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Perquisizioni a Palermo, Roma e Rovigo sono state eseguite questa mattina nell'ambito dell'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Firenze sulle stragi mafiose del 1993 in cui sono indagati, con l’accusa di strage in concorso con Cosa nostra, lo stesso ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi e il suo storico braccio destro, Marcello Dell’Utri. L’indagine è stata coordinata dal procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo, e dagli aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli ed ha l’obiettivo di accertare l’esistenza di presunti mandanti occulti delle stragi mafiose. Da quanto si apprende, ad essere perquisiti sarebbero stati i familiari (tra cui il fratello, la sorella, le mogli e i figli dei fratelli Graviano) e presunti fiancheggiatori di componenti dell’omonimo clan. Molte delle persone perquisite sono incensurate, tutte non sono comunque indagate nell’inchiesta della procura di Firenze. Le perquisizioni, nello specifico, sono state eseguite nel quartiere Brancaccio a Palermo a due passi dal centro Padre Pino Puglisi. Inoltre gli agenti della Dia si sono recati anche a casa della vedova di Salvatore Graviano, il cugino di Giuseppe morto alcuni anni fa per una malattia. Secondo quanto raccontato dal boss di Brancaccio, il cugino era custode di una “carta privata” che proverebbe l’investimento da 20 miliardi di lire compiuto negli anni ’70 dal nonno di Graviano, Filippo Quartararo, ed altri finanziatori siciliani negli affari di Silvio Berlusconi a Milano. Gli agenti delle Forze dell’ordine al termine delle attività hanno portato via alcuni scatoloni dagli appartamenti perquisiti per la ricerca di eventuali riscontri alle dichiarazioni rese davanti alla corte di assise di Reggio Calabria dal capo mafia di Brancaccio nel cosiddetto processo ''Ndrangheta stragista' nel quale è stato condannato all'ergastolo assieme al coimputato Rocco Santo Filippone.

Le origini dell’inchiesta Fiorentina
L’inchiesta era stata aperta nel 2017 a seguito delle intercettazioni eseguite per 14 mesi, dal febbraio 2016 ad aprile 2017, in cui è stata registrata la voce del capomafia Giuseppe Graviano dalle microspie mentre parlava con il camorrista Umberto Adinolfi durante l’ora d’aria nel carcere di Ascoli Piceno: "Berlusca mi ha chiesto questa cortesia... per questo c'è stata l'urgenza. Lui voleva scendere... però in quel periodo c'erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa".


graviano giuseppe monitor da lastampa it

Il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano


Graviano continuava a parlare dei suoi presunti rapporti con Berlusconi, alludendo all'intenzione dell'imprenditore di entrare in politica già nel '92: "Berlusconi - proseguiva Graviano - quando ha iniziato negli anni '70 ha iniziato con i piedi giusti, mettiamoci la fortuna che si è ritrovato ad essere quello che è. Quando lui si è ritrovato un partito così nel '94 si è ubriacato e ha detto 'Non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato'. Pigliò le distanze e ha fatto il traditore". Le invettive contro l'ex premier, colpevole di averlo abbandonato, non si contano: "Tu lo sai che mi sono fatto 24 anni, ho la famiglia distrutta ... alle buttane glieli dà i soldi ogni mese. Io ti ho aspettato fino adesso... e tu mi stai facendo morire in galera senza che io abbia fatto niente". "Ti ho portato benessere, - è uno degli sfoghi - 24 anni fa mi arrestano e tu cominci a pugnalarmi". "Al Signor Crasto (cornuto, ndr) gli faccio fare la mala vecchiaia", continuava Graviano. "Sa che io non parlo - aggiungeva - perché sa il mio carattere e sa le mie capacità ...pezzo di crasto che non sei altro, ma vagli a dire com'è che sei al governo, che hai fatto cose vergognose, ingiuste". Il capo mafia ha parlato anche delle stragi, alludendo al fatto che dietro le bombe del '93 non ci fosse Cosa nostra: "Poi nel '93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia. Allora il governo ha deciso di allentare il 41 bis, poi è la situazione che hanno levato pure i 450".  Il riferimento è alla decisione, presa nel novembre del '93, di revocare il carcere duro per 450 boss mafiosi. I pm palermitani avevano interpretato al tempo le parole di Graviano come la dimostrazione che tra le condizioni messe da Cosa nostra alle istituzioni per fare cessare le stragi c'era un allentamento del carcere duro.
Graviano, poi, aveva ricordato il periodo al 41 bis trascorso a Pianosa: "Pure che stavi morendo dovevi uscire e c'era un cordone, tu dovevi passare nel mezzo e correre. Loro buttavano acqua e sapone". "Andavano alleggerendo del tutto il 41 bis ...se non succedeva più niente, non ti toccavano, nel '93 le cose migliorarono tutto di un colpo". Quindi rammenta la reazione dell'allora premier Ciampi, dopo le bombe di Milano nel luglio del '93: "Quella notte si sono spaventati, temevano il colpo di Stato e lui (l'allora premier Ciampi, ndr) se n'è andato subito a palazzo Chigi assieme ai suoi vertici. Loro non volevano nemmeno resistere, avevano deciso già di non resistere al colpo di Stato". Inoltre durante una serie di udienze tenutesi davanti alla corte d’Assise di Reggio Calabria tra il gennaio e il febbraio del 2020, Graviano aveva detto, rivolgendosi a Lombardo: "Se lei andrà ad indagare sull'arresto condotto nei confronti di Giuseppe e Filippo Graviano scoprirà i veri mandanti delle stragi. Scoprirà chi ha ucciso il poliziotto ucciso insieme alla moglie, Agostino. Scoprirà la verità su tante cose. Però i carabinieri devono dire la verità".
E poco dopo aveva lanciato un altro messaggio sibillino. Prima riferendosi al plurale a ‘imprenditori di Milano’ e poi, su richiesta di specifica del pm Lombardo, al singolare: "C'era un imprenditore di Milano che aveva interesse che le stragi non si fermassero. Chi me lo ha detto? Me lo ha riferito nel carcere di Spoleto (tra il 2006 ed il 2007) un altro detenuto napoletano. Si evince dalle intercettazioni ma non mi chieda di dire il nome perché non farò nessun nome. Non mi sembra corretto e rispetto le confidenze che ho". Accuse tutte da dimostrare, che per l’avvocato Niccolò Ghedini erano “palesemente diffamatorie”, anche se non si è poi avuta notizia di una denuncia da parte del legale dell’ex premier. A sentire “Madre natura”, come lo chiamavano i suoi sodali, il rapporto tra la famiglia Graviano e Berlusconi sarebbe stato tenuto da suo cugino Salvatore, la cui moglie è stata perquisita oggi. “Io casco latitante - aveva detto in aula - quindi la situazione la comincia a seguire mio cugino Salvatore”. A un certo punto, però, il mafioso delle stragi avrebbe chiesto al futuro leader di Forza Italia di regolarizzare la situazione relativa agli investimenti del nonno a Milano: “Noi dobbiamo entrare scritti che facciamo parte della società. Noi vogliamo essere partecipi, però questa cosa si andava procrastinando”, aveva raccontato Graviano a Reggio Calabria, facendo intendere che la condizione “occulta” dell’investimento doveva essere poi regolarizzata. “I nomi di quei soggetti non apparivano”, ha aggiunto Giuseppe Graviano in aula, riferendosi al fatto che i presunti soci occulti dell’imprenditore di Arcore non comparissero nelle partecipazioni societarie. “Ma c’era una carta privata che io ho visto, la copia di mio nonno la ha mio cugino Salvatore Graviano”. Una frase che, più di altre, sembrava essere un vero e proprio messaggio o anche un’indicazione: il capo mafia ha sostenuto che ci fossero delle prove. Ed è stato proprio questo il motivo delle perquisizioni scattate questa mattina. Gli inquirenti volevano verificare se le affermazioni di Graviano potevano essere in qualche modo riscontrate.


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L'ex senatore, Marcello Dell'Utri, e l'ex premier, Silvio Berlusconi © Imagoeconomica


“Autore 1” e “Autore 2”
Non è la prima volta che Berlusconi e Dell’Utri vengono indagati per le stragi.
Vent’anni fa la Procura di Firenze aveva indagato Berlusconi e Dell’Utri, sotto le sigle “Autore 1” e “Autore 2”, per le stragi del ‘93 commesse a Roma, Firenze e Milano fino ad arrivare alla mancata strage dello Stadio Olimpico di Roma del ‘94. Per gli inquirenti quei fatti di sangue rientravano “in un unico disegno che avrebbe previsto una campagna stragista continentale avente come obiettivo strategico (anche) quello di ottenere una revisione normativa che invertisse la tendenza delle scelte dello Stato in tema di contrasto della criminalità mafiosa”. “Nel corso di quelle indagini - si leggeva ancora nel decreto di archiviazione del ‘98 - erano stati acquisiti diversi elementi che avvaloravano l’ipotesi di un’unitaria strategia dell’organizzazione mafiosa finalizzata a condizionare le scelte di politica criminale dello Stato e a ricercare nuovi interlocutori da appoggiare nelle competizioni elettorali”. Dal canto suo il Gip aveva evidenziato che le indagini svolte avevano “consentito l’acquisizione di risultati significativi solo in ordine all’avere Cosa nostra agito a seguito di inputs esterni, a conferma di quanto già valutato sul piano strettamente logico; all’avere i soggetti (cioè gli indagati Dell’Utri e Berlusconi, ndr) di cui si tratta intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato, all’essere tali rapporti compatibili con il fine perseguito dal progetto”. Il giudice concludeva affermando che, sebbene “l’ipotesi iniziale abbia mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità”, gli inquirenti non avevano “potuto trovare - nel termine massimo di durata delle indagini preliminari - la conferma delle chiamate de relato e delle intuizioni logiche basate sulle suddette omogeneità”. Quattro anni dopo, dal '98 al 2001, su quegli stessi personaggi avevano indagato il pm Luca Tescaroli e Nino Di Matteo nell’ambito dell’indagine sui “mandanti esterni” a Cosa Nostra. Ed anche in quel caso l’indagine è stata archiviata.
“Il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta - si legge nel decreto di archiviazione - disponeva con articolato provvedimento l’iscrizione nel registro degli indagati di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (con i nominativi di ‘Alfa’ e ‘Beta’, ndr) in base ad una serie di risultanze che delineavano una notizia di reato a loro carico, quali mandanti delle stragi di Capaci e di via d’Amelio”. Per gli inquirenti i dati che avevano “legittimato tale decisione” si ricavavano dai verbali di interrogatorio del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi inerenti a quelle “persone importanti” che “avrebbero concorso a decidere l’eliminazione fisica di Falcone e Borsellino in maniera eclatante nell’ambito di una più articolata ‘strategia terroristica’ di ‘Cosa nostra’, nonché nei verbali relativi ai rapporti gestiti da Vittorio Mangano, prima, e da Salvatore Riina, poi, con i vertici del circuito societario Fininvest”. I magistrati citavano quindi le dichiarazioni dei pentiti Tullio Cannella e Gioacchino La Barbera in merito ai contatti di Cosa nostra “con imprenditori del nord e ad un interessamento della stessa organizzazione per l’installazione di un ripetitore per l’emittente Canale 5”; così come le dichiarazioni dei collaboratori Gioacchino Pennino ed Angelo Siino “sui personaggi che avevano avuto interesse ad eliminare i due magistrati, oramai assai attenti a delineare i rapporti tra mafia ed imprenditoria”; ed infine “gli esiti delle investigazioni svolte dalla Dia e dal Gruppo 'Falcone e Borsellino'" che “avevano aperto prospettive di approfondimento in ordine ai rapporti di Berlusconi e Dell’Utri con l’organizzazione ‘Cosa nostra’”.

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