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Oggi sentiti dalla Corte d'Assise i funzionari di polizia, Luigi Savina e Roberto Di Legami; il cugino del poliziotto; Giuseppe Cadoni, l'amico Francesco Lupo e Santo Sottile

Cinque testi per quasi cinque ore di udienza oggi al processo per il duplice omicidio del poliziotto Nino Agostino e per della moglie Ida Castelluccio, avvenuto il 5 agosto 1989.
Imputati sono il boss dell'Arenella Gaetano Scotto, accusato di essere stato il killer assieme ad Antonino Madonia (già condannato in abbreviato), e Francesco Paolo Rizzuto, accusato di favoreggiamento.
A sfilare davanti alla Corte d'Assise di Palermo (presieduta da Sergio Gulotta) nell'aula bunker Ucciardone, funzionari di polizia che si occuparono del delitto, parenti e amici.
Testimonianze utili anche per mettere in evidenza come le prime indagini sul delitto non furono puntuali, nonostante vi fossero già in quegli anni elementi che potevano portare ad una risoluzione del caso.
Elementi chiari emersi in particolare nella testimonianza di alcuni funzionari di polizia.
Il primo ad essere sentito, però, è stato Santo Sottile, marito della zia di Ida Castelluccio, Maria Concetta D'Alessandro. Dei due coniugi, alla scorsa udienza, aveva parlato il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca. E Sottile, arrestato nel 1996, venne considerato e condannato come suo favoreggiatore.
Un'audizione contraddistinta da non poche ombre.
Nel 1989 venne invitato al matrimonio di Nino ed Ida, ma non vi partecipò. “Quando c'era il matrimonio, mio figlio Domenico fu operato d'urgenza a Partinico. Ci andarono mia moglie e mia figlia. Quando vennero a portare l'invito io neanche ero in casa. Chiesero a mia moglie se potessi prestare a loro l'auto. Io acconsentii. Due giorni prima il matrimonio, però, ci fu un problema alla macchina” si è giustificato in aula.
Quindi ha negato ogni tipo di collegamento con Brusca (“In Paese ci conosciamo tutti. Lui comprava la carne nella mia macelleria. Ma non c'erano rapporti. Rapporti economici? Mai avuti. L'immobile di via Pitré? Lo comprai con la Cassa rurale ed il mutuo”) o di aver mai commentato con la moglie il delitto di Nino ed Ida (“Non ne abbiamo mai parlato”) anche se durante la perquisizione che venne fatta nella sua abitazione fu ritrovata una foto dei due sposi all'interno della federa del cuscino della moglie (“Lei era molto affezionata a sua nipote”).

La matrice mafiosa
A fare da contraltare la testimonianza di Luigi Savina, che ha riferito delle note redatte nel 1990 in cui venivano chiesti approfondimenti investigativi proprio sui familiari di Ida Castelluccio.
Già allora, infatti, emergevano alcune relazioni pericolose che avevano anche indotto l'allora dirigente della squadra omicidi a scrivere nero su bianco che la matrice del delitto fosse da inquadrare nell'ambito mafioso.
“Furono fatti accertamenti cartacei ed emergeva che la zia materna e Santo Sottile fossero in contatto con Giovanni Brusca, che era latitante. - ha ricordato in aula - Emergeva che questa Maria Concetta non avesse partecipato al matrimonio di Ida perché al marito era stato vietato dall'organizzazione criminale, perché matrimonio di un agente di polizia”.
Una pista che, a suo modo di vedere, andava sviluppata nel momento in cui la prima pista, quella sulle motivazioni “passionali”, non stava andando avanti.
“Al tempo dell'omicidio si occupava direttamente il Capo della Mobile Arnaldo La Barbera. Ricordo che c'era convinzione per quella prima pista sentimentale - ha ricordato - c'erano delle conferme, qualche Sit del personale, o comunque credo che anche la mamma di Agostino (Augusta Schiera, ndr) parlava di uno stato di agitazione da parte del figlio (in realtà l'agitazione era riferita al rientro dopo il viaggio di nozze, ndr). Siccome quella pista non portava a un risultato immediato, iniziammo a vedere altri elementi”. Si arrivò così alla stesura di una nota indiziaria, nel 1990, per lo sviluppo di un'attività investigativa con tanto di intercettazioni da compiere su alcuni familiari di Ida Castelluccio. “C'era l'indicazione di qualche ex collega di Agostino che lo stesso avesse attivato, al di là del lavoro, che era ordinario e di pattuglia, una qualche attività investigativa. Quindi, parlando con i familiari di Agostino veniva fuori questo forte legame tra Ida e la zia materna che aveva, da alcuni accertamenti fatti, alcuni contatti con il mondo riferibile a Cosa nostra. Così trovammo una nota di Cassarà in cui si diceva che era giunta la notizia che la figlia di Maria D'Alessandro (la zia di Ida, ndr) potesse essere collegata a Pino Greco 'Scarpuzzedda'. Ma c'erano anche altri elementi. Come il fatto che avevano agito due killer. Poi le dichiarazioni di Buscetta per cui, per uccidere un poliziotto, un fatto che può creare allarme, non è possibile se non con l'intesa criminale di Cosa nostra”. Nel marzo 1990 fu inoltrata un'altra nota alla Procura dove si evidenziavano i rapporti tra Sottile e Brusca. Purtroppo, quando prima Brusca e poi Sottile furono arrestati nel 1996, non venne fatto il collegamento immediato con quella nota.
Rispondendo alle domande di Fabio Repici, legale della famiglia Agostino, ha ricordato di essersi occupato dell'omicidio di Emanuele Piazza: “Che fosse collaboratore esterno emerse immediatamente. Trovammo anche un documento che conteneva l'elenco con il nome dei latitanti, una sorta di prezziario”. Nonostante quell'elemento, che in qualche maniera poteva ricollegarsi a quanto si diceva anche sul lavoro svolto con Agostino, non si accese alcuna “spia” investigativa. “Non ho ritenuto che le due cose fossero collegate” ha detto Savina.
Altro funzionario di polizia a rendere testimonianza è stato Roberto Di Legami che, prima di entrare in polizia, aveva svolto attività presso l'Arma dei carabinieri. In particolare, ha raccontato della perquisizione avvenuta nel 1996 nella casa di Santo Sottile, in cui fu ritrovata la foto dell'agente Agostino, ma anche dell'esperienza vissuta all'interno del Commissariato San Lorenzo. “Io arrivai lì nel 1991 e dirigente era Saverio Montalbano. Io fui assegnato alla squadra giudiziaria che era già stata rivoluzionata con l'inserimento di tanti giovani. Da alcune informazioni che raccolsi prima di me c'era un personaggio particolare. Un certo Mannino che non veniva descritto come un operatore di polizia trasparente. Comunque io non mi interessavo molto di queste cose. Raccoglievo le voci, ma guardavo al lavoro che si doveva fare. La voce era che la gestione precedente del commissariato, non fosse trasparente. Magari si facevano delle belle operazioni, come ad esempio sequestri di droga. E poi il quantitativo del sequestro che veniva documentato era diverso”.
Anche Di Legami ha raccontato delle voci, rispetto ad Agostino e quel suo lavoro esterno per la cattura di latitanti.

“Sulla rotta degli squali”, una traccia in un libro
Nell'udienza odierna hanno trovato spazio anche le testimonianze di Francesco Lupo, amico di Nino Agostino, nonché testimone di nozze e del cugino Giuseppe Cadoni. Rispondendo alle domande dei sostituti Pg Umberto De Giglio e Domenico Gozzo ha raccontato in particolare tre dettagli: “Una volta, tornando da Mondello e passando per l'Addaura mi indicò la villa del giudice Falcone. In un'altra occasione, parlando del suo lavoro, mi disse che presto avremmo letto qualcosa sul giornale. Al tempo era contento del nuovo capo che avevano in Commissariato San Lorenzo”. Infine, un ultimo elemento: “Insisteva molto perché leggessi un libro. Un fatto insolito. Parlava di una ricerca di tesori subacquei e riteneva che potesse piacermi. Dopo l'omicidio l'ho letto più volte per capire se poteva esserci qualche riferimento di interesse. Lo diedi anche a Giuseppe Cadoni, suo cugino”.
Anche quest'ultimo, dopo aver raccontato delle occasioni in cui il cugino, Nino, gli disse di aver avuto a che fare con il giudice Falcone, ha confermato alla Corte di aver letto il libro.
Ma perché quel testo avrebbe potuto avere una certa importanza per Agostino?
Una risposta si potrebbe ricavare dalla ricostruzione dell'avvocato Fabio Repici che ne ha chiesto ufficialmente l'acquisizione agli atti del processo.
Il libro, dal titolo “Sulla rotta degli squali” è un romanzo d'avventura di Wilbur Smith ed uscì in Italia nel 1979, edito dalla Arnoldo Mondadori Editore nella collana Cerchiorosso.
Repici ha letto in aula una sintesi inserita nell'ultima di copertina del libro in cui si legge: "Harry Fletcher ama il mare, la sua barca e la pace delle calde notti tropicali. A St. Mary, la «perla dell'oceano Indiano», si è costruito una capanna sulla spiaggia, organizza battute di pesca subacquea e d'altura e aspetta che i fantasmi del suo passato lo abbandonino per sempre. Ma l'avventura gli scorre nelle vene più impetuosa di un ciclone e, anche se ha il volto sinistro del crimine e il fascino perfido del denaro, Harry non può tirarsi indietro. Anche a costo di trasformarsi da freddo cacciatore a preda indifesa".
“Secondo me - ha spiegato il legale per motivare la sua richiesta - il ricercatore di tesori è una metafora a indicare il ricercatore di latitanti che era Nino Agostino, che si trovò, da cacciatore a preda indifesa”. “Nel libro - ha aggiunto poi - c'è un soggetto che fa il cacciatore di tesori e che ad un certo punto viene messo a rischio della vita con degli attentati che subisce proprio ad opera di altri cacciatori di tesori. E nella seconda parte del libro, nel momento in cui si trova coinvolto in una particolare ricerca di un tesoro, la sua vita viene messa a rischio in relazione a un suo legame con una donna. E il rischio viene amplificato dal fatto che l'operazione di ricerca di tesori è seguita da una forza di polizia, si parla di polizia inglese. Quindi c'è un doppio livello di pericolo vissuto dal protagonista del libro, soggetto nel quale, secondo me, si immedesima lo stesso Agostino. Da un lato quello con soggetti criminali e dall'altro anche all'interno delle relazioni con appartenenti di organismi di polizia”.
Secondo Repici, pur tenendo conto che il contenuto del libro non rappresenta fatti veri, ma è un romanzo, la consegna di quel libro può essere vista come “il biglietto dentro alla bottiglia” consegnato alle persone a cui era particolarmente legato. E sul punto anche la Procura generale ha ammesso la possibilità che Agostino volesse “far passare un messaggio, nella prospettiva che poteva esserci un pericolo per lui, in modo tale che rimanesse qualche cosa dopo”. La Corte si è comunque riservata di decidere sull'acquisizione.
Alla prossima udienza, prevista il 19 novembre 2021, saranno sentiti in videoconferenza i collaboratori di giustizia Rosario Naimo e Francesco Onorato.

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