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Lo shooting del Movimento Our Voice contro il business della tratta di donne e bambine e la denuncia contro le responsabilità politiche dei governi europei

Rapite, violentate e poi condannate ad essere schiave per tutta la vita. È questa l’atroce esistenza che migliaia di donne, ragazze e bambine in tutto il mondo sono costrette a vivere ogni giorno. 
Sud America, Africa, Asia, Europa: non esiste grado di civiltà né di democrazia, non esistono garanzie né tutele. I diritti? Solo carta straccia, perché la logica del profitto e del mercato è ciò che muove le politiche dei governi, a prescindere dal prezzo che si debba pagare in termini di sacrifici umani. La tratta di persone, in effetti, è il terzo delitto a livello globale che produce più guadagni al mondo: solo il business dei minori equivale a 32 miliardi di euro all’anno, quasi quanto il traffico di armi e di droga. 
Oggi sono oltre 40 milioni in tutto il pianeta le persone vittime di questa vergogna e oltre il 92 % sono donne e bambine. Molte di queste provengono dai paesi del Centro e del Sud America, altre da paesi dell’Africa Sub-sahariana, in particolare dalla Nigeria, e altre dai paesi dell’Est Europa. 
Le testimonianze di chi è riuscito ad uscire dal girone infernale della tratta sono molto rare perché fuggire significa condannarsi ad un destino ancora più atroce, tra cui anche la morte. In effetti, in America Latina i proprietari dei migliaia di bordelli, situati in ogni angolo della città, stringono patti con le forze dell’ordine locali e questo rende i tentativi di fuga praticamente impossibili.
È vergognoso che l’Europa sia tra le maggiori mete del turismo sessuale e che l’Italia sia la prima cliente del mercato sporco della tratta sessuale, che profitta al nostro Paese circa 90 milioni di euro ogni mese. Come se ciò non bastasse, la maggior parte delle vittime sono bambini e bambine: fino ad adesso solo quelle accertate in Europa sono 4.168, il numero più alto mai registrato al mondo.
Le donne vengono reclutate dalle reti criminali nei loro paesi d’origine, soprattutto nei paesi africani, spesso con la falsa promessa di una nuova vita. Vengono vincolate attraverso un rito, chiamato rito Voodoo, con il quale si impegnano alla restituzione di una somma di denaro ai trafficanti. Prima di essere imbarcate per l’attraversamento in mare, subiscono violenze e soprusi nelle cosiddette “connection houses” o nei ghetti situati nei paesi di transito, soprattutto in Libia. Una volta sbarcate in Sicilia, alcune rimangono in Italia e altre vengono trasportate e vendute ad altri paesi europei. Rimangono prigioniere in un incubo, perché le promesse si rivelano false e ciò che viene chiesto in cambio del viaggio non sono soldi ma prestazioni di carattere sessuale. È così che inizia per loro il giro della prostituzione, delle minacce e dei maltrattamenti.
Lo sfruttamento sessuale è la finalità principale della tratta. Ma molte vittime, circa il 38% del totale nel 2018, vengono costrette anche ai lavori forzati, sia agricoli sia industriali, alla commissione di reati e di attività criminali (come la coltivazione, il trasporto, il traffico e la vendita della droga), e poi ancora ai matrimoni forzati e in ultimo all’estrazione di organi.
I traffici vengono gestiti da reti criminali organizzate di cui fanno parte organizzazioni mafiose, multinazionali, agenzie di collocamento e varie società, anche legali. Queste reti spesso sono protette da complicità e da connivenze di apparati istituzionali degli Stati, che garantiscono la protezione ai trafficanti. In Italia è la mafia nigeriana quella che gestisce più attivamente questo business. 
In tutto questo, il silenzio mediatico e la normalizzazione politica ed istituzionale dell’abuso e dello sfruttamento sessuale è ciò che agevola di più il fenomeno della tratta ed è il sintomo di una società complice delle violenze e sull’orlo del fallimento morale ed etico. In Europa le responsabilità sono prima di tutto dei governi, che a livello legislativo non prestano le tutele né le garanzie necessarie per la protezione delle vittime e che non hanno intenzione di porre fine alle cause originarie dei flussi migratori, ossia alle guerre, alla povertà e alla depredazione delle ricchezze naturali, materiali e umane nei paesi cosiddetti “sottosviluppati”. Per non contare il fatto che nelle agende politiche dei governi europei è completamente assente la lotta alla criminalità organizzata e alle mafie straniere, le principali intermediarie di tali traffici.
Ma di tutto questo non c’è da meravigliarsi se, appunto, consideriamo il profitto prodotto dal business della tratta, spesso riciclato e reinserito nell’economia legale. 
Così le migliaia di donne, di ragazze e di bambine diventano “vittime invisibili”, senza nome. Chi avrà il coraggio di ascoltare le loro storie? Il timore di uscire di casa, la paura di sentire una mano che ti afferra da dietro, ti copre la bocca e ti trasporta lontano da casa tua. Crescere con un pezzo di pane al giorno e con il terrore di non rivedere più la propria famiglia. Dormire qualche ora a notte, perché il resto del tempo rappresenti solo merce sessuale. Imparare a convivere con la propria solitudine, avendo perso tutto, anche la parte più intima, interiore e profonda della tua umanità. 
Non c’è forma di immaginazione che arrivi a rappresentare questa realtà né questa condizione di vita. E di fronte a tale malvagità e all’omertà che la accetta, la giustifica e la permette non ci sono parole. Solo un appello a chi ancora combatte per restare umano, in un mondo dove restare umani rappresenta ormai un atto di resistenza.

Foto © Our Voice

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