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Il procuratore di Catanzaro: “Ho visto la categoria dei giornalisti molto timida nella protesta

Settanta presunti innocenti condannati". Se questa frase fosse stata detta in un qualsiasi altro contesto sarebbe stata classificata come semplice ironia. Ma siamo in Italia dove l'assurdo diventa solenne normalità. E' stato il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri a dire ieri questa frase intrinsecamente paradossale e provocatoria (ma a norma di legge) dopo la pronuncia della sentenza per il troncone del processo Rinascita Scott in cui 91 soggetti avevano scelto il rito abbreviato.
Questo è soltanto uno dei primi effetti dell'entrata in vigore del decreto sulla presunzione di innocenza approvato giovedì dal Consiglio dei ministri. Nicola Gratteri rispondendo alle domande sulla presunzione di innocenza ha detto che "a me non lega niente e non cuce nessuna bocca visto che sono qui a parlare con i giornalisti. Io non sono una persona che ha timore di niente e di nessuno, dico sempre quello che penso e se non posso dire la verità è perché non la posso dimostrare, non ho nessun problema. Continueremo a parlare e a spiegare all'opinione pubblica che ne ha diritto. Ancora in Italia non è stato vietato il diritto di informazione e della stampa". Gratteri ha anche stigmatizzato una certa indolenza da parte degli organi di rappresentanza dei giornalisti nel farsi sentire contro le scelte del governo. “L’unica cosa che mi dispiace è che ho visto la categoria dei giornalisti, a livello nazionale e locale, molto timida nella protesta, quasi vi andassero bene queste direttive. Credetemi, mi ha meravigliato non poco questo atteggiamento timido dei rappresentanti dei giornalisti”, ha detto. Infatti mentre in commissione Giustizia alla Camera si discuteva dello schema di decreto sia l’Ordine dei giornalisti che la Federazione italiana della stampa non si erano presentati per partecipare al dibattito. “Non siamo soliti improvvisare su certi temi così importanti. Abbiamo mandato le nostre carte deontologiche, però non riteniamo che sia un dibattito al quale noi possiamo partecipare se prima non ci danno il tempo di discuterne al nostro interno" aveva riposto a Il Fatto Quotidiano il presidente dell’Odg Carlo Verna nel merito delle motivazioni sul perché non si erano presentati. Mentre il segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso, si giustificava con l’agenda troppo piena: “Siamo pieni di vertenze, non abbiamo avuto modo di approfondire il tema. Avremmo anche degli altri impegni, non è che siamo lì ad aspettare le convocazioni della commissione”.
Uno dei primi gridi di allarme sui rischi del decreto lo aveva lanciato già il consigliere togato del Csm Nino Di Matteo durante la scorsa assemblea plenaria: "Che cosa consacra questo schema di decreto legislativo? - ha chiesto Di Matteo - Una sostanziale impossibilità per l'autorità pubblica, non soltanto per i magistrati, di informare su quanto non è più coperto dal segreto. Possono informare soltanto le parti private, possono informare i parenti, com'è avvenuto per Riina e Provenzano, su quello che secondo loro è emerso dalle indagini. Non lo potrà fare più il procuratore della repubblica, il questore o l'ufficiale dei carabinieri". Secondo il consigliere togato l'applicazione del decreto legislativo "conduce ad una sorta di silenzio pubblico prima di una sentenza passata in via definitiva. Per me questa è una svolta illiberale". A lui si era unito anche il consigliere Sebastiano Ardita il quale aveva detto che la presunzione di innocenza "è un diritto sacrosanto", ha evidenziato la necessità "di una doverosa attenzione sulle attività che vengono svolte".
Sabato anche il presidente del sindacato delle toghe, Giuseppe Santalucia, durante la riunione del Comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati aveva detto che con il decreto sulla presunzione di innocenza erano “state compiute scelte discutibili" aggiungendo che “si è irragionevolmente irrigidita la comunicazione con la stampa dei procuratori della Repubblica”, con “regole che non renderanno un buon servizio, questo è il timore, all’esigenza di una corretta informazione su quanto accade nel processo durante la fase delicatissima delle indagini”. L’Anm dovrà essere “pronta - ha aggiunto Santalucia - a rilevare le distorsioni applicative che oggi da più parti si prefigurano e non lasciare che siano soltanto i procuratori della Repubblica a tenere alta l’attenzione su questi temi assai sensibili per l’effettività dell’assetto democratico della giustizia penale, di cui un tassello importante è proprio il rapporto con la stampa”.

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