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Ripescato il vecchio verbale che fu rilasciato a Chelazzi. Inserito negli atti dell'inchiesta sui mandanti esterni

Quello dell'ex premier e pregiudicato Silvio Berlusconi è un nome che ritorna spesso in questi giorni. Non c'entra nulla la corsa al Quirinale e l'ipotetico scontro con Mario Draghi. La vicenda è di ben altro tenore: l'inchiesta sui mandanti esterni delle stragi del 1993 che lo vede iscritto nel registro degli indagati assieme al suo braccio destro, Marcello Dell'Utri (già condannato definitivo per concorso esterno in associazione mafiosa).
E il suo nome salta fuori anche in un vecchio verbale del collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino, massone ed esponente di spicco di Cosa Nostra, rilasciato ai pm Gabriele Chelazzi, morto nel 2003, e Pietro Grasso, attuale senatore, nel 1997. 
Dichiarazioni che per 24 anni e più non erano state portate a conoscenza del grande pubblico. Oggi il Fatto Quotidiano le ha riproposte, ricordando come le stesse furono valutate come "inutilizzabili" dal Gip di Caltanissetta, Giovan Battista Tona, che archiviò l’accusa contro Dell’Utri e Berlusconi per le stragi del 1992. 
In quel provvedimento, datato 2002, si ricordava come le affermazioni di Pennino fossero “de relato” e del tutto generiche. 
Ma cosa aveva dichiarato Pennino in questo verbale che oggi i procuratori aggiunti di Firenze Luca Tescaroli e Luca Turco hanno depositato agli atti a disposizione del Tribunale del Riesame di Firenze per difendere i sequestri effettuati nelle abitazioni di terzi soggetti non indagati, nell'ambito delle indagini sui mandanti esterni delle stragi? 
Fermo restando che la valenza penale del dichiarato di Pennino è tutta da dimostrare, Pennino disse a Chelazzi e a Grasso che nell'autunno del 1993 tale Giuseppe Marsala, un soggetto a suo dire mafioso della famiglia di Santa Maria del Gesù, parlò delle stragi "manifestando contrarietà e sconcerto perché le stragi avrebbero a suo dire segnato la fine di Cosa Nostra e, nuovamente, avrebbero fatto il gioco dei ‘colletti bianchi’”. Quindi questi avrebbe poi detto “che tutto quanto stava succedendo nasceva dal fatto che Craxi non era più in grado di avvalersi degli strumenti che precedentemente aveva potuto utilizzare (Pennino pensò che Marsala alludesse ai servizi segreti) e che allora erano stati Berlusconi e i Caltagirone che si erano rivolti a Cosa Nostra”. In un successivo interrogatorio Pennino precisò anche che il riferimento ad ‘i Caltagirone’ (non precisati e non indagati) non avevano nulla a che vedere con il noto editore del Messaggero. 
Rileggendo l'archiviazione nissena, si legge come il giudice indichi "l’impossibilità di escutere le fonti di esse, l’insussistenza di elementi per giungere a ricavare quali fossero le circostanze per cui Ciaccio e Marsala (i due soggetti da cui Pennino avrebbe raccolto le informazioni e che sono entrambi deceduti, ndr) potevano essere a conoscenza di tali fatti, la mancanza di elementi idonei a prefigurare in capo a costoro un ruolo criminale di tale levatura da accedere a queste informazioni". Ed è anche per questo motivo che sono "del tutto inutilizzabili le propalazioni in esame”.


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L'ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri


Al contempo, però, si dà atto che Marsala era stato "sottoposto a procedimento penale, ma poi prosciolto per favoreggiamento a beneficio di Bonura Luigi, all’epoca indagato per detenzione e spaccio di stupefacenti. Inoltre Marsala risultava avere contatti frequenti con il Sen. Vincenzo Inzerillo e con il Sen. Cerami, personaggi indicati da vari collaboratori di giustizia come interlocutori di esponenti di 'Cosa nostra'". 
Ma torniamo al dichiarato di Pennino. 
Sempre il Fatto Quotidiano riporta altri passaggi di verbale in cui il collaboratore di giustizia "chiarisce che non ricorda se Marsala parlando di Berlusconi e dei Caltagirone adoperò proprio il termine di ‘mandanti’ delle stragi, ma precisa che questo era comunque il senso della richiesta che, secondo quanto diceva Marsala, era arrivata a ‘Cosa Nostra’ da Berlusconi e dai Caltagirone. Aggiunge che alle stragi facevano da contropartita promesse di tipo politico, coordinate alle aspettative di ‘Cosa Nostra’ sia sul versante dell’interesse a che fossero modificate le normative speciali carcerarie sia sul versante degli interessi economici”. Il verbale quindi offriva altri elementi: “Pennino precisa che le stragi, di per sé, avevano la funzione di dare un messaggio agli ambienti imprenditoriali e a quelli politici - (…) all’epoca era in carica un “governo tecnico” (Ciampi, ndr) e quindi di transizione - perché nessuno pensasse che si poteva, senza costi, mutare la situazione e gli equilibri preesistenti (…). I rapporti tra Berlusconi e Dell’Utri e gli ambienti di ‘Cosa Nostra’ erano - prosegue il verbale - per così dire un fatto risaputo all’interno di ‘Cosa Nostra’ (…)”. Pennino riferiva poi di aver saputo che “tale Peppuccio Contorno, detto ‘il pelato’, genero del Citarda Matteo, ma al contempo vicino a Stefano Bontate e allo stesso Marsala Giuseppe, era stato un frequentatore della villa di Arcore di Berlusconi (…). Altro punto di collegamento tra Berlusconi e ambienti mafiosi era individuato nella persona di un mafioso di Brancaccio, un certo Mafara soprannominato ‘’U Chieccu’ (il balbuziente), che era stato durante la latitanza nella villa di Arcore e il cui fratello ‘Giovannello’ ebbe a offrire proprio a Pennino, in vendita, degli oggetti di pregio che asseritamente il fratello aveva preso ad Arcore”.
Nell'articolo si dà anche atto di alcuni omissis fino ad arrivare alla confidenza che avrebbe ricevuto da Giuseppe Ciaccio da lui definito “medico radiologo, con studio nei pressi del Politeama, uomo d’onore di una famiglia di un paese della provincia di Agrigento, nonché massone. Costui discutendo delle stragi, se non ricorda male, nella seconda metà del 1993, gli riferì che gli alti vertici della massoneria erano coinvolti nelle stragi avvenute in continente e che proprio Berlusconi, che faceva parte della Loggia P2, aveva avuto un ruolo di rilievo”. 


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Il procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli


Le indagini di approfondimento sul punto, al tempo, si interruppero in quanto Marsala si era suicidato nel 1997 e Ciaccio era morto tre anni prima, nel 1995. 
Certo è che Pennino è uno di quei soggetti che sa molte cose, proprio tenuto conto di questo suo ruolo all'interno della cosca di Brancaccio (era un uomo d'onore riservato e faceva parte della famiglia di Brancaccio ed era molto vicino ai Graviano), ma soprattutto all'esterno in virtù dei suoi altissimi legami con svariati ambienti.
Di recente è stato sentito a Reggio Calabria nell'ambito del processo Gotha. Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha riferito in merito alle dinamiche massoniche italiane degli anni '80. 
Ed è sempre Pennino, in un verbale del 2014 a raccontare dell'esistenza di una sorta di cupola invisibile rappresentata da mafiosi, politici, massoni e 007 deviati si riuniva per governare unitariamente Cosa nostra, ‘Ndrangheta e Camorra dagli anni ’80. "Mio zio Gioacchino Pennino - raccontava il pentito - mi confidò di essere stato latitante negli anni '60 ospite dei Nuvoletta nel napoletano. La cosa non deve sorprendere in quanto Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Sacra Corona Unita, sono da sempre unite fra loro. Sarebbe meglio dire sono una 'cosa sola'. - e poi aggiungeva - Da lì mio zio, come mi raccontò, si recava in Calabria dove, mi disse, aveva messo insieme massoni, 'Ndrangheta, servizi segreti, politici per fare affari e gestire il potere. Una sorta di comitato d'affari perenne e stabile". Dichiarazioni pesanti che Pennino potrebbe ripetere anche nel processo 'Ndrangheta stragista dove le difese hanno già chiesto di poterlo audire. 
Nel frattempo restano questi vecchi verbali e la sensazione sempre più ferma che dietro le stragi non è possibile parlare solo di mafia. 

Foto © Imagoeconomica

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