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La Suprema Corte sottolinea le zone d'ombra ancora presenti

"La strage di via d'Amelio rappresenta indubbiamente un tragico delitto di mafia, dovuto a una ben precisa strategia del terrore adottata da Cosa Nostra, in quanto stretta dalla paura e da fondati timori per la sua sopravvivenza a causa della risposta giudiziaria data dallo Stato attraverso il 'maxiprocesso', potendo le emergenze probatorie relative a quelle 'zone d'ombra' - in parte già acquisite in altri processi, in parte disvelate dal presente processo - indurre, al più, a ritenere che possano esservi stati anche altri soggetti, o gruppi di potere, interessati alla eliminazione del magistrato e degli uomini della sua scorta".

Sono queste le parole che i giudici della Quinta sezione penale della Cassazione (presidente Stefano Palla) hanno scritto nelle motivazioni della sentenza del processo Borsellino Quater che lo scorso 5 ottobre ha confermato le condanne all’ergastolo per i boss palermitani Salvatore Madonia e Vittorio Tutino, condannando per calunnia i falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci e Francesco Andriotta (per quest’ultimo con un lieve sconto di pena di 4 mesi) confermando la sentenza emessa dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel novembre 2019.

Per i giudici della quinta sezione penale della Cassazione i "nuovi scenari" che le vicende oggetto del processo "trattativa Stato- mafia" avrebbero disvelato, non incidono in maniera sostanziale sul processo. Gli ermellini infatti hanno sottolineato la "sostanziale neutralità" ai fini dell'accertamento oggetto del presente processo nella ricostruzione della sentenza impugnata (e della conforme sentenza di primo grado).

L’omicidio di Paolo Borsellino, per la Cassazione, anche se compiuto per le suddette cause "non fa certo venir meno la complessità finalistica di quella strategia, proiettata, come si è visto, in una triplice dimensione: una finalità di vendetta contro il nemico storico di Cosa Nostra rimasto in vita dopo la strage di Capaci; una finalità preventiva, volta a scongiurare il rischio che Paolo Borsellino potesse raggiungere i vertici delle nuove articolazioni giudiziarie promosse da Giovanni Falcone; una finalità infine, schiettamente destabilizzante" tesa, come rimarcato anche dai giudici di merito a "mettere in ginocchio lo Stato" sempre nella prospettiva propria di Cosa Nostra di "fare la guerra per poi fare la pace" secondo quanto dettato dalla strategia riassunta in questa frase pronunciata da Salvatore Riina.

Inoltre le numerose 'zone d'ombra', come individuato dalla Suprema Corte sono, "la sparizione dell'agenda rossa di Paolo Borsellino, (smaterializzata dal luogo della strage dalla borsa del magistrato, ricomparsa dopo alcuni mesi nelle mani del dott. La Barbera che la riconsegnava alla moglie del magistrato); la possibile presenza sul luogo della strage nell'immediatezza dell'esplosione di soggetti "in giacca nonostante la calura del mese estivo e l'ora torrida". Questi soggetti, come scritto nelle motivazioni, sono stati classificati come "non appartenenti alle forze dell'ordine" ma come "appartenenti ai servizi segreti". Altro punto sottolineato dagli ermellini è stato l'anomalo coinvolgimento "del Sisde nelle indagini" e "i condizionamenti esterni e interni sulle indagini che hanno forzato le prime dichiarazioni dei primi collaboratori di giustizia in modo da confermare una verità preconfezionata e preesistente alle stesse dichiarazioni, pur rimanendo ignote le finalità perseguite". “Il tema delle anomalie del modus procedendi degli ‘inquirenti suggeritori’ evoca quelle che la sentenza impugnata definisce le "origini delle calunnie", ossia gli abnormi inquinamenti delle prove che hanno condotto a plurime condanne di innocenti. Centrale in questa vicenda è la figura di Vincenzo Scarantino – scrivono i supremi giudici – nei cui confronti gli elementi di prova raccolti hanno condotto i giudici di merito ad accertare ‘l’insorgenza di un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, i quali esercitarono in modo distorto i loro poteri con il compimento di una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni'”.

Si chiude alla fine un percorso che potrebbe portare all’individuazione di quei "suggeritori" esterni, soggetti che avrebbero cioè imbeccato il falso pentito inducendolo a mentire. "Soggetti, - scrivevano i giudici nella motivazione della sentenza d’Appello - i quali, a loro volta, avevano appreso informazioni da ulteriori fonti rimaste occulte".

Già nei commenti del Procuratore generale Lia Sava - presente alla lettura del dispositivo al secondo grado - si parlava di “ulteriori sviluppi delle indagini con la possibilità di arrivare a un Borsellino quinquies".

Del resto già durante la requisitoria aveva ribadito che "secondo la procura generale lo sviluppo delle indagini sta via via delineando altre strade che, se doverosamente riscontrate, possono far individuare altri soggetti che hanno potuto contribuire alle stragi". E poi aggiungeva: "I magistrati devono continuare a raccogliere prove certe di responsabilità penali che consentano di addivenire a sentenze definitive di condanna per tutti coloro, anche in ipotesi, esterni a Cosa nostra, che possono avere concorso, a qualunque titolo, e per qualsivoglia scopo, alla realizzazione della strage di via D'Amelio e che, successivamente ai tragici eventi, possono avere mosso i fili, in maniera da determinare il colossale depistaggio delle relative indagini”. Della stessa opinione era stato anche Fabio Repici - legale di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino - il quale in una dichiarazione rilasciata a LaPresse ha detto che “il significato positivo della sentenza della Cassazione è la conferma della sentenza di primo grado firmata dal dottor Balsamo, una vera battaglia per la ricerca della verità che certificò che la strage di via d'Amelio fu compiuta in compartecipazione tra Cosa Nostra e soggetti estranei e che furono praticati dei veri e propri depistaggi di Stato. Oggi quella sentenza diventa un pezzo di storia giudiziaria incontrovertibile. Da qui bisogna ripartire per individuare i responsabili della strage annidati all'interno dello Stato".

Foto © Shobha

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