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Dopo il naufragio avvenuto il 3 ottobre 2013, era stato detto "mai più", ma da allora più di 17.000 persone sono morte nel Mediterraneo

Un'altra giornata carica di tristi notizie quella del 2 ottobre, che ha visto consumarsi l'ennesima tragedia nelle acque del Mediterraneo. Un'imbarcazione con a bordo 62 migranti è naufragata cercando di raggiungere le Canarie. Fra le persone presenti a bordo, solo cinque sono sopravvissute. Si contano quindi 57 morti, di cui probabilmente 12 bambini. Sempre nella giornata di sabato, Unhcr ha dichiarato che 89 persone, di cui tre bambini, sono state riportate in Libia, mentre due persone hanno perso la vita e altre 40 sono disperse in mare. L’ong Alarm Phone ha inoltre lanciato l'allerta del fatto che un’imbarcazione con a bordo 70 persone è dispersa in mare da giorni al largo di Malta. Alla vigilia della giornata in ricordo delle morti nel Mediterraneo, il bilancio è quindi di 59 morti, 110 dispersi e 89 rimpatriati in un paese in cui rischiano fortemente di andare incontro ad abusi.
Il 3 ottobre, si è infatti celebrata la “Giornata della Memoria e dell’accoglienza”, in ricordo di tutte le vittime dell’immigrazione e dell’anniversario della tragedia avvenuta otto anni fa, quando 368 migranti persero la vita al largo delle coste di Lampedusa. “Mai più” era stato detto dopo il terribile naufragio, e invece è successo ancora, tanto che, mentre si piangevano i morti del 2013, Alarm Phone ha denunciato la presenza di 116 persone in pericolo fra le acque del Mediterraneo.
Dal 2013 sono circa 17.800 le persone che hanno perso la vita mentre cercavano di raggiungere le coste europee, senza contare quelle disperse in mare e le migliaia di migranti riportati nell’inferno libico, costretti a subire sfruttamenti e maltrattamenti nei centri di detenzione. Soltanto dall’inizio del 2021 ad ora, oltre a mille persone sono morte tentando la pericolosa traversata, mentre sono sbarcate in Italia oltre 47.700 persone di cui più di mille solo in queste giornate di ottobre.
Dal 2014, il trend degli sbarchi in Italia è aumentato drasticamente, passando dalle oltre 40.000 persone sbarcate nel 2013 alle 170.000 nel 2014.
Successivamente al 2016, anno col più alto numero di arrivi (oltre ai 180,000) i migranti arrivati in Italia sono progressivamente diminuiti. La diminuzione degli sbarchi non è però proporzionale al numero delle morti. Nel biennio 2018-2019 sono stati registrati infatti i più bassi numeri di sbarchi negli ultimi otto anni, eppure la percentuale delle morti è aumentata drasticamente arrivando a circa il 5,5% nel 2018 e circa il 6,5% nel 2019, rispetto agli anni precedenti in cui si aggirava attorno al 2%. Ciò vuol dire che nel 2019, sebbene meno persone hanno perso la vita rispetto agli anni passati (754 a fronte delle quasi 3000 del 2017) il pericolo per i migranti che hanno raggiunto le coste europee era gravissimo in quanto su 100 persone arrivate a destinazione, sei sono morte.
Per le persone che attraversano il Mediterraneo morire in mare non è l’unico pericolo, da dichiarazioni fatte dagli stessi migranti ad Alarm Phone è risultato che molti di essi preferirebbero questa sorte piuttosto che essere riportati nei centri di detenzione libici, dove non avrebbero accesso alle più elementari necessità e andrebbero incontro a violenze ed abusi. Secondo i dati dell’ISPI (istituto per gli studi di politica internazionale) dall’agosto 2017 al gennaio 2020, 32.000 migranti sono stati riportati in Libia dalla cosiddetta guardia costiera libica, a fronte dei 76.000 che avevano tentato di arrivare in Europa. Le ong Mediterranea Saving Humans e Alarm Phone hanno dichiarato che lo scorso maggio hanno assistito a quello che loro definiscono come “un esempio cristallino del complesso meccanismo di violazione dei diritti umani ad opera degli Stati Membri dell’UE (Italia e Malta) e dell’agenzia europea di frontiera, Frontex.” Secondo le due ong le autorità italiane e Frontex (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) sarebbero responsabili di ritardare di proposito le operazioni di soccorso per permettere alla guardia costiera libica di attuare i “pullback illegali”. La Libia infatti non possiede i requisiti per un PoS (porto sicuro), condizione necessaria per poter accogliere migranti nel proprio paese e varie ong che operano nei salvataggi in mare hanno denunciato come i “salvataggi” della cosiddetta guardia costiera libica avvengano in modo violento e contro la volontà dei migranti. Se ciò che è stato denunciato dalle Mediterranea Saving Humans e Alarm Phone fosse vero, le azioni compiute dalle autorità italiane e da Frontex sarebbero gravissime.
Una volta arrivati in Italia, per i migranti le sofferenze non sono finite. Alcuni di loro vengono infatti indagati e incarcerati in quanto sospetti scafisti, quando in realtà spesso sono semplici migranti che hanno contribuito a dirigere l’imbarcazione dopo che i veri trafficanti di esseri umani erano tornati in Libia.
Di fronte a questi dati, quelle promesse, quei “mai più” pronunciati dopo il naufragio del 2013 suonano vani e inconsistenti.

Foto © Imagoeconomica

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