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Estratto del libro scritto da Anna Vinci, "La mafia non lascia tempo"

Ci sono storie che non possono essere dimenticate e che vale la pena ricordare in quest'epoca di "restaurazione" e di stravolgimento dei fatti che stiamo vivendo dalla sentenza di secondo grado del processo trattativa Stato-mafia ad oggi. Per questo motivo riportiamo di seguito un estratto del libro scritto da Anna Vinci, "Gaspare Mutolo, la mafia non lascia tempo", edito da Chiarelettere, nella quale si raccolgono le confessioni del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, ex esponente di Cosa nostra, vicinissimo ai boss di Palermo che racconta i suoi anni all’interno della società criminale sotto il potere di Totò Riina.



Gli insospettabili (pag.77-79)

7La mia storia di mafioso è intrecciata con quella di tanti che sono rimasti impuniti. Basti pensare a Silvio Berlusconi. È un uomo che ho sempre ammirato, di grande intuito, ma non posso ignorare che negli anni Settanta i nostri percorsi si sono spesso incrociati.
Nel marzo 1974 ero a Milano. Avevo appena portato a termine due sequestri da quelle parti e mi fu ordinato di rimandare il ritorno in Sicilia: dovevamo organizzarne un terzo.
Per preparare un sequestro ci vuole tempo, almeno un paio di mesi. Eravamo una squadra di circa quindici persone, tutti mafiosi agli ordini di Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti. L’obiettivo non lo conoscevamo ancora, ma sapevamo che era uno importante. Non avevano fatto nomi, avevano solo detto: «Quello che sta costruendo Milano Due».
Per l’occasione era stato affittato un magazzino, come facevamo sempre in vista di un sequestro. Si fingeva di essere intenzionati ad aprire una bottega e, per non destare sospetti, si iniziavano anche i lavori: si mettevano i pensili, si tinteggiava, si dava una bella ripulita, ma in realtà l’unica cosa che ci interessava era lo scantinato. Era lì che avremmo tenuto Silvio Berlusconi.
Tutto era pronto per partire. Conoscevamo orari e spostamenti della vittima e gli uomini erano già stati istruiti. All’improvviso, però, da Palermo arrivò una telefonata.
«Salta tutto. Tornate qui».
Dopo alcuni mesi, venni a sapere che Berlusconi aveva da qualche tempo in casa sua un ospite molto particolare. Si trattava di Vittorio Mangano, piazzato nella villa di Arcore. Ancora oggi, quando sento Dell’Utri chiamarlo «stalliere» mi viene da ridere. Certo, in Sicilia Mangano avrà anche lavorato in una stalla, ma solo fra un omicidio e l’altro.
Mangano era ad Arcore come guardiano. In quel periodo al Nord, oltre a noi mafiosi, c’erano molti altri che organizzavano sequestri: i calabresi, i sardi e anche gente del posto che faceva i famosi «sequestri lampo». Ogni persona benestante era a rischio, quindi farsi mettere in casa una persona come Mangano era un ottimo deterrente. In pratica, solo con la sua presenza, lo «stalliere» fungeva da segnale: «Questo qui non si tocca».


gaspare mutolo mafia nn lascia tempo

Mangano lo conoscevo da sempre. Tanti anni prima eravamo stati insieme in carcere per una rapina ai danni di una ditta che smerciava prodotti alimentari. Si trattava di una cosa dimostrativa: con il giro d’affari che avevamo, figuratevi quanto ci potesse interessare svaligiare una cella frigorifera. Erano gesti intimidatori, fatti per spingere a pagare il pizzo i grossi commercianti recalcitranti.
Mangano era un tipo allegro, che organizzava le cose un po’ alla leggera. Durante il colpo, mentre noi altri rubavamo, lui doveva immobilizzare il guardiano. Solo che invece di fare le cose come si deve, lo legò appena. Noi avevamo ormai finito di caricare il furgone di salami e formaggi, ma nel frattempo il guardiano si liberò e fece in tempo a chiamare la polizia.
Finimmo tutti in galera per quella sua leggerezza. Eravamo tutti dei principianti, avremmo avuto tempo per imparare. Mangano, invece, restò sempre così. Tant’è che quando qualcuno faceva un lavoro in maniera approssimativa, io dicevo sempre: «L’ha fatto “alla Mangano”».
Dopo che il rapimento fu cancellato, nel nostro ambiente si cominciò a generare una certa curiosità intorno a Berlusconi.
Si diceva che nelle sue società ci fossero dei nostri uomini e che nelle sue casse ci finissero i soldi - già riciclati - di Stefano Bontade. Non so come si riciclasse in quegli anni il denaro sporco a Milano, ma già allora sapevo benissimo come lo faceva a Roma Pippo Calò: affari di costruzioni. Era legato, fra gli altri, a un grosso intrallazzatore come Flavio Carboni, a sua volta vicino a Berlusconi.
Conobbi Carboni attraverso Calò, poco prima dell’80, quando partì la grande ondata di speculazioni edilizie in Sardegna. Dietro ogni operazione di questo tipo c’è sempre stato un investimento mafioso e anche in quel caso fu così. Calò, infatti, raccolse fra i nostri uomini dei capitali che andarono a finanziare i cantieri sulla Costa Smeralda.
Per noi che non eravamo coinvolti nei suoi affari, l’attenzione su Berlusconi si riaccese il 28 novembre 1986, con l’episodio dell’attentato dinamitardo alla sua villa di Milano in via Rovani. Il giorno stesso, come si seppe dalle famose intercettazioni, Berlusconi e Dell’Utri scherzarono al telefono sull’accaduto. Pensavano che dietro ci fosse Mangano, che in quel periodo era in carcere, ammettendo di conoscerlo molto bene. Quelle «bombette» non erano state piazzate per uccidere: erano solo un piccolo avvertimento. Berlusconi lo aveva capito benissimo e al telefono le paragonò a una lettera raccomandata.
Con quell’esplosione da poco, Mangano ricordava al costruttore di Milano Due di rispettare gli impegni. Non posso sapere quali, ma chi conosce il linguaggio della mafia sa bene che, quando si colpisce con un atto dimostrativo un personaggio così influente, non è il singolo mafioso a volersi far sentire, ma Cosa nostra intera.
Un mafioso solitario non può decidere di minacciare un imprenditore di quel livello. Se lo fa, è perché dietro c’è una strategia di gruppo.

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