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La caduta della falsa “purezza” dell’Alta Italia raccontata nel libro di Gratteri e Nicaso

Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per me. Perché mi piaceva”. Chi se la ricorda questa frase?  Walter White, interpretato da Bryan Cranston, nella celeberrima serie Breaking Bad, alla fine di una drammatica vicenda di sangue e inganni dice la verità alla moglie. Walter era un professore di chimica che dopo aver scoperto di avere un cancro ai polmoni in fase terminale aveva deciso di diventare "cuoco" di metanfetamina. La cosa interessante sono le motivazioni che lo hanno spinto: "E' per la mia famiglia! I soldi che guadagno sono per la mia famiglia! Per quando non ci sarò più!" Continuava ha ripetere Walter. Ma alla fine ammetterà l'amara verità: “Tutto quello che ho fatto, l'ho fatto perché mi piaceva, perché ero bravo in quello che facevo".

Ed è con la stessa amarezza che la verità sulla presenza delle mafie al nord viene a galla. E si scopre che non è tanto diversa da quella di Walter. Sono state davvero tante le bugie che spudoratamente, o in maniera più sottile, sono state raccontate sull'infiltrazione della mafia nelle regioni dell'Alta Italia.  Ma ormai il 'Re è nudo' e l’ultimo libro del procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri e del professore Antonino Nicaso “Complici e Colpevoli” lo dimostra pienamente. A cominciare dalle parole riportate del procuratore della Dda di Milano Alessandra Dolci: "'Perché è accaduto?' si chiede 'Perché abbiamo avuto i sorvegliati speciali? Direi di no. Perché c’è stata una migrazione dal Sud al Nord per le note ragioni di disagio socio-economico? Direi ancora di no. La risposta che mi sono data a malincuore - essendo lombarda - è che i mafiosi sono stati accettati a braccia aperte. Finché hanno mostrato il volto cattivo, sono stati certamente invisi al contesto sociale. Quando sono diventati imprenditori, l’atteggiamento della società civile è mutato. La ’Ndrangheta, per esempio, offre servizi che sono appetibili: servizi illegali, come lo smaltimento dei rifiuti, e servizi legali, come il recupero crediti. Quando sento parlare di imprenditori vittime delle mafie, nella mia esperienza giudiziaria faccio fatica a trovarne un numero congruo da riempire le dita di una mano'".

Questa è l'amara verità che prende forma man mano che si leggono i numerosi dati sulle inchieste e i processi raccolti nel libro da Gratteri e Nicaso. Storie di "odiosa indifferenza", di "intollerabile ipocrisia", di “viscida corruzione" e "inaccettabile silenzio" che "non hanno aiutato a combattere un fenomeno del quale si è fatto di tutto per minimizzare la portata, in particolare al Nord".

Le false vergini violate
"La logica è sempre quella della mano che lava l’altra, inequivocabilmente efficace in Valle d’Aosta come in Trentino, in Emilia-Romagna e in Liguria, in Lombardia come in Piemonte" scrivono Gratteri e Nicaso sfatando il falso mito della purezza del Nord. Da troppo tempo infatti si è "voluto credere alla 'metafora del contagi', come se le mafie fossero un virus che infettava territori sani. Tutt’altro. Nelle nuove realtà in cui dettano legge, hanno goduto di una lunga e colpevole sottovalutazione da parte sia del mondo imprenditoriale sia di quello politico, che hanno troppo spesso aperto loro le porte finendo per giustificarne la condotta e diventarne consapevoli complici in nome del denaro e del potere".


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I verbali di interrogatorio di molti imprenditori parlano da soli: "Meglio averli come amici che come nemici", oppure, “dopotutto, il lavoro lo fanno bene e a prezzi che sono la metà rispetto a quello praticato da imprese lombarde" e “non ero interessato a sapere se pagassero le tasse, avessero lavoratori in nero o rispettassero le norme di sicurezza sui cantieri. Dovevo pensare solo al bene della mia impresa, che era quello di aumentare i profitti".

Per la 'Ndrangheta questo modo di pensare è un vero e proprio invito a nozze, come dimostrato anche dalle parole di un boss calabrese e intercettate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano: "La gente ci descrive come fossimo dei mostri, delle persone senza scrupoli, come se ammazzassimo la gente così a caso. Non è vero. Sappiamo farlo quando serve. Io so essere cattivo, quando serve. Se non serve faccio la persona normale".

Anzi, si potrebbe addirittura arrivare a sostenere che, "al Nord le mafie non hanno mai avuto la sensazione di trovarsi in terra nemica. Gli uomini della ’Ndrangheta continuano a presentarsi nelle regioni settentrionali con l’aspetto di 'figure professionali plausibili', che offrono servizi e soluzioni", come le false fatturazioni, agli appalti, i subappalti, lo smaltimento dei rifiuti, il riciclaggio nel settore alberghiero e nella ristorazione, business enormi "con risvolti planetari". Gratteri e Nicaso confermano questa premessa raccontando l'insofferenza delle amministrazioni locali alle numerose inchieste di mafia che si sono svolte ditegli ultimi decenni.

Roberto Mancini, giornalista e memoria storica delle vicende giudiziarie valdostane ha ammesso che: "Ogni iniziativa che veniva da fuori e che cercava di mettere in evidenza le criticità locali (riferito alla Valle D'Aosta ndr) veniva immediatamente bollata come un’interferenza nella sovranità del glorioso popolo valdostano". Il dato è oggettivo, in Valle D'Aosta come altrove. Più volte Gratteri e Nicaso hanno sottolineato questo preoccupante negazionismo a fronte della schiacciante oggettività delle inchieste giudiziarie. In Piemonte, ad esempio, dove la 'Ndrangheta è presente sin dal 1972, dalle varie indagini condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino sono stati scoperti "imprenditori compiacenti e politici a caccia di voti" e nonostante ciò la politica piemontese - così come alcuni imprenditori - si sono sempre difesi sostenendo che la colpa della presenza delle mafie è da imputare unicamente alla pratica del "soggiorno obbligato e in particolare alle 288 persone (11,19 per cento del totale nazionale) che dal 1961 al 1972 sono state inviate nelle province di Torino, Cuneo, Asti, Alessandria e Novara". Il rischio peggiore rappresentato da questo negazionismo? "Contribuisce a legittimare i boss sul territorio".

Uno spazio è stato dedicato alla presenza della mafia calabrese in Lombardia diventata ormai "il centro nevralgico degli interessi economici della ’Ndrangheta", un 'palazzo di vetro' dove "confluiscono strategie e interessi, pila (denaro) e potere". Il lato oscuro del laborioso alveare industriale milanese era stato svelato con l'operazione "Crimine-Infinito", coordinata dalle Direzioni distrettuali antimafia di Reggio Calabria e di Milano. Ma anche nel capoluogo lombardo "l’oggettiva sottovalutazione di alcuni segnali, la resistenza culturale ad ammettere l’esistenza di insediamenti mafiosi in territori considerati sani e, in alcuni casi, l’assenza di vigilanza da parte delle istituzioni e dell’opinione pubblica" ha spiegato Monica Massari, docente di sociologia all’Università degli Studi di Milano, "hanno favorito, di fatto, un inquinamento progressivo del tessuto socio-economico".

Il cambio generazionale all'interno della 'Ndrangheta
"I figli della mafia calabrese sono cresciuti. Hanno studiato. Hanno capito. E così, partendo da Buccinasco, dal paese che magistrati e investigatori definiscono 'La Platì del nord', gli intrecci societari, di gradino in gradino, ti portano fino in via Montenapoleone. Ti sospingono nel centro di Milano, dove l’odore degli operai giunti dal sud, per spostare terra con in tasca solo la licenza media non arriva, ma dove hanno aperto uffici e società per azioni manager non ancora quarantenni, nati in Calabria, residenti nell’hinterland, e proprietari di gruppi che controllano studi di progettazione, immobiliari, negozi di arredamento e aziende specializzate nei corsi di aggiornamento professionale. Usano il Black-berry, comunicano tra loro con Skype, parlano tedesco, inglese e spagnolo. Per gli uomini della Squadra Mobile della questura, sono la 'generazione invisibile'. Per gli investigatori della Dia e del Gico della Guardia di Finanza sono il segno evidente di come, qui al nord, la mafia calabrese si sia ormai 'inabissata'. Di come abbia capito che per crescere e prosperare è necessario nascondersi". Cosi hanno spiegato Giorgio D’Imporzano, Peter Gomez e Leo Sisti in un reportage pubblicato sull’Espresso nel 2007.

I figli dei boss, spiegano Gratteri e Nicaso stanno guidando "una ’Ndrangheta meno visibile rispetto a quella che viene duramente colpita dalle indagini giudiziarie del periodo 1992-1997" e la politica, purtroppo, è sempre rimasta e rimane a guardare, incurante, colpevole e complice.
(Prima pubblicazione: 19 Novembre 2021)

Foto al centro © Imagoeconomica

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