrosso che avevano rapporti con le aziende cinesi, finite nel mirino dell'evasione. 
Sono queste che hanno garantito ai grandi marchi del lusso "prezzi competitivi rispetto alle altre imprese italiane che da decenni rappresentano l'ossatura del manifatturiero in questo importante distretto". Quanto siano consapevoli i grandi marchi di questo giro non è dato al momento sapere. Su questo punto, del resto, l'indagine è solo al principio.

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