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“Il fallito attentato all’Addaura? Falcone mi disse che giunse alla conclusione secondo cui dietro Cosa nostra si muoveva la presenza di ‘menti raffinatissime’ che guidavano la mafia dall’esterno. Lui capì che non era soltanto farina del sacco della mafia”. A dirlo, sentito come testimone nel processo sul duplice omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie incinta Ida Castelluccio, avvenuto il 5 agosto 1989, è stato il giornalista, scrittore e nostro editorialista, Saverio Lodato.
L’argomento è noto. Lodato, allora inviato de L’Unità, fu autore di un’intervista storica al giudice che venne poi ucciso il 23 maggio del 1992. Di fronte alla Corte d’Assise di Palermo, presieduta da Sergio Gulotta (a latere Monica Sammartino) ha fornito i dettagli di quel che fu il dialogo avuto con il magistrato.
Un incontro avvenuto nell’immediatezza “sollecitato più da lui che da me nel senso che dopo quell’attentato Falcone evidentemente aveva necessità di far conoscere la sua posizione all’indomani dell’agguato - ha detto Lodato in aula -. Per cui ci incontrammo oserei dire su sua richiesta nella villa dell’Addaura”. Ai pm ha poi spiegato come la necessità che Falcone aveva di parlare probabilmente scaturisse dal fatto che “era diffuso il ‘tam tam’ che lui stesso fosse l'artefice di quello che veniva definito un presunto attentato”.
Nell'intervista “parlò del fatto che era giunto alla conclusione che secondo lui dietro cosa nostra si avvertiva la presenza di ‘menti raffinatissime’ che guidavano la mafia dall’esterno. Capì che non era soltanto farina del sacco della mafia. Davanti a tale dichiarazione insistetti affinché Falcone mi desse un nome e un cognome in riferimento. E poi mi fece il nome del dottore Bruno Contrada (ex numero tre del Sisde, ndr) come uno di quelli che remava contro”.
“Falcone - ha aggiunto Lodato - rimase sorpreso del fatto che io non ci arrivai da solo. Non mi disse che dietro l’attentato all’Addaura c’era lui, ma disse: ‘Non l’hai capito? Bruno Contrada’. Falcone lo vedeva come un grande regista di quelle ‘menti raffinatissime’ che guidavano la mafia dall’esterno”.

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