Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

La maxi inchiesta antimafia "Xydi", che ha confermato la leadership criminale in Sicilia del superlatitante Matteo Messina Denaro, approda in aula per l'udienza preliminare: la Dda, nelle scorse ore ha chiesto il rinvio a giudizio a carico di trenta indagati accusate a vario titolo di mafia ed estorsione. L'inchiesta, coordinata dal pm Claudio Camilleri, è scaturita dalla maxioperazione "Xydi" che a febbraio scorso aveva portato all'arresto di boss e gregari mafiosi del trapanese e dell'agrigentino. Tra gli indagati anche il capomafia latitante di Castelvetrano Matteo Messina Denaro, il boss agrigentino Giuseppe Falsone e Simone Castello, il "postino" del padrino Bernardo Provenzano. L'indagine aveva coinvolto anche l'imprenditore Giancarlo Buggea e la compagna Angela Porcello, avvocato, che a seguito dell'inchiesta, è stata cancellata dall'Ordine. Le accuse vanno dall'associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzato alle estorsioni, sino alla pianificazione di due omicidi che non si verificarono per l'intervento delle forze dell'ordine. Gli investigatori hanno accertato tra l'altro che "Cosa Nostra" e la "stidda" si spartivano gli affari illeciti e che per due anni, secondo gli inquirenti, nell'ufficio della penalista si sarebbero tenuti summit tra i vertici delle cosche agrigentine. Rassicurati dall'avvocato, i capi dei mandamenti di Canicattì, della famiglia di Ravanusa, Favara e Licata, Simone Castello e il nuovo capo della Stidda, l'ergastolano Antonio Gallea, killer del giudice Rosario Livatino - a cui i magistrati avevano concesso la semilibertà - si sono ritrovati nello studio della Porcello per discutere di affari e vicende legate a Cosa nostra. Difensore del boss ergastolano Giuseppe Falsone l’avvocato Porcello si era fatta nominare legale di fiducia di altri due boss al 41 bis, il trapanese Pietro Virga e il gelese Alessandro Emmanuello, riuscendo a fare da tramite tra i tre, tutti detenuti nel carcere di Novara. Dall'indagine è emerso anche che un agente di polizia penitenziaria, durante un colloquio telefonico tra Falsone e la Porcello, avrebbe consentito alla legale di portare in carcere lo smartphone e di usarlo rispondendo alle telefonate ricevute nel corso dell'incontro con il boss, che sarebbe inoltre riuscito a inviare messaggi all'esterno.

Foto © Imagoeconomica

ARTICOLI CORRELATI

Angela Porcello: parla la postina di Matteo Messina Denaro

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy