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Il 27 novembre a Roma Our Voice insieme a Non Una Di Meno, decine di migliaia di persone insieme e altre associazioni, ha protestato contro le discriminazioni e le violenze di genere

Il 27 novembre Roma è diventata transfemminista e si è colorata di fucsia. Decine di migliaia di persone si sono mobilitate e hanno risposto alla chiamata nazionale di "Non una di meno", invadendo le strade della Capitale con nastri, cartelloni, tamburi, strumenti. Già due giorni prima, in occasione del 25 novembre, per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, le più importanti città italiane sono state infuocate dalla rivoluzione fucsia.

Lo scorso sabato decine di associazioni femministe e transfemministe si sono riunite nelle piazze di Roma: 100.000 persone, secondo i dati ufficiali, hanno innondato la Capitale. Al grido di “Ci vogliamo Viv3”, la marea transfemminista si è mossa dalla piazza della Repubblica alla piazza di San Giovanni. Un fiume fucsia in piena guidato dalle donne dei centri antiviolenza, che più di tutte stanno portando avanti ogni giorno un lavoro fondamentale di protezione e di assistenza nei confronti delle centinaia di donne, giovani e adulte, vittime di abusi e di violenze.


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A dare inizio al corteo è stata la performance artistica del Movimento culturale internazionale Our Voice, chiamata “Androgin3”: attraverso un'esibizione provocatoria e la normalizzazione delle nudità, le giovani artiste hanno denunciato le sofferenze vissute dalle donne e dalle persone transgender, non solo italiane ed europee, ma di tutti i popoli del mondo. In effetti, da tanti secoli le donne vengono schiavizzate, violentate e trattate come oggetti e i loro corpi mercificati. La violenza sessuale, domestica, economica e psicologica è solamente la conseguenza apicale di un "sistema ancora oggi profondamente misogino, binario, gerarchico, maschilista e patriarcale", ha denunciato Sonia Bongiovanni, direttrice e fondatrice del Movimento Our Voice. Un sistema che fin dalla nascita indirizza e costruisce le coscienze, le identità e i ruoli di genere, nello sport, nel lavoro, nella famiglia, anche rispetto alle aspettative sociali connessevi, opprimendo così la libertà di espressione di ogni essere umano. “Siamo qui per le migliaia di compagne che ogni giorno vengono assassinate, torturate, violentate in tutto il mondo. Siamo qui per riaffermare la nostra autonomia e libertà di autodeterminazione, come donne e come soggettività di ogni genere. Abbattiamo l'omertà cattolica e mafiosa che continua a permettere ogni violenza".


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Il grido della giovane attivista non è stato solitario, ma è stato la voce di tutte coloro che più non hanno voce, contro i ruoli di genere, “una costruzione sociale utilizzata come strumento di oppressione”. Le richieste sono poche, ma di vitale importanza: l’istituzione di una filiera di protezione delle donne che metta in comunicazione forze dell’ordine, magistratura, prefettura, strutture sanitarie, case rifugio e centri civici; la specializzazione dei tribunali e la formazione delle forze dell’ordine, dei giudici, degli avvocati, dei medici e degli insegnanti; reindirizzamento dei fondi statali verso i centri anti-violenza; una giusta educazione sessuale e delle leggi che vengano integrate a partire dall’ascolto della voce delle donne.


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“Dopo due anni di pandemia non sta andando tutto bene”, hanno affermato le componenti dell'associazione transfemminista Non una di meno all'apertura del corteo. “L’emergenza e la crisi che ne è seguita si sono scaricate su di noi” hanno continuato “e ora siamo strette tra un piano di ripresa e resilienza che non ci contempla e una polarizzazione del dibattito pubblico che ci cancella”. Dall’inizio del lockdown, infatti, è stato registrato un aumento del 79,5% delle chiamate al numero anti-violenza e stalking, il 1522. E questa è solo una piccola parte visibile di quelle che sono state le gravi conseguenze della pandemia ricadute sulle donne. La violenza contro le donne non è solo fisica e non solo visibile. La violenza domestica si accompagna a quella psicologica, quella sessuale, quella economica. Tutte forme di manipolazione e di imposizione di controllo da parte dell’uomo sulla donna.


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Le rivendicazioni sono state essenziali e chiare. A partire dal piano triennale anti-violenza istituzionale che dall’anno scorso non viene rinnovato, lasciando senza fondi i centri e gli sportelli anti-violenza, nodi cruciali della rete che dovrebbe accogliere una donna vittima di violenze. Una rete che oggi, però, non funziona. Una donna che denuncia la violenza maschile dovrebbe, infatti, trovarsi immediatamente all’interno di spazi sicuri e ricevere supporto psicologico, legale e medico. I centri anti-violenza da anni denunciano come i fondi non siano sufficienti e le misure del governo siano profondamente erronee e bigotte. Come il reddito di libertà per le donne che fuoriescono dalla violenza, che ammonta ad appena 400 euro al mese, ed è inaccessibile per le donne migranti irregolari in Italia. Un supporto economico minimo che, comunque, non copre tutte le persone che ne necessitano: a causa dei fondi stanziati, su oltre 20.000 donne accolte nei CAV ne potrebbero beneficiare solo 625.


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Gli interventi che hanno scandito il ritmo della marcia non hanno tralasciato la lotta delle donne migranti, che dai centri di detenzione in Libia o dai confini dell’Est Europa fino all’Italia subiscono ripetute violenze e sono soggette ad una gravissima discriminazione, ormai istituzionalizzata. "Ci opponiamo al sistema mafioso, alle organizzazioni criminali, che gestiscono la tratta di donne e bambine, grazie ad una rete internazionale di complicità esterne e di esponenti delle istituzioni. 40 milioni di donne e bambine che partono dall'Africa, dal Sud America, dall'Europa dell'Est, vengono reclutate, torturate dai trafficanti, e poi costrette alla prostituzione in Europa, prima consumatrice della tratta", ha affermato con forza Sonia Bongiovanni.


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Anche le persone trans, queer e LGBTQIAP*+ hanno trovato il loro posto all’interno della colorata protesta. “Riaffermiamo l’autodeterminazione sui nostri corpi e sulle nostre vite” si legge sempre nell’appello di Non una di meno, “vogliamo educazione sessuale, all’affettività e alla differenza di genere nelle scuole”. Un percorso di rieducazione al rispetto dell’altro è quello che è stato chiesto a gran voce. In effetti, la discriminazione e la violenza nei confronti delle donne e quelle nei confronti della comunità LGBTQIAP*+ nascono dalle stesse radici, dallo sistema eterocispatriarcale che impone come modello di perfezione l’uomo bianco cisgender eterosessuale. L'Italia è il secondo paese in Europa per persone transgender uccise e il 92% delle persone lgbtqia+ vengono discriminate per il proprio orientamento sessuale.


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Altro tema fondamentale del corteo è stata la richiesta di pari trattamenti medici. Troppo spesso, infatti, le donne vengono discriminate anche dallo stesso sistema sanitario, che non crede al loro dolore, non ascolta le loro richieste, le loro esigenze, e non cura le loro malattie. Le diagnosi delle patologie prettamente femminili arrivano in ritardo o non arrivano, per poi non essere, in ogni caso, trattate nella maniera corretta. Il sistema sanitario non può dimenticarsi di un’intera porzione di popolazione: è necessaria una specializzazione e una formazione dei medici e degli infermieri per fare in modo che ogni donna riceva le cure che merita e che necessita. I nomi e i numeri hanno rimbombato tra le strade romane e hanno scosso la quotidianità dei cittadini. Solo nel 2021, 109 le donne uccise, 2 le vittime transgender/gender-diverse,  89 le donne che ogni giorno subiscono violenza, innumerevoli le molestie subite dalla popolazione femminile e da tutte quelle persone la cui identità di genere non aderisce al modello patriarcale tradizionale.


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Non sono incidenti, non sono avvenimenti sporadici, si tratta di una vera e propria strage, di un’oppressione sistematica della figura della donna. Viviamo in un sistema che ha paura del femminile, che lo ostracizza e lo schiaccia, in tutte le sue forme.
Ciò che vive il nostro Paese è un’emergenza e deve essere trattata come tale, in primis dalla politica e poi da ogni ambito della società. Servono misure nuove e che nascano dall’ascolto delle donne.

"Oggi gridiamo al fianco delle compagne dell'America Latina, del Medio Oriente, le compagne dei popoli indigeni di tutto il mondo, per un femminismo decoloniale, per abbattere un sistema che continua a privilegiare i nostri paesi occidentali, colonizzando e distruggendo interi continenti. Siamo streghe nate dal fuoco della rivolta, dal sacrificio dell3 nostr3 antenat3.
Ci avete ucciso, bruciate viv3, ci avete drogato, fatto sparire, violentato, schiavizzato, rinchiuso, umiliato ma noi continueremo a gridare"
, ha concluso con lacrime ed emozione la giovane attivista di Our Voice, Sonia Bongiovanni.

Foto © Lisa Capasso

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