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Il giudice monocratico Paolo Criscuoli - dopo un procedimento avviato a gennaio del 2020 - ieri ha emanato la sentenza che ha condannato l'ex poliziotto Guido Paolilli a risarcire i danni causati alla famiglia dell'agente di polizia Nino Agostino ucciso il 5 agosto 1989 assieme alla moglie Ida Castelluccio. Nello specifico a chiedere il risarcimento del danno erano stati il papà del poliziotto ucciso Vincenzo Agostino, la madre Augusta Schiera (deceduta 28 febbraio 2019) e i fratelli Salvatore, Annunziata e Flora, tutti difesi dall'avvocato Fabio Repici.
Le motivazioni del risarcimento, si legge, sono legate al fatto che l’ex poliziotto avrebbe distrutto dei manoscritti appartenenti a Nino Agostino (tra l’altro indicati dal giudice come di notevole interesse sia per la famiglia sia per l’autorità giudiziaria) e perché avrebbe negato alla famiglia il diritto al lutto.
La vicenda è stata oggetto di ripetute indagini da Parte della Procura di Palermo. Al momento per il duplice omicidio è stato condannato all'ergastolo, col rito abbreviato, il boss di cosa nostra, Nino Madonia, che ha presentato appello. Mentre è in corso, in ordinario, il processo al boss Gaetano Scotto, accusato di duplice omicidio in concorso, e a Francesco Paolo Rizzuto, accusato di favoreggiamento.
"Nel caso in esame - si legge - il diritto al risarcimento del danno, che in questa sede deve essere riconosciuto, è conseguenza della condotta illecita posta in essere dal convenuto - Paolilli, ndr - (distruzione di cose della vittima di omicidio, e cioè di appunti manoscritti dello stesso inerenti l'attività di servizio, nell'ambito della conseguente indagine ad opera di un funzionario di ps) e della conseguente lesione, ad opera del Paolilli, del diritto dei congiunti dell'Agostino al lutto". Per questi motivi il giudice ieri pomeriggio ha condannato "Paolilli Guido al pagamento in favore di Agostino Vincenzo e Augusta Giacoma Schiera di euro 22746,00 ciascuno, oltre interessi dalla decisione al soddisfo; Condanna inoltre Paolilli Guido al pagamento in favore di Salvatore Agostino, Annunziata Agostino e Flora Agostino di euro 9099,00 ciascuno". Paolilli - difeso dall'avvocato Roberto Mariani del foro di Pescara - è stato anche condannato al pagamento delle spese di lite, quantificate complessivamente in 7000 euro. Scrive ancora il giudice, nelle motivazioni: "Gli attori, nel corso della istruttoria, hanno fornito elementi per ritenere provato che Paolilli, il quale in servizio presso una Questura del centro Italia ‘distaccato’ presso la Squadra Mobile della Questura di Palermo, ha partecipato alle indagini relative all'omicidio di Agostino Antonino e della moglie Ida Castelluccio, ha distrutto dei documenti che erano stati rinvenuti all'interno dell'abitazione dello stesso Agostino durante una perquisizione".

Le intercettazioni e quelle ‘cose’ distrutte
Era il 21 febbraio 2008 quando in televisione andò in onda un servizio durante la trasmissione "La Vita in Diretta" in cui Vincenzo Agostino rammentò la vicenda del biglietto trovato nel portafogli del figlio. A quel punto il figlio di Paolilli, che assieme a lui seguì la trasmissione, gli chiese cosa ci fosse in quell'armadio e lo stesso, inconsapevole di essere oggetto di un'intercettazione ambientale, rispose: "Una freca di cose che proprio io ho pigliato e poi ne ho stracciato". Paolilli, però, ai magistrati negò sempre di aver pronunciato quelle parole e che se ciò fosse avvenuto, il riferimento sarebbe stato a delle carte che il figlio dello stesso, appena sposato, teneva in casa.
Al di là delle giustificazioni, però, gli interrogativi restano poiché l’oggetto della conversazione resta palesemente la vicenda Agostino e quei documenti nascosti. Il giudice della III sezione civile del Tribunale di Palermo, proprio in merito a questa vicenda ha affermato “il Paolilli abbia rinvenuto 'cose', di cui però non si rinvenne traccia nei verbali di sequestro perché 'stracciate'. Tali 'cose', quindi, furono sottratte al vaglio degli altri investigatori e dell'Autorità Giudiziaria". Inoltre nel documento sono stati sottolineati i comportamenti anomali dell’ex poliziotto. “E’ difficile ipotizzare - si legge - che in occasione di un atto di pg un operante ponga attenzione a ‘cose’ inutili e, peraltro, si adoperi per distruggerle, anziché passare oltre nell'atto di indagine ovvero restituirle ai proprietari/parenti” ed è  “difficile ipotizzare che a distanza di tanto tempo, a fronte di una domanda rivolta dal figlio, il propalante ricordi un dettaglio, secondo il suo assunto, così insignificante come il rinvenimento di oggetti di nessun rilievo immediatamente distrutti e lo riferisca in relazione alle dichiarazioni del padre della vittima che, invece, riteneva assai rilevanti detti manoscritti". Inoltre il giudice ha motivato la decisione di accoglimento del risarcimento del danno in relazione al diritto dei congiunti di Agostino al lutto: "Lutto inteso quale esplicazione del diritto dei parenti di poter conoscere la verità sulla tragica fine di persone care; espressione, in primo luogo, del diritto, di matrice costituzionale (artt.2 e 21), alla conoscenza. Fintanto che la verità è negata, perché si impedisce di raggiungerla, la verità è 'stracciata', come simbolicamente - scrive il giudice - avvenuto con le 'cose stracciate' rinvenute a casa Agostino, ciò rende impossibile elaborare il lutto; ciò si avvera quand'anche le cose soppresse fossero state apparentemente irrilevanti (e resta il fatto che ad una lettura dei parenti e degli inquirenti potevano risultare tutt'altro che irrilevanti). Certo è che, comunque, la ricostruzione della figura della vittima, prima di tutto, per i parenti e, comunque per l'esito delle indagini penali, è stata mutilata dalla condotta del convenuto. Stracciare una cosa del defunto che può essere rilevante per ricostruirne la memoria, il vissuto e le cause della morte - si legge - assume una valenza di diretta lesione al sentimento dei parenti di pietà per il defunto stesso".

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