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Pena rideterminata a sei anni di reclusione. La sentenza è stata emessa dai giudici della Corte d'Appello di Reggio Calabria

L'avvocato di Barcellona Pozzo di Gotto, Rosario Pio Cattafi, è un uomo di mafia a tutti gli effetti, almeno fino a marzo del 2000. A sancirlo è la nuova sentenza della Corte d'appello di Reggio Calabria (presidente Filippo Leonardo, a latere i giudici Adriana Trapani e Antonino Laganà), con una pena rideterminata a sei anni di reclusione.
Al contempo confermate le condanne al risarcimento del danno e la condanna alla refusione delle spese processuali per l’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia e per il comune di Mazzarrà S. Andrea, liquidate in 4mila euro, oltre accessori.
Il troncone del processo Gotha 3 che riguardava Cattafi (uomo di estrema destra, già vicino a Ordine Nuovo, legato ai servizi segreti) era tornato in appello dopo la decisione, nel 2017, della Corte di Cassazione.
Oltre al noto avvocato erano alla sbarra il boss Giovanni Rao, e il “cassiere” di Cosa nostra barcellonese Giuseppe Isgrò.
Se per quest'ultimi due erano stati rigettati i ricorsi difensivi, con le condanne d'appello decise a Messina nel 2015 divenute definitive (5 anni e 8 mesi per Rao, 7 anni e 6 mesi per Isgrò), per Cattafi i giudici della V sezione penale avevano dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale.
Un provvedimento che fece cadere in maniera definitiva l'accusa di aver assunto il ruolo di “capo” della mafia barcellonese che gli era stato attribuito in precedenza dall’accusa ma che aveva confermato l'intraneità di Cattafi all'associazione mafiosa barcellonese fino al 1993. Al contempo veniva stabilito che bisognava ripartire dal secondo grado in relazione alla condanna inflitta a Cattafi dalla Corte d'appello di Messina per gli anni compresi tra il 1993 e il 2000, statuendo cioè che dopo quella data non c’erano elementi sufficienti a supporto dell’accusa.
La Corte di Appello di Reggio Calabria aveva impiegato più di due anni per fissare la prima udienza del processo a carico di Cattafi, nonostante il reato di associazione mafiosa fosse a rischio di prescrizione.
Poi, lo scorso 29 settembre, dopo una lunga serie di rinvii ed impedimenti, si è tenuta l'udienza in cui è stato sentito il collaboratore di giustizia Carmelo D'Amico, dopo la decisione della Corte di riaprire il dibattimento accogliendo la richiesta dell'avvocato dell’Associazione nazionale familiari vittime della mafia, Fabio Repici.
Successivamente il sostituto procuratore generale Antonio Giuttari nella requisitoria, in controtendenza rispetto alle conclusioni del collega Adornato (che aveva dapprima chiesto di far decadere il reato di associazione mafiosa per intervenuta prescrizione per poi rettificare e chiedere anche l’assoluzione per gli anni compresi tra il 1993 e il 2000), aveva revocato la richiesta del precedente Pg e chiesto la conferma della sentenza della Corte d’appello di Messina (Cattafi è stato condannato a 12 anni in primo grado, poi ridotti a 7 in appello), in cui si decretava l'appartenenza di Cattafi all’associazione mafiosa barcellonese solo fino al 2000.
Oggi, prima della camera di consiglio e della lettura del dispositivo, erano intervenuti gli avvocati Fabio Repici e Salvatore Silvestro.
Quindi c'è stata la decisione dei giudici.
“Con questa sentenza - ha confermato con soddisfazione l'avvocato Repici - la corte di appello di Reggio Calabria ha attestato, per fortuna, che anche a Cattafi si applicano le regole che vengono applicate quotidianamente a tutti gli imputati e che nemmeno un personaggio, come il mafioso barcellonese Cattafi, legato ai peggiori ambienti del potere può godere di trattamenti ad personam”.

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