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Il giornalista francese, assieme a Jean-Pierre Moscardo, raccolse quelle dichiarazioni due giorni prima della strage di Capaci

La notizia è stata data sui social. Fabrizio Calvi (in foto), il giornalista italo francese che il 21 maggio del 1992, insieme al collega Jean Pierre Moscardo (deceduto nel 2010), intervistò il giudice Paolo Borsellino, è morto. Basta leggere le poche righe presenti su Facebbok: "Fabrizio / JC ha scelto di lasciarci sabato. Festeggeremo la sua memoria giovedì 28 alle ore 16 a Morges, Cappella di Beausobre (Vaud Svizzera)". Poco più in basso un post dello stesso Calvi in cui spiega il perché della sua decisione di interrompere la sua vita dopo essere stato colpito da un brutto male. 
Un professionista serio che aveva svolto diverse inchieste sugli anni bui delle stragi nel nostro Paese, come piazza Fontana e tanti altri. 
Noi vogliamo ricordarlo e ringraziarlo per il suo lavoro che lascia una traccia importantissima nella ricerca della verità sulla strage di via d'Amelio. 
E' in quel documento che si possono cogliere importanti spunti per comprendere le ragioni che possono aver portato ad un'accelerazione della condanna a morte per Paolo Borsellino, con un attentato che fu eseguito a soli 57 giorni dall'assassinio di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta.
Al tempo i due giornalisti francesi di Canal Plus stavano realizzando un'inchiesta sui rapporti fra Cosa nostra e la politica italiana, concentrandosi in particolare sui collegamenti, presunti all’epoca e poi dimostrati con una sentenza di condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, fra la mafia palermitana e Marcello Dell’Utri, fondatore di Pubblitalia e successivamente del partito Forza Italia, e braccio destro di Silvio Berlusconi. 
Paolo Borsellino con scrupolo ed equilibrio rispose alle domande a lui rivolte e per la prima volta parla dei rapporti tra Vittorio Mangano, boss mafioso della famiglia di Porta nuova, di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, sempre evidenziando che di quei fascicoli non si stava occupando direttamente ma che da altri dibattimenti emergevano alcuni elementi.
Nel luglio 2019, così come svelò Il Fatto Quotidiano, la Procura di Caltanissetta, aprì un fascicolo investigativo e chiese una rogatoria internazionale per sentire Calvi su quell'incontro con Borsellino. 
Anche perché alla fine dell’intervista, Borsellino consegnò un centinaio di fogli stampati precedentemente in Procura e disse al giornalista: “Qualcuno di questi fogli di computer riguarda questa faccenda di Dell’Utri-Berlusconi e non so sino a che punto sono ostensibili… io glieli do, l’importante è che lei non dica che glieli ho dati io”.
Lo scorso giugno sempre Calvi fu sentito anche dalla Commissione regionale antimafia presieduta da Claudio Fava e chiese di secretare quell'audizione. Segno che, evidentemente, l'indagine nissena è ancora in corso, tanto che nella relazione finale della Commissione dell'Ars si dà atto solo dell'avvenuta audizione. 





E il giornalista Calvi potrebbe fornire diverse risposte su alcuni interrogativi che si sono protratti in questi 29 anni, ad esempio perché quell'intervista alla fine non fu trasmessa su Canal+ (la sua esistenza fu poi svelata da L’Espresso nel 1994, per poi andare in onda parzialmente sulla Rai nel 2000 e integralmente, in dvd, fu proposta nel 2009 da Il Fatto Quotidiano).
Ma una delle domande principali è un'altra: che fine hanno fatto le carte nelle quali presumibilmente era citato Berlusconi, consegnate da Borsellino ai giornalisti?
Forse si dovrà attendere la conclusione delle indagini nissene o la fine dei processi in corso su via d'Amelio. 
Certo è che Calvi, quando fu intervistato da Il Fatto Quotidiano, parlò di "storie maledette" e disse che quell'intervista a Borsellino era una di queste. 
Sui motivi che lo portarono a rivolgersi a Borsellino raccontò al collega Giuseppe Pipitone quanto segue: "Io non avevo idea che lui si fosse occupato di Mangano per una storia di estorsioni. Sono andato a trovarlo in procura qualche giorno prima dell’intervista e mi dice: Sì, su Mangano ho delle cose da dire. Io ero andato spesso in procura in passato ma ricordo che all’epoca ho trovato l’ambiente un po’ cupo, pesante. Non si sapeva ancora ma col senno di poi era il momento in cui stavano cambiando le cose".
E poi ancora sull'intervista che riguardava Mangano: "Lui accetta di farla davanti alle telecamere. Però mi dà appuntamento a casa sua. Un dettaglio che già al momento mi colpì perché di interviste a casa sua non ne avevo mai fatte (...) Due cose mi hanno colpito di quel colloquio. La prima è che Borsellino parla di inchieste in corso a Palermo su Dell’Utri, e quella per me era una novità. C’erano procedimenti su Mangano ma a Milano e si trattava sempre del blitz di San Valentino, che credo fosse già finito in Cassazione quindi non lo definirei in corso. Ma non si sapeva niente di indagini aperte a Palermo. Non ho mai capito cosa fossero quelle inchieste in corso". 
Quindi, evidenziando un altro aspetto che lo aveva colpito, aggiunse: "Il tono usato da Borsellino, lui parla in un modo molto forte e diretto: ha quelle carte davanti che sta guardando e le cita in continuazione. Poi avremmo capito che quello era il fascicolo processuale delle inchieste su Mangano, Dell’Utri e Berlusconi, cioè tutte le volte che erano stati citati in rapporti di polizia. Lui riguarda questo elenco e alla fine me lo dà davanti alla telecamera, dicendo: basta che non dice che gliel’ho dato io. Francamente mi ha stupito: queste cose non le faceva mai". E poi ancora: "Lui voleva parlare, questo è chiaro. Voleva parlare e voleva parlare di questi soggetti. Perché in quella fase non sarei capace di dirlo. A Palermo era uno strano momento: di quieta inquietudine direi. Era già morto Salvo Lima, che aveva dato la disponibilità ad essere intervistato da noi e si sapeva che qualcosa si stava muovendo. Ma la città in quel momento era tranquilla anche se lui era inquieto".
A riscontro delle dichiarazioni del giornalista francese sull'interesse di Borsellino per certe vicende, tempo fa intervenne anche Giovanni Paparcuri, il collaboratore di Borsellino e Falcone nel bunkerino che aveva fisicamente consegnato al magistrato, su sua richiesta, alla vigilia dell’intervista, i fogli con le schede sulle indagini nelle quali erano citati proprio Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. 
Visti i contenuti, ed il tempo in cui certe parole venivano dette, quell'intervista era scomoda. Se fosse stata diffusa all'epoca, magari, sarebbe cambiata la storia del nostro Paese. E chissà che certe considerazioni di Borsellino non fossero contenute anche nell'agenda rossa scomparsa in quel disgraziato 19 luglio 1992. 
Intanto non resta altro che porsi domande e non dimenticare l'esistenza di certi fatti che sono scolpiti nella storia.

Foto © Archibald Tuttle

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