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Attesa ormai da settimane, fra poche ore sarà emessa la sentenza che stabilirà il destino del giornalista australiano Julian Assange, attualmente detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh.
Colpevole di aver svolto correttamente il suo ruolo di giornalista d’inchiesta, pubblicando documenti inerenti crimini di guerra statunitensi, Julian Assange rischia di essere estradato negli Stati Uniti d’America, dove potrebbe subire una condanna complessiva pari a 175 anni di carcere.

Nella sentenza di primo grado, emessa lo scorso 4 gennaio 2021, la giudice Vanessa Baraitser aveva accolto tutti i punti dell’accusa statunitense contro il giornalista, negandone però l’estradizione a causa delle sue tragiche condizioni psico-fisiche e a causa delle pessime condizioni carcerarie statunitensi. Non contenta del verdetto, l’amministrazione Biden non ha voluto discostarsi dalla persecuzione giudiziaria iniziata da quella di Trump, scegliendo di fare appello alla sentenza di primo grado. La decisione è ora nelle mani del giudice Ian Burnett, su cui purtroppo non stanno girando informazioni molto confortanti.

Il giudice Burnett, infatti, è un intimo amico di lunga data (circa 40 anni) di Sir Alan Duncan, ex-ministro britannico degli Esteri che ha organizzato lo sgombero di Assange dall’ambasciata ecuadoregna di Londra, arrivando a definire il giornalista come un “piccolo verme miserabile”. I due, per allontanare ogni dubbio riguardo questo possibile conflitto di interessi, hanno di recente dichiarato a Declassified di non aver mai discusso tra loro di Assange.

La sentenza odierna, che potrebbe essere definitiva, ha un peso importantissimo. In gioco non c’è solo la vita di un uomo, ma la libertà di stampa e di informazione in Occidente. Si stabilirà fino a dove ai giornalisti è consentito indagare con le loro inchieste. Se Assange sarà infatti estradato, ogni giornalista sarà costretto ad auto-censurarsi per non incappare nella stessa persecuzione. Non possiamo accettare che ciò avvenga, per questo dobbiamo difendere strenuamente chi, rischiando la propria vita, documenta coraggiosamente ogni forma di abuso, soprattutto quando è commesso dai nostri governi.

Pochi giorni fa le persone libere di tutto il mondo hanno accolto con gioia la scarcerazione dello studente Patrick Zaki, un’azione forse propagandistica dell’Egitto, ma che getta comunque non poco discredito su un’Inghilterra che, con il giornalista Julian Assange, non si è mostrata altrettanto clemente, trattenendolo in carcere nonostante le sue pessime condizioni psicofisiche e, soprattutto, una custodia cautelare ampiamente scaduta. Caso vuole che oggi sia la Giornata Mondiale dei Diritti Umani: il Paese d’oltremanica ha l’occasione per riacquisire la sua credibilità perduta, scarcerando una volta per tutte Assange e facendo cadere le assurde accuse contro di lui.

Foto © Anarchimedia

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