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Telefoni criptati e un codice numerico per coprire ogni comunicazione. Innovazione e arcaicità. Per inondare di droga la penisola, la rete dei narcos legati ai clan Cacciola-Certo-Pronestì della Piana di Gioia Tauro, sgominata dall’operazione "Crypto" della procura antimafia di Reggio Calabria, non aveva lasciato nulla al caso.
Con la galera (e le condanne scontate) a raccomandare prudenza, quando giovani boss come Nicola Certo tornano su piazza, non c’è voglia di rischiare. Ma il business di famiglia è il narcotraffico, le celle sono divenute occasione per sviluppare nuovi contatti - l’ecuadoregno Huberto Alex Alcantara, fucina di nuovi canali di approvvigionamento, su tutti - l’ampiezza della rete è direttamente proporzionale alla capacità di monetizzare e le comunicazioni per organizzare vendite, scambi e traffici, fondamentali. Allora la parola d’ordine diventa sicurezza. E gli uomini dei clan - è emerso dall’inchiesta diretta dagli aggiunti Giuseppe Lombardo e Gaetano Paci e coordinata dal procuratore capo Giovanni Bombardieri - sono diventati esperti anche nella scelta delle tecnologie che più o meno assicurano conversazioni a prova di spioni. A partire dai cellulari criptati.

Al mercato del telefono sicuro
“Questo è più sicuro di tutti ... questo qua ha il server canadese ... invece quelli là sono spagnoli, non so che sono ... quelli olandesi non sono buoni nemmeno, perché li hanno aperti ... c'è la chat pure ... questa è la chat ... invece di scrivere con le mail scrivi con la chat” spiega, competente, uno degli indagati, ascoltato dagli investigatori della Guardia di Finanza di Catanzaro e dello Scico. Gli stessi che già dai tempi dell’inchiesta Gerry, servita a mandare a gambe all’aria una rete di narcotrafficanti legata ai clan della Piana, avevano capito che i cellulari criptati sequestrati nel corso di quell’operazione potevano essere una nuova pista. E da lì hanno iniziato a scavare.

Sim dedicate intestate a sconosciuti
A saltar fuori è stata una vera e propria rete di apparecchi gestiti dai narcos della Piana pensati per dribblare ogni sorta di controllo delle comunicazioni. Ma il cellulare criptato era solo il primo e più superficiale "dispositivo di sicurezza" di cui i clan avevano deciso di dotarsi, consegnandolo anche alla propria rete di clienti storici e fornitori con l’ordine tassativo di utilizzarli solo ed esclusivamente per organizzare i traffici. Quei cellulari - queste erano le istruzioni - dovevano funzionare come vecchi walkie talkie, "sintonizzati" solo ed esclusivamente sulle “frequenze” dei rosarnesi. E - ordine e livello di sicurezza numero 2 - dovevano essere utilizzati solo con le schede fornite dall’organizzazione. Ovviamente tutte intestate a personaggi di comodo, magari anche inconsapevoli.

Sim tedesche via Montenegro
Da dove arrivassero, lo ha rivelato un altro indagato, Francesco Suriano, nel corso di una delle migliaia di conversazioni monitorate. “L'avevo fatto pure alla Germania- dice - me ne sono andato e me lo sono scordato. L'avevo fatto fare io ... da un montenegrino... da certi che ... che, diciamo ... comandano, i montenegrini ... i montenegrini sono quelli della Jugoslavia, me le sono scordate”. Traduzione, le schede le aveva recuperate in Germania grazie ad alcuni soggetti montenegrini, ma avrebbe dimenticato di prenderle. Problema risolvibile, “lascia che vado a Roma che – assicura - in qualche modo…”.

Il blackberry è il passato, il telefono criptato il futuro
Tutte sim, raccomanda, da usare solo con telefoni criptati. “no, no ... Samsung ... questo è il mio ... guarda ... lui mi ha detto che non ne voleva ... questo me lo sono preso là sotto ... guarda qua ... questo qua parla sia come PGP che con (incomprensibile)”. In più - spiega, con competenza quasi professorale - ha una chat che, per esempio, io e te ci memorizziamo nella chat ... io e te parliamo (omissis)”. E quasi con fare da piazzista propone “il PGP ... io lo devo cambiare ... già l'ho ordinato se vuoi ... millecinquecento euro ... sei mesi è ... però ci scialiamo, Nico'”. Del resto spiega, bisogna aggiornarsi, anche perché le inchieste si fanno, dettagli e strategie vengono fuori e ad esempio “quando ti vedono il Blackberry ... ormai sanno tutti cos'è”. Innumerevoli inchieste hanno raccontato come quel tipo di telefoni siano diventati un “must” fra i narcos di tutto il mondo, abituati a chiacchierare nella chat dedicata. Peccato che gli investigatori abbiano da tempo imparato a bucarla.

Il codice dei narcos
Dunque c’è da aggiornarsi, ma anche tornare ai “vecchi metodi” dei messaggi cifrati. Come quelli che una nota famiglia di ‘Ndrangheta della città scriveva con i gessetti su lavagnette anche per comunicare in casa, che sapevano monitorata. “7.30.11.9.7.2.12.20.12.11.13.6.20.10.11.9.7.2.10.25.20.10.7.16.20”. Oppure “25*11*16*16*7*12*2*15*2*11*15*16*13*2*15*16*11*11*2*13*13*7*30*2*21*3*21*2*10*1*2*8*21*1 I *10*10*20*6*1*11 *16*7*1*20*9*2*16*20*2*16*1”. Quando gli investigatori sono riusciti ad intercettare i cellulari dei rosarnesi e dei loro clienti, si sono trovati di fronte a messaggi di questo genere. Stringhe di numeri apparentemente senza senso, che però si intensificavano in prossimità di viaggi che sembravano funzionali a scambi e consegne. Per mesi, i finanzieri hanno seguito gli uomini che sospettavano far parte del gruppo, hanno cercato elementi per identificarli “al di là di ogni ragionevole dubbio”, perché dopo eventuali arresti tocca andare in tribunale e - ha sottolineato il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo - “come noi studiamo loro, loro studiano noi. Sanno quali elementi ci servono anche in un’aula di giustizia”. Poi finalmente è saltato fuori un “con”. La prima parola ad essere decriptata. E da lì tutto è stato più semplice, i messaggi intellegibili, i termini dello scambio chiari. E per la rete dei narcos costruita dai rosarnesi è stato l’inizio della fine di un business milionario.

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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