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Rimangono da identificare gli uomini di Stato infedeli responsabili del depistaggio

Contrariamente alle previsioni, il verdetto definitivo per il processo ‘Borsellino Quater’ è arrivato stasera ed è tranciante. Dopo 4 ore di camera di consiglio la quinta sezione penale della Suprema Corte ha confermato le condanne per gli imputati: ergastolo per i boss palermitani Salvatore Madonia e Vittorio Tutino; confermate anche le condanne per i falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci (dieci anni) e Francesco Andriotta (da 10 anni a 9 anni e 6 mesi) con l’accusa di calunnia. La Cassazione ha deciso un lieve sconto di pena di 4 mesi per Andriotta in relazione a un episodio di calunnia nei confronti di Vincenzo Scarantino, dichiarando prescritti altri episodi sempre nei confronti di Scarantino.
Esce così confermata la tesi dei giudici del primo grado del 2019 che, nelle motivazioni della sentenza, hanno definito il depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio (in cui hanno perso la vita il giudice Paolo Borsellino  e i cinque agenti della sua scorta   Emanuela LoiAgostino CatalanoWalter Eddie CosinaVincenzo Li Muli e Claudio Traina) come "uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana". Tesi ribadita anche oggi nella sua requisitoria dal sostituto procuratore generale Pietro Gaeta, secondo cui le dichiarazioni dei falsi pentiti Pulci e Andriotta, sono "una mostruosa costruzione calunniatrice" che "rappresenta una delle pagine più vergognose e tragiche” della nostra storia giudiziaria ed è "di una gravità tale da escludere qualunque circostanza attenuante" in favore degli imputati accusati di calunnia.
Tuttavia, come ha ricordato il consigliere relatore Angelo Caputo, rimane ancora sullo sfondo la mancata identificazione degli "inquirenti infedeli", gli uomini dello Stato responsabili "dell'indottrinamento" dell'ex pentito Vincenzo Scarantino uscito dal processo con la prescrizione maturata in secondo grado a seguito dell'attenuante di aver raccontato falsità indotto da "suggeritori" esterni. La sua difesa non ha fatto ricorso in Cassazione, dopo aver perso in appello la battaglia per ottenere il proscioglimento pieno. Presente in aula anche l'Avvocato dello Stato Massimo Giannuzzi che rappresenta le istituzioni che si sono costituite nel Borsellino quater: tra le quali la Presidenza del Consiglio, i ministeri degli Interni e della Giustizia, Regione siciliana e Comune di Palermo, oltre ai familiari delle vittime. 
Si chiude alla fine un percorso che potrebbe portare all’individuazione di quei "suggeritori" esterni, soggetti che avrebbero cioè imbeccato il falso pentito inducendolo a mentire. "Soggetti, - scrivevano i giudici nella motivazione della sentenza d’Appello - i quali, a loro volta, avevano appreso informazioni da ulteriori fonti rimaste occulte".
Già nei commenti del Procuratore generale Lia Sava - presente alla lettura del dispositivo al secondo grado - si parlava di “ulteriori sviluppi delle indagini con la possibilità di arrivare a un Borsellino quinquies". Del resto già durante la requisitoria aveva ribadito che "secondo la procura generale lo sviluppo delle indagini sta via via delineando altre strade che, se doverosamente riscontrate, possono far individuare altri soggetti che hanno potuto contribuire alle stragi". E poi aggiungeva: "I magistrati devono continuare a raccogliere prove certe di responsabilità penali che consentano di addivenire a sentenze definitive di condanna per tutti coloro, anche in ipotesi, esterni a Cosa nostra, che possono avere concorso, a qualunque titolo, e per qualsivoglia scopo, alla realizzazione della strage di via D'Amelio e che, successivamente ai tragici eventi, possono avere mosso i fili, in maniera da determinare il colossale depistaggio delle relative indagini”. Della stessa opinione anche Fabio Repici - legale di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino - il quale in una dichiarazione rilasciata a LaPresse ha detto che “il significato positivo della sentenza della Cassazione è la conferma della sentenza di primo grado firmata dal dottor Balsamo, una vera battaglia per la ricerca della verità che certificò che la strage di via d'Amelio fu compiuta in compartecipazione tra Cosa Nostra e soggetti estranei e che furono praticati dei veri e propri depistaggi di Stato. Oggi quella sentenza diventa un pezzo di storia giudiziaria incontrovertibile. Da qui bisogna ripartire per individuare i responsabili della strage annidati all'interno dello Stato". 
Ad oggi, dopo la lettura della sentenza della Suprema Corte non ci resta che attenere ulteriori sviluppi.

Foto © Imagoeconomica

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