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Il narcostato paraguaiano resta ancora impunito

Il 16 ottobre del 2014 il fotoreporter Pablo Medina ha affrontato per l'ultima volta il volto del narcostato paraguaiano. Quel giorno la razionalità della violenza, contro la quale Medina si scontrava, ha portato a compimento gli obiettivi annunciati. Quel giorno, anni di minacce, persecuzioni, pressioni ed intimidazioni sono arrivati al limite. Quel giorno qualcuno, da qualche ufficio lontano, ha girato il pollice in giù e Pablo Medina e Antonia Almada sono divenuti  martiri.

Quel giorno, la mattina presto, Medina stava attraversando il territorio del dipartimento di Canindeyú, al confine con lo stato brasiliano di Mato Grosso del Sur, uno dei territori del Paraguay più colpiti dall'influenza del crimine organizzato. Già nelle prime ore del giorno aveva incontrato dei vicini, raccolto testimonianze e, per la sua sua attività giornalistica, andava raccogliendo informazioni per i suoi articoli, infondendo a quelle persone la speranza che qualcuno, ancora, avrebbe dato voce alle loro difficoltà. Pablo lo conoscevano tutti nella regione, tutti sapevano chi era e a cosa si dedicava. Tutti conoscevano la sua storia e quella della sua famiglia, che già allora contava due fratelli assassinati: Salvador, anche lui giornalista ucciso nel 2001 e Digno Salomón, docente che condivideva la resistenza culturale contro il narcostato, assassinato nel 2002. 

Quella mattina di ottobre di sette anni fa Pablo era passato a prendere Antonia Almada e sua sorella Ruth. Da alcuni mesi Antonia collaborava con il giornalista; lei, giovane e curiosa, aveva un profondo senso della giustizia. Insieme stavano viaggiando a bordo di un camioncino bianco che Medina guidava abitualmente.  Era ormai passato mezzogiorno e si stavano dirigendo verso la località di Curuguaty. A circa 55 km. dalla loro destinazione sono stati bloccati da due uomini lungo una strada rurale, in un luogo isolato, alla periferia di un piccolo stabilimento balneare chiamato Villa Ygatimí. Erano all'incirca le 14.30. 

Due soggetti (con in dosso uniformi militari, o simili) sono arrivati a bordo di una motocicletta. Pablo sapeva che nella zona erano frequenti i posti di blocco militari, quindi ha fermato il veicolo. Da alcune settimane, purtroppo, Medina era stato abbandonato dalle istituzioni e gli era stata anche tolta la scorta  assegnatagli  per proteggere la sua vita. Pablo era stato lasciato solo. Anzi, scusate, fu accompagnato fino alla fine dalle sorelle Almada. Chi occupava posti influenti e chi aveva il potere di decidere sulla scorta del fotoreporter lo aveva abbandonato alla sua sorte... magari dando un chiaro messaggio al narcotrafficante che la “zona” era stata liberata. Quell'abbandono, se esaminato nel contesto di un giornalista latinoamericano minacciato di morte da strutture criminali, più che un abbandono è stato, in poche parole, complicità. 

In quei mesi Medina aveva concentrato le sue indagini sul clan Acosta, una struttura criminale di tipo familiare della zona, dedicato principalmente al narcotraffico grazie al controllo politico-istituzionale e narco militare esercitato nei territori di Ypejhú. Ypejhú è un piccolo paese di frontiera, praticamente unito alla località brasiliana di Paranhos, punto strategico per l'unione delle attività e degli interessi del narcostato paraguaiano con quelle delle bande narcocriminali del Brasile, sempre più presenti in territorio guaranì. 

Il clan Acosta dominava con la violenza la vita istituzionale e sociale del territorio paraguaiano. Il padre del clan, Vidal Acosta, ereditò una struttura criminale che operava storicamente sotto la tutela di Fernandinho Beira Mar, fondatore del Comando Vermelho, la banda narcocriminale nata a Rio di Janeiro. Vidal Acosta, man mano che i suoi figli e nipoti crescevano, consolidava sempre di più la sua influenza. Grazie a padrini politici di settori del Partito Colorado guidato da Horacio Cartes, Vilmar "Neneco" Acosta, il delfino della famiglia, fu nominato sindaco di Ypejhú nel novembre del 2010, in un contesto elettorale completamente irregolare.

“Neneco”, da allora “capo” della famiglia, godeva della protezione dei fratelli Carlos e Cristina Villalba, affermate figure del sistema politico. Carlos Villalba era sindaco di La Colomba e da sempre figura di rilievo a Canindeyú. Cristina era deputata per il dipartimento, e durante la presidenza di Horacio Cartes, è stata capogruppo di ‘Honor Colorado’, il gruppo politico che fa parte del Partito Colorado e che risponde a Cartes con lealtà incondizionata. 

'Neneco' Acosta è stato sindaco per 4 anni, nonostante i costanti sospetti e prove che collegavano il suo nucleo familiare ad attività criminali. Nell'agosto del 2010, praticamente a fine mandato, Acosta era deciso a ricandidarsi. Il suo principale oppositore politico, Julián Núñez, sindaco nel mandato precedente, mise in campo una forte campagna di informazione denunciando le attività illecite del clan Acosta. Il primo agosto Julián Núñez fu violentemente assassinato con un colpo di fucile in strada, il suo corpo rimase a terra per oltre cinque ore fino a quando l'assistente del pubblico ministero, Patricia Stanley, fidanzata dell'avvocato di 'Neneco', ordinò di spostare il corpo. 

Pablo Medina realizzò un'importante copertura giornalistica su questo atto di pura violenza politica che portò ad un nuovo livello di complessità il clan Acosta. 

E quel mezzogiorno del 16 ottobre 2014, bloccato dagli uomini in motocicletta, Medina frenò, pronto ad affrontare ancora una volta la violenza con la pace. Wilson Acosta Marques, fratello di 'Neneco', si avvicinò sul lato dell'autista e chiese: “Sei Pablo Medina, il giornalista di ABC Color?”, Pablo rispose di sì ed immediatamente una delle strutture criminali del narcostato paraguaiano aprì il fuoco sul giornalista avvalendosi di Wilson Acosta, il quale scaricò con furia diversi colpi di fucile sul corpo del collega. Dall'altro lato del veicolo Flavio Acosta Riveros, nipote di Vilmar e di Wilson, sparò con il suo 9 mm su una delle vittime. Entrambi i sicari risalirono in motocicletta per poi darsi alla fuga. 

La scena che si presentò fu terribile, il rosso del sangue ed il rosso di quella terra colorata si mescolavano ancora una volta. Dentro il veicolo, Pablo, ferito a morte, appoggiava la sua testa sul volante. Antonia, agonizzante, avrebbe esalato l’ultimo respiro molto dopo, aveva solo 19 anni. In quel paesaggio desolato, Ruth, che si era nascosta sul sedile posteriore, si trovò ad affrontare l'immensità di una scena che sarà storia; riesce a fare una telefonata e arrivano in suo aiuto. Saranno le sue parole e la sua coraggiosa testimonianza la base fondamentale che permetterà di dare inizio alla caccia ai sicari che tutti li conoscevano perfettamente. 

Il caso fu affidato alla procuratrice Sandra Quiñonez che, nonostante le difficoltà che lo contornavano non tanto a livello legale o tecnico quanto politico, riuscì ad operare in tempi record affinché la giustizia paraguaiana iniziasse ad agire. Rapidamente furono disposte delle misure per ‘porre fine’ al clan Acosta. Il suo 'brillante' lavoro in materia giuridica avrebbe rappresentato per Quiñonez un’importante trampolino di lancio perché prima che il caso fosse finalmente risolto, già nel 2018 Horacio Cartes, allora presidente del paese, l’avrebbe scelta come Procuratrice Generale della Nazione. Assunto l’incarico, Quiñonez sarebbe stata costantemente denunciata da settori dell'opposizione e dell'attivismo come l' elemento chiave dell'ingranaggio di impunità che circonda il mandatario imprenditore nel ramo del tabacco ed i suoi a latere. 

Vilmar 'Neneco' Acosta Marques, ex sindaco di Ypejhú, fu il primo a cadere. Accusato di essere il mandante dell'assassinio di Pablo e di Antonia fu catturato a Caarapó, Brasile, il 4 marzo del 2015. Durante la sua latitanza il sindaco narco mantenne una costante comunicazione con la deputata Cristina Villalba, la quale ha negato e mentito al riguardo, come dimostrato dalle prove sulla durata e la reiterazione delle comunicazioni. Villalba adduceva che le comunicazioni avvenivano affinché 'Neneco' si arrendesse. Finalmente, una volta arrestato dalla polizia brasiliana, 'Neneco' fu estradato in Paraguay il 17 novembre di quello stesso anno. Cioè, otto mesi dopo essere stato fermato.


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Il processo contro l’ex sindaco colorado è stato veloce ed intenso e la condanna è arrivata nel dicembre del 2017. È stato condannato a ventinove anni di prigione e dieci anni di misure cautelari essendo ritenuto colpevole, in qualità di istigatore, dell’omicidio di Pablo Medina e Antonia Almada. Attualmente Vilmar 'Neneco' Acosta è rinchiuso nella prigione di Itacumbú, ad Asuncion. Ha ancora 35 anni da scontare dietro le sbarre, considerando che la sentenza è di 39 anni di prigione in tutto. 

Wilson Acosta Marques, fratello di Vilmar e sicario, è stato fermato a maggio del 2020 in Brasile, nello stato di Mato Grosso. La Giustizia paraguaiana ha richiesto la sua estradizione per giudicarlo in Paraguay, ma la richiesta è stata rifiutata. Il pubblico ministero per gli Affari Internazionali ha dichiarato alla redazione Antimafia che, nel caso di Wilson Acosta, la giustizia brasiliana non ha ancora deciso se sarà sottoposto a processo o no. Ci si aspetta che in qualsiasi momento il processo venga avviato ma in territorio brasiliano. L'idea che sia condannato in Paraguay svanisce anno dopo anno. 

Per quanto riguarda Flavio Acosta Riveros, nipote di Vilmar e di Wilson, il secondo sicario, è stato catturato a Pato Branco, Brasile, a circa 600 km da Ypejhú, nel gennaio del 2016. A denunciarlo la sua fidanzata dopo che l'aveva aggredita selvaggiamente con un attrezzo da meccanico. Il sicario ha nazionalità brasiliana, motivo per cui non può essere estradato e, come nel caso del suo parente, si attende, che sia sottoposto a giudizio in territorio brasiliano, a meno che non sorga qualche imprevisto favorevole all'accusa, e possa così essere condannato in Paraguay, proprio come il suo collega “Neneco” Acosta. 

Nel dicembre del 2017, Carlos Martínez, giudice penale di garanzia di Curuguaty, Paraguay, ha presentato all’Ufficio degli Affari Esteri della Corte Suprema del Brasile un esposto per sollecitare che Flavio Acosta Riveros venga giudicato per il duplice omicidio. Questo è possibile grazie ad accordi in materia giudiziaria tra i due paesi. Per questo motivo, la redazione di Antimafia Dos Mil del Paraguay aveva interpellato nel 2018 l’agente fiscale Manuel Doldan, addetto alla Direzione di Affari Internazionali del Ministero Pubblico che ha dichiarato che l'aspettativa di massima pena per Flavio Acosta era di 30 anni. Ha spiegato che la Giustizia Federale di Paraná si è pronunciata dicendo che “il caso è sottoposto alla Corte della Giuria Popolare". Come dicevamo all’inizio, ad oggi non c’è stata alcuna condanna.  

Arnaldo Javier Cabrera López era l'autista di 'Neneco' Acosta. È stato accusato e condannato, nel marzo del 2016, a cinque anni di prigione per il reato di 'omissione' di comunicazione di un fatto punibile, mediante un procedimento abbreviato, dal giudice penale di garanzia Carlos Martínez. Il suo cellulare era stato utilizzato da 'Neneco' per coordinare l'esecuzione del fotoreporter; anche questo caso è stato  archiviato definitivamente in relazione all'assassinio di Pablo ed Antonia, grazie anche alla collaborazione con Ministero Pubblico, collaborazione che lo ha portato a fornire importanti informazioni sulle attività del clan Acosta. Capraia sta scontando la sua pena in una struttura de ‘Agrupación Especializada’.


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A sette anni dall'assassinio di Pablo Medina ed Antonia Almada, nonostante la condanna definitiva contro 'Neneco', la giustizia continua a non indagare sui rapporti politici ed istituzionali di alto livello che necessariamente hanno interagito affinché il clan Acosta portasse avanti non solo questo attentato, bensì una ventina di anni di crimini aberranti, godendo di totale impunità. 

Viene da chiedersi: fino a che livelli del narcostato arrivano le responsabilità sull'assassinio di Pablo Medina ed Antonia Almada?

Foto di copertina: Twitter-Telefuturo

Foto interne: abc.com.py - antimafiadosmil.com

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