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Soldi, esplosivi, armi da guerra e un perentorio ordine di vendetta. La mafia omicida esiste ed è ancora capace di armarsi e dare dimostrazione di una elevata capacità militare. Dalle inchieste condotte dalle procure della Repubblica di Ancona e di Reggio Calabria emerge che gli uomini del boss Rizziconi erano pronti a far saltare in aria, anche con l'ausilio di bazooka e altre armi da guerra, obbiettivi sotto scorta.

I magistrati hanno ricostruito i viaggi dei sicari che utilizzavano auto con targhe clonate e documenti falsi dalla Piana di Gioia Tauro a Brescia passando per Marche, Umbria, Lazio e Emilia Romagna. L’aspetto più inquietante dell’inchiesta, secondo quanto riportato dagli inquirenti è la sete di vendetta che la cosca Crea anche a distanza di anni nutre nei confronti di tutti quelli che hanno fatto dichiarazioni contro la ‘Ndrangheta di Rizziconi.

In particolare la Direzione distrettuale antimafia ha ricostruito gli appostamenti e i sopralluoghi di due sicari, i fedelissimi del boss Teodoro Crea detto Toro e dei figli Domenico Giuseppe Crea. L’obiettivo degli attentati, secondo le indagini era la famiglia Bruzzese, già colpita dall'omicidio di uno dei suoi membri, Marcello Bruzzese, il fratello del collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese ucciso a Pesaro il giorno di Natale del 2018. Uno dei due killer, secondo gli inquirenti, è stato Michelangelo Tripodi che assieme a Francesco Candiloro aveva sparato 20 colpi di pistola contro la vittima mentre quest’ultima parcheggiava la sua auto fuori dall’abitazione nel centro della città marchigiana. In merito all'episodio, le Procure di Ancona e di Reggio Calabria  il 4 ottobre hanno eseguito alcuni arresti per associazione mafiosa. L'inchiesta avrebbe poi fatto emergere il proposito di vendetta da parte dei Rizziconi nei confronti dei Bruzzese.

Se sulla famiglia Bruzzese grava, come scrivono il procuratore di Ancona Monica Garulli e i pm Daniele Paci Paolo Gubinelli, “una condanna a morte non rimettibile”, i parenti del pentito non sono gli unici obiettivi del clan. Basta pensare alla ferocia con cui, nel 2009, è stato ucciso un ragazzo di 18 anni, Francesco Inzitari, “colpevole” solo di essere il figlio dell’ex assessore provinciale, Pasquale Inzitari, che è stato coinvolto in un’inchiesta antimafia nell’ambito della quale ha pure collaborato con i magistrati contro la cosca Crea. Quel delitto è rimasto impunito, ma dagli atti dei processi si capisce che la famiglia mafiosa di Rizziconi ha conti in sospeso e che vuole saldare. Oltre ai magistrati che hanno indagato sui Crea e oltre allo stesso Pasquale Inzitari - scampato qualche anno fa a un agguato - ci sono imprenditori che hanno detto no alla ‘Ndrangheta, come Nino De Masi, politici come l’ex sindaco di Rizziconi Francesco Bartuccio e giornalisti come Michele Albanese che ha più volte scritto dei Crea sul Quotidiano del Sud. Vivono sotto scorta, alcuni si muovono con l’auto blindata, ed è proprio a loro che l'ordine di morte della 'Ndrangheta è stato rivolto.

Ecco perché sono preoccupanti le chat trovate dagli investigatori coordinati dal procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, dall’aggiunto Gaetano Paci e dal pm Francesco Ponzetta.  Infatti nella piattaforma SkyEcc, collegata ai numeri di cellulare olandesi utilizzati dagli indagati, ci sono riferimenti anche a un bazooka che, nel novembre 2020, “era già nelle loro disponibilità”, hanno detto gli inquirenti.

Le intercettazioni captate rivelano il progetto omicidiario
Analizzando a ritroso le schede telefoniche olandesi, gli investigatori hanno scoperto che gli indagati le utilizzavano abbinate a sistemi software e hardware crittografati. I pm, durante la procedura investigativa, sono riusciti anche a risalire ai tentativi di adescamento di altri congiunti di Bruzzese. Un altro fratello del pentito, per esempio, era stato contattato direttamente sul suo cellulare da un finto membro dello staff di Subito.it che, in realtà, “ha cercato di verificarne l’identità – è scritto nel decreto di fermo della Procura di Ancona – e di interagire con lo stesso, verosimilmente per adescarlo e attirarlo in trappola”.

E un pensiero molto diffuso tra gli affiliati che i detenuti devono essere vendicati. Basti pensare al 21 gennaio 2021 quando Michelangelo Tripodi aveva commentato le ultime condanne ai boss mentre parlava con Gianluca Tassone, un trafficante di droga del vibonese, allora latitante, che deve scontare 15 anni definitivi e che è stato arrestato il 5 settembre scorso a Barcellona. Per loro, i magistrati sono i dei “bastardi” che “ne fanno arrivare una dietro l’altra - dicono - C’è troppa forzatura. Ci vorrebbe un Ak 47 e go-go sul grilletto. Tempo ci vuole ma le soddisfazioni a modo nostro una alla volta ce le prendiamo”.

Soddisfazioni che volevano prendersi anche i Crea: “Senti una cosa, ma tu il Paz (il bazooka, ndr) usa e getta lo sai usare”, emerge da un'intercettazione, e poi ancora, "questo amico ha 150mila euro pronti per pagare il disturbo”.

Erano i soldi che la cosca Crea avrebbe pagato sull’unghia per l’attentato che in un primo momento doveva essere commissionato ad alcuni serbi e che, invece, Vincenzo Larosa, l’uomo di fiducia dei Crea, voleva affidare a gente del posto. “Lo faccio fare qui con meno della metà… Vediamo come si può fare per andare in montagna. Il problema (è, ndr) chi la va a mettere. Se tu trovi una persona che fa tutto il lavoro andiamo avanti”. “Fai tu non c’è problema. A noi dà 150mila. Però se parlo con l’amico il lavoro lo dobbiamo fare”. “Oggi parlo, sennò lo facciamo fare ai servi (serbi, ndr)”. “Ma la sera quando rientra a casa, come la vedi tu?”.

I carabinieri del Ros non hanno dubbi che si tratta del progetto di un agguato in grande stile e per il quale gli uomini dei Crea erano disposti ad utilizzare un bazooka ed erano alla ricerca pure di esplosivo: “Cammina con blindata se non la spacca tutta non mi serve. Il C7 e C4 e distruttivo”. La speranza degli arrestati era far scialare – cioè far divertire – i boss e gli affiliati in carcere. Un regalo di Natale per il “fratello” dietro le sbarre che, secondo i pm, “si identifica inequivocabilmente in Domenico Crea”, il figlio del boss Toro Crea: “Dice che basta 1 kg per far saltare un palazzo. A me serve per fare 2 lavori per fratello. Se trovo così altrimenti devo fare tradizionalmente. Almeno si diverte un po’ lì. A parte l’ho promesso…omissis… Devo fare regalo a fratello per Natale se riesco. Così si sciala”. L’esplosivo doveva essere collegato ai due telecomandi: “Se trovo 2 giocattoli, 2 regali devo farli. Uno un bazzuca (bazooka, ndr). E l’altro il c4. E fratello almeno se li fa ridendo. Al 41. Bello così. Gliel’ho promesso. E li mantengo sempre lui lo sa”.

Esplosivi, armi da guerra, bazooka e promesse. E menomale che la mafia omicida e stragista non esisteva più.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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