Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Acquisiti i verbali e sentiti anche altri parenti del poliziotto ucciso il 5 agosto del 1989

Ancora una volta, con forte emozione e coraggio da parte dell’intera famiglia Agostino, sono stati ripercorsi i passaggi e i momenti vissuti prima e dopo l’attentato ad Antonino e alla moglie Ida, incinta di 5 mesi, il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini. Omissioni, depistaggi e zone d’ombra. Diversi ed importanti sono stati gli elementi emersi nel corso della seconda udienza del processo tenutasi oggi all’Aula Bunker dell’Ucciardone a Palermo, che vede come imputati il boss Gaetano Scotto per il duplice omicidio e l’amico della vittima, Francesco Paolo Rizzuto per favoreggiamento.
I foglietti estratti dal portafoglio dell’agente in cui c’era scritto “se mi succede qualcosa andate a guardare nel mio armadio”, i documenti prelevati dall’abitazione dell’agente Agostino da parte di alcuni poliziotti il giorno stesso dell’attentato di cui non è mai stato rivelato il contenuto, e ancora, l’insoddisfazione e la delusione provata dalla famiglia, soprattutto dai genitori, Vincenzo Agostino e Augusta Schiera, per le mancanze investigative degli organi giurisdizionali, i sospetti sul ruolo esercitato da Guido Paolilli nelle indagini, e in ultimo, l’acquisizione della memoria scritta dal dottore Carlo Palermo, all’epoca avvocato di Annunziata Agostino. In tale memoria, depositata in opposizione alla richiesta di archiviazione delle indagini nel 1992 da parte della Procura di Palermo, l’avvocato, ha riferito la signora Annunziata, “indicava... e non ricordo esattamente... le piste da poter seguire..e comunque... parlava di un possibile coinvolgimento dei servizi segreti nell'omicidio di mio fratello”. “Da questa memoria”, ha poi continuato la teste, “conseguì una reazione sconvolgente del legale che in quel periodo assisteva i miei genitori... l’avvocato Gervasi”. Quest’ultimo, come testimoniato anche nella scorsa udienza da Vincenzo Agostino, “ha costretto mio padre a dire a me di revocare il mandato conferito all'avvocato Palermo perché in nessun modo dovevano essere coinvolti i servizi segreti nell'omicidio di mio fratello. Non solo... Aggiunse pure che, se io avessi continuato con questa pista con l'avvocato Palermo, mio fratello poteva essere accusato dell'omicidio del piccolo Claudio Domino. Circostanze nuove che si aggiungono a quella lunga lista di omissioni e di depistaggi che coinvolgono soprattutto soggetti appartenenti alle istituzioni e che erano dirette con molta probabilità all’occultamento delle prove circa i veri motivi dell’attentato ai danni di Antonino Agostino e Ida Castelluccio.


f agostino monitor aula bunker ucc


La prima perquisizione alla casa di Antonino e la sottrazione dei documenti dall’armadio
Ripercorrendo quei momenti di confusione e di dolore che si susseguirono dopo gli spari e la morte di Antonino e Ida, la signora Annunziata e la sorella Flora hanno raccontato cosa successe quella stessa notte dell’attentato, quando sul luogo del duplice omicidio arrivarono diversi poliziotti, sia in divisa sia in borghese. Dopo l’estrazione dal portafoglio di Antonino di alcuni foglietti dove appunto l’agente indicava di andare a guardare nel suo armadio di casa nel caso gli fosse successo qualcosa, due poliziotti si avvicinarono alla signora Flora, all’epoca ancora minorenne, per chiederle se sapesse dove abitava suo fratello. “Gli dissi di si, perché ero andata spesso a sistemare le sue cose ed eravamo molto uniti. Mi presero, mi portarono ad Altofonte, mi chiesero dove era la stanza da letto, aprirono la parte centrale dell’armadio, trovarono la busta e dissero ‘l’abbiamo trovata possiamo andare’“. I due poliziotti, come specificato meglio dopo dalla teste, andarono dritti verso l’anta centrale, nonostante l’armadio fosse molto grande e avesse diverse ante laterali.

L’amicizia e poi la rottura dei rapporti con Paolilli: “Aveva fatto intendere che sapeva quello che c’era scritto in quei fogli”
Guido Paolilli lo conoscevamo già da parecchi anni perché insieme alla mia famiglia facevamo campeggio a Capaci e pure Paolilli con la sua famiglia. I rapporti erano diventati stretti. Paolilli dava insegnamenti a Nino nella pesca e il rapporto tra i due diventò sempre più stretto. Paolilli era più grande di Nino e per me Nino decise di arruolarsi in polizia perché vedeva in Paolilli una guida, un esempio da seguire”, sono state le parole di Annunziata Agostino. Il rapporto tra i due è proseguito per un altro po’ di tempo ma poi, racconta la teste, “stranamente Paolilli e la famiglia non vennero al matrimonio” di Antonino e Ida. In base alle testimonianze della famiglia l’ex agente tornò a Palermo il 6 agosto, un giorno dopo l’attentato, e si presentò alla camera ardente del Commissariato di San Lorenzo, dove prestava servizio Agostino. Ed è da questo momento che iniziano i sospetti della famiglia sul comportamento di Paolilli. “Ci disse di essere stato incaricato dall’allora capo squadra mobile La Barbera di indagare insieme ad altri colleghi. Paolilli veniva spesso a casa nostra ma non ci raccontava mai niente delle indagini, chiedeva a noi notizie come se volesse continuamente nuove informazioni da noi. Più che comunicare a noi, attingeva notizie da noi”, ha spiegato la signora Annunziata. L’ex poliziotto “per qualche anno ha continuato a venire a casa. Ma un giorno mio padre alzò la voce con lui perché aveva parlato a mio padre di fogli trovati durante la perquisizione di cui non voleva però rivelare il contenuto perché non avrebbe fatto piacere ai miei genitori. Dopo queste esternazioni su questi fogli mio padre puntò i piedi fino ad arrivare alla rottura definitiva: gli chiese per l’ennesima volta di mostrare il contenuto dei fogli, ma Paolilli si è rifiutato e mio padre non ne ha voluto sapere più nulla di questa persona”.


annunziata agostino corte proc


“Erano molto arrabbiati”, ha raccontato anche la signora Flora, “si erano sentiti traditi da Paolilli perché pensavano che fosse un amico di famiglia”.
Il contributo dell’ex poliziotto alla negativa alterazione del contesto nel quale erano in corso di svolgimento le investigazioni inerenti all'omicidio di Antonino e Ida è emerso anche dal decreto del Gip Maria Pino, con il quale è stato archiviato il procedimento nei confronti del Paolilli, indagato per favoreggiamento in concorso aggravato prima nel 2008 e poi nel 2010. Per collegare i vari elementi riguardanti l’ex agente ed emersi nel corso degli ultimi anni, è necessario ricordare la nota intercettazione del 21 febbraio del 2008 in cui si sente Paolilli parlare con il figlio mentre andava in onda la trasmissione de “La Vita in diretta”. Durante il programma il padre di Nino, Vincenzo Agostino, parlava del biglietto trovato nel portafoglio del figlio - dove era scritto “se mi succede qualcosa guardate nell'armadio di casa”. Contemporaneamente il figlio di Paolilli (intercettato) domandava al padre: “Cosa c'era in quell'armadio?”. “Una freca di carte che proprio io ho pigliato e poi ho stracciato”, gli aveva risposto senza tergiversare. Parole di quello stesso Paolilli che era stato amico di Nino e della famiglia Agostino, e che poi, proprio per non aver voluto rivelare il contenuto di quei documenti a Vincenzo, non aveva più avuto rapporti con loro.

Il coinvolgimento di Paolilli nella seconda perquisizione alla casa di Antonino
La seconda perquisizione nell’abitazione di Altofonte dove abitavano Nino e Ida avvenne, secondo il ricordo delle due teste, Flora e Annunziata, due o tre giorni dopo il ritorno di Paolilli a Palermo (avvenuto il 6 agosto). “Qualcuno ci chiese di andare a recuperare la pistola di Nino e la divisa. Giunti là però, abbiamo trovato un amico di mio fratello, il poliziotto Paolilli e un’altra persona”, ha spiegato la signora Annunziata, accompagnata dalla sorella Flora e dal cugino Felice Analdi. “Appena entrata in casa di Nino mi son sentita male. Ricordo che mentre Paolilli mi aiutava ad alzarmi, l’altro poliziotto, che era entrato nello sgabuzzino a casa di mio fratello, usciva con una busta rettangolare. Dalla busta esce il lembo di un foglio e mi chiede di riconoscere la grafia di mio fratello. Cosa che ho fatto”, ha raccontato la teste. Gli agenti, secondo il ricordo della signora Annunziata, non dissero nulla riguardo al contenuto dei documenti dentro la busta, semplicemente “la chiusero e andarono via”. La teste ha poi appreso in seguito, da informazioni di fascicolo, che il nome del collega che accompagnava Paolilli era Ignazio Guiglia.
Nella prossima udienza, che si terrà venerdì 15 ottobre, verranno sentiti i teste La Monica Domenico, Alba Giovanni, Arcieri Sebastiano, Barrale Pietro, Barraco Francesco Paolo.

Foto © ACFB

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy