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Oltre un centinaio in manette al nord e al sud. I legami con la politica e le mani sulle attività economiche

Ha tutta l’aria di essere un’operazione antimafia che resterà a lungo tra le cronache italiane - e non solo - quella di ieri condotta dalla DDA di Reggio Calabria, Milano, Firenze e ribattezzata “Cavalli di razza”. L’operazione ‘Cavalli di razza’ “è la rappresentazione plastica di quello che oggi è la ’Ndrangheta”, ha detto in conferenza stampa il procuratore aggiunto con delega alla Dda di Milano Alessandra Dolci. La ‘Ndrangheta oggi è “un mix di arcaicità e di assoluta modernità che proietta l’organizzazione nel futuro”.
Dai vari faldoni di ordinanza emerge infatti uno spaccato inquietante su quella che è la nuova dimensione della mafia calabrese nel contesto italiano ed europeo con aspetti del tutto inediti dell’organizzazione, mai riscontrati prima e che sanciscono il continuo evolversi del potere di ramificazione e collateralismo di ‘ndrine e cosche con la sfera politica e imprenditoriale. L’operazione - guidata in Calabria da Giovanni Bombardieri, coordinata dall'aggiunto Calogero Paci ed eseguita dal personale della polizia di Stato di Reggio Calabria diretto dal questore Bruno Megali - ha riguardato principalmente il potentissimo clan Molè della piana di Gioia Tauro. I “Molè-Piromalli”, non sono solo la sigla di uno dei cartelli 'ndranghetisti più noti al mondo delle cronache giudiziarie, in Italia e all'estero, ma rappresenta iconicamente la forza e la pervicacia della 'Ndrangheta e le sue raffinate capacità nel controllare il territorio di riferimento, la così detta "locale", e di espandersi sul territorio nazionale e fuori d'Italia. Si parla infatti di una "locale europea" (una sorta di coordinamento delle 'ndrine), in alcune intercettazioni ambientali agli atti del filone di indagine coordinato dalla Dda di Milano, come ha detto ieri in conferenza stampa il pm milanese Pasquale Addesso che insieme alla collega Sara Ombra e all'aggiunto Alessandra Dolci hanno coordinato le indagini condotte da Polizia e Gdf di Como. Dalle indagini è emerso che i Molè, dopo la rottura coi Piromalli avvenuta il 1° febbraio del 2008 quando un gruppo di killer intercettò e uccise Rocco Molè, hanno riallacciato i rapporti con l’altro sodalizio di Gioia Tauro avviando una stretta collaborazione affaristica. Nelle intercettazioni Rocco Molè, figlio del boss Girolamo "Mommo" Molè, diceva a uno dei due chimici sudamericani ingaggiati per il trattamento della droga: "Siamo una delle famiglie, una di queste due è la mia che avrà modo di rialzarsi, di riprendersi, tutto il tempo ma io mi rialzo".
Gli interessi sono enormi, così come gli appetiti, a partire dal controllo del porto di Gioia Tauro per le sue implicazioni nel traffico di cocaina in arrivo dal sud America. I Piromalli-Molè, infatti, sepolte le ostilità, hanno costruito nel tempo solidi riferimenti tra i 'cartelli' colombiani, contando su personaggi a loro fedeli per i pagamenti delle grandi quantità di stupefacenti, con base anche in Spagna.

La droga e i simboli massonici sui panetti
L’operazione conferma come il porto di Gioia Tauro, ma anche quello di Livorno, sia la porta di ingresso della cocaina proveniente dal Sudamerica e destinata ai mercati europei. Dall'indagine, infatti, è emersa l'esistenza di una associazione internazionale finalizzata al traffico di ingenti quantitativi di stupefacenti di cui avrebbero fatto parte alcuni dei presunti affiliati al clan tra cui l'elemento di vertice della stessa, Rocco Molè, figlio di ''Mommo'' Molè. Nel corso delle investigazioni sono stati individuati arrivi di cocaina sia al Porto di Gioia Tauro che a quello di Livorno. Proprio nell'area portuale toscana, tra il 6 e l'8 novembre 2019, sono stati sequestrati complessivamente 430 panetti di cocaina, del peso, ciascuno, di 1100 grammi circa, occultati in una cavità di laminati in legno spediti dal Brasile. A seguito del ritrovamento, la Dda di Firenze ha aperto un'inchiesta parallela e collegata a quella di Reggio, che ha portato al coinvolgimento di alcuni portuali livornesi, che avrebbero avuto il compito di agevolare il recupero della droga. Sempre grazie alle intercettazioni, il 25 marzo 2020, in una masseria di Gioia Tauro (per la quale il GIP ha disposto il sequestro preventivo), sono stati sequestrati oltre 500 kg di cocaina in panetti, alcuni dei quali marchiati con il logo "Real Madrid". Nell'occasione era stato arrestato Rocco Molè.
Gli inquirenti hanno, dunque, sequestrato fiumi di droga. Dalle indagini emerge inoltre un particolare: l'organizzazione gestita dai Molè di Gioia Tauro contrassegnava i panetti di cocaina con diversi simboli, in qualche caso anche quelli della Massoneria: squadra, compasso e occhio massonico racchiusi in un cerchio. Un dettaglio curioso, anche se gli inquirenti non attribuiscono alla circostanza un significato particolare: sarebbe stato un modo come un altro per identificare la "merce". Il 19 settembre 2019, all'interno dell'area di servizio "Agip Tremestieri", fu arrestato un uomo trovato in possesso di 3 panetti di cocaina del peso complessivo di 3,289 kg-marchiati con simboli massonici; il 20 settembre 2019, nei pressi dello svincolo autostradale di Cosenza Nord, fu preso un uomo trovato in possesso di 10 panetti di cocaina del peso complessivo di 10,5478 kg, 5 dei quali erano marchiati con squadra, compasso e occhio massonico racchiusi in un cerchio. Lo stesso marchio su una partita di droga fu trovato il 29 settembre 2019, nel Comune di Castelfranco Emilia (MO), quando fu tratto in arresto un uomo trovato in possesso di 15 panetti di cocaina dal peso complessivo di kg 16,150. Due di essi avevano raffigurati i simboli massonici. L'11 novembre 2019, a Villa S. Giovanni (RC), nei pressi dell'area d'imbarco, un uomo fu arrestato perché trovato in possesso di 4 panetti di cocaina del peso complessivo di 4.295 kg. Tre panetti erano marchiati, questa volta, con il logo "alfa-omega".

I presunti legami con il clan dell’assessore del Comasco

Dagli atti del filone lombardo della maxi inchiesta contro la 'Ndrangheta emerge anche "l'ipotesi di un possibile legame" tra Nicola Fusaro, attuale assessore al Comune di Lomazzo (Como), e "la malavita organizzata di cui è sembrato avere informazioni di particolare significato". Il dettaglio risulta dal decreto di fermo dei pm milanesi. I pm nel capitolo del decreto dedicato ai legami tra Fusaro e Cesare Pravisano, ex assessore indagato assieme all'ex sindaco di Lomazzo negli anni '80 Marino Carugati, riportano anche un'intercettazione nella quale l'assessore dice: "Occhio ad andare a minacciare Pravisano, perché c’è dietro la 'Ndrangheta (...) sono loro i soci". Pravisano e Carugati, che hanno anche reso dichiarazioni ai pm, avrebbero preso parte, scrivono sempre i pm, agli "accordi conclusi a Gioia di Tauro nell'incontro del 08/09 marzo 2010 che segnano il passaggio dei due imprenditori lombardi, che hanno rivestito anche cariche pubbliche di assessore e sindaco nel Comune di Lomazzo, da vittime della 'Ndrangheta a partecipi dell'associazione attraverso la messa a disposizione dell'associazione mafiosa delle loro imprese e della loro 'credibilita'' che va a costituire il capitale sociale ed imprenditoriale che offrono all'associazione mafiosa”. L'attenzione investigativa su Fusaro, si legge negli atti, "è stata rafforzata dal contenuto di una" intercettazione del 2019 nella quale due persone sostenevano che l'assessore potesse essere "un corrotto" perché "nel corso delle consultazioni elettorali" del maggio di quell'anno "sarebbe stato in grado di far confluire sulla propria lista i voti di un calabrese, tale "Crusco ... che - si legge nell'intercettazione - è un personaggio qui di Lomazzo che ha in mano 300 calabresi, sposta i voti a suo piacimento". Del 31 maggio 2019 è anche una telefonata intercettata tra Fusaro e Francesco Crusco nella quale quest'ultimo sosteneva: "Diglielo in faccia al tuo sindaco che il Crusco ha votato per Fusaro non per la Lega che se Fusaro non parlava, i 700 voti in più non li beccavi!". I pm segnalano che Fusaro è anche "consigliere della 'Fondazione Minopriò’ e "alle elezioni amministrative di fine maggio 2019 ha assunto l'incarico di assessore presso il Comune di Lomazzo (CO) (con delega al commercio, ecologia, tempo libero, sport e rapporti con la Regione)". Sempre dell’assessore Pravisano, aveva parlato, interrogato nel 2019, Marino Carugati, indagato nel filone lombardo della maxi inchiesta contro il clan Molè. "La sua idea era di entrare in affari con i calabresi in modo da mitigare le loro richieste di denaro. Il viaggio a Gioia Tauro serviva per parlare con le famiglie calabresi”, avrebbe detto facendo riferimento al suo amico ed ex assessore indagato, su quella riunione del 2010 in Calabria con affiliati alle cosche.
"Questa soluzione - ha messo a verbale Carugati - era stata concordata da Pravisano con Ficarra Massimiliano (commercialista e presunta 'mente economica' della cosca di Fino Mornasco, provincia di Como, ndr) che, fino a quel momento, era l'unico calabrese che avevo conosciuto in quanto mi era stato presentato da Cesare (...) L'incontro di Gioia Tauro fu organizzato da Cesare e Ficarra il quale si attivò e ci introdusse con le famiglie calabresi a cui io e Cesare pagavamo l'estorsione per trovare una soluzione. In sintesi, avremmo iniziato a collaborare in attività economiche con loro - ha aggiunto - garantendogli dei guadagni che avrebbero sostituito i nostri pagamenti estorsivi”. L'attività economica, si legge ancora nel verbale, "era la gestione di cooperative di servizi, pulizia e facchinaggio che avrebbero ottenuto lavori e commesse tramite i contatti miei e di Cesare che eravamo soggetti presentabili". Agli atti anche un'intercettazione nella quale Carugati diceva: "Hanno trasferito, non dico il cento per cento, ma grandissima parte delle loro attività in modo legale al Nord dove loro non compaiono più. Hanno i contatti, hanno le cose. Le società sono nel Nord, punto... O sono sparse nell'Europa. O sono sparse ne mondo. Perché dipende poi dalla quantità dei contanti che riescono a mettere insieme".

Palombari e portuali, gli insospettabili al soldo dei Molè
Da un filone dell'inchiesta "Nuova Narcos Europea", coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, emerge che palombari e sommozzatori che in passato avevano fatto parte della marina militare peruviana venivano assoldati e utilizzati dalla cosca Crea per recuperare la droga lanciata in mare per evitare il rischio che la sostanza venisse intercettata nel porto di Gioia Tauro. Nel 2019, la Squadra mobile reggina e lo Sco sono riusciti a registrare in Calabria la presenza di soggetti sudamericani. Si tratta, in particolare, di quattro peruviani ed un colombiano, anch'essi destinatari della misura cautelare in carcere. Stando alle indagini, la 'Ndrangheta aveva assoldato "chimici e militari appartenenti alla Marina militare peruviana, impiegati, rispettivamente, per la preparazione e il confezionamento delle partite di cocaina e per il recupero in alto mare dei carichi di cocaina giunti dal Sud America a bordo di navi cargo". Durante la fase delle indagini, nel corso di un controllo, i sudamericani hanno esibito alcune tessere militari. In particolare si trattava di carte d'identità navale rilasciata dalla Marina militare del Perù e patenti di guida rilasciate dall'esercito dello stesso paese del Sud America. Inoltre, nell’inchiesta antidroga coordinata dalla Dda di Firenze, appare il ruolo di tre portuali di Livorno che avrebbero supportato logisticamente l'attività di ritiro dei carichi di droga. Un primo tentativo di recupero di un carico sarebbe fallito nell'agosto del 2019, quando la droga era arrivata a Livorno nascosta in un container di crostacei. Un successivo carico di 430 chili giunse invece nel novembre del 2019 e fu sequestrato dalla polizia. Il filone "toscano" dell'indagine sulla 'Ndrangheta è nato dalla scoperta della presenza di alcuni esponenti di 'ndrine calabresi a Livorno e dai loro incontri con personaggi locali collegati a vario titolo all'attività portuale. La necessità di delocalizzare l'attività da parte della ‘Ndrangheta si sarebbe presentata dopo la capillare presenza delle forze di polizia al porto di Gioia Tauro. Per sfuggire ai controlli, la malavita avrebbe reindirizzato i traffici verso gli hub di Livorno e Vado Ligure (Savona).

Foto © Imagoeconomica

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