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Azzerare le emissioni nette a livello globale entro il 2050 e puntare a limitare l’aumento delle temperature a 1,5°C, adattarsi per la salvaguardia delle comunità e degli habitat naturali. Sono stati questi i temi discussi durante il Cop26, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021, svoltasi nella cittadina scozzese di Glasgow il 5 novembre scorso.

Come sempre le parole sono state ben scelte ma la sostanza è sempre scarsa. Durante il summit, anche nel gelido autunno scozzese, dopo due ore di corteo - organizzato dal movimento ambientalista Fridays for Future - e altre due di lunga attesa nella centralissima piazza George Square una folla di oltre diecimila persone ha fatto sentire la sua protesta. Tra loro mamme, bambini, nonni, uomini, liceali e l'attivista svedese Greta Thunberg.

La sua accusa è durissima: "Questa Cop è il festival dell’ambientalismo di facciata del Global North" aggiungendo dal palco che "la COP26 è stata chiamata la Conferenza sul clima più escludente che si sia mai tenuta. Non è un segreto che la COP26 è un fallimento. Dovrebbe essere ovvio che non possiamo trovare una soluzione alla crisi con gli stessi metodi che ci hanno portato a questo punto". "Siamo stanchi di promesse vuote, di impegni di lungo periodo e non vincolanti, siamo stanchi di blablabla. Cosa serve ai governanti per svegliarsi?" ha tuonato l'attivista aggiungendo che "i leader non stanno facendo nulla, sembra che il loro obiettivo principale sia continuare a lottare per lo status quo".

La giovane attivista svedese ha denunciato anche "lo sfruttamento della gente e della natura" i "fantasiosi impegni" e la "mancanza di una drastica azione per il clima".

"Aprono nuove miniere, impianti a carbone, danno nuove licenze d’estrazione petrolifera e rifiutano di fare il minimo, dare i finanziamenti promessi alle nazioni più vulnerabili. Vergognosi" ha detto Greta. Ad applaudirla c’era anche Brianna Fruean (attivista e sostenitrice dell'ambiente per Samoa) che ha affrontato due giorni di viaggio per portare fin qua la rabbia del popolo delle isole natie: "Mia mamma ha vissuto il suo primo ciclone a 19 anni, oggi un bambino di nove anni sulle mie isole ne ha già sofferti almeno quattro".

Prima di Greta Thunberg, sul palco, hanno parlato altri giovani attivisti e pure i sindacalisti dei netturbini locali (in sciopero da giorni) e indigeni dell’Amazzonia con i copricapi in piuma. La scozzese Mikaela Loach ad esempio ha fatto pelo e contropelo all’"ipocrisia del governo britannico" o la namibiana Ina-Maria Shikongo  ha accusato i bianchi di "aver schiavizzato i nostri antenati". Ha parlato anche Vanessa Nakate, l’ugandese che aveva infiammato la pre-Cop di Milano. Ha ricordato che il Sud del mondo è sulla linea del fronte del disastro climatico, che l’Africa ha prodotto storicamente solo il 3% delle emissioni globali. "Ma come possiamo avere giustizia climatica se la gente più colpita dalla crisi non viene ascoltata?!" ha urlato l’attivista ugandese. Chi si tratti di G20 o Cop26 i discorsi non cambiano.  Per una ragione o per l’altra ai potenti piace dare spettacolo con “madame ipocrisia”, vera protagonista, anche per questa volta, di tutto lo spettacolo.

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