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Il Pontefice ospite del clero slovacco. “In una società giusta deve vigere il diritto del ‘pane del lavoro’. No a discriminazioni”

"La Chiesa non è una fortezza, un potentato, un castello situato in alto che guarda il mondo con distanza e sufficienza". Duro, crudo, asciutto. È il discorso che Papa Francesco ha rivolto ai vescovi, ai sacerdoti e ai consacrati slovacchi nella cattedrale di Bratislava. "Qui a Bratislava il castello già c’è ed è molto bello! - ha detto - Ma la Chiesa è la comunità che desidera attirare a Cristo con la gioia del Vangelo, è il lievito che fa fermentare il Regno dell'amore e della pace dentro la pasta del mondo. Per favore, non cediamo alla tentazione della magnificenza, della grandezza mondana! La Chiesa deve essere umile come Gesù, che si è svuotato di tutto, che si è fatto povero per arricchirci: così è venuto ad abitare in mezzo a noi e a guarire la nostra umanità ferita".
Un attacco chiaro e diretto, quello fatto da Bergoglio nel cuore dell’Europa, contro una Chiesa troppo spesso concepita come Potere e non come servizio di prossimità per gli ultimi e i dimenticati.
"Il pane di cui parla il Vangelo viene sempre spezzato. È un messaggio forte per il nostro vivere comune - ha proseguito il pontefice -: ci dice che la ricchezza vera non consiste tanto nel moltiplicare quando si ha, ma nel condividerlo equamente con chi abbiamo intorno". "Il pane - ha sottolineato -, che spezzandosi evoca la fragilità, invita in particolare a prendersi cura dei più deboli. Nessuno venga stigmatizzato o discriminato. Lo sguardo cristiano non vede nei più fragili un peso o un problema, ma fratelli e sorelle da accompagnare e custodire".
Altro tema dibattuto da Bergoglio è stato il diritto al lavoro. Un tema su cui già altre volte il Papa si è espresso perché è “il pane di ogni giornata” e “ne occupa la gran parte”. “Come senza pane non c’è nutrimento, senza lavoro non c’è dignità”. "Alla base di una società giusta e fraterna vige il diritto che a ciascuno sia corrisposto il pane del lavoro - ha osservato - perché nessuno si senta emarginato e si veda costretto a lasciare la famiglia e la terra di origine in cerca di maggiori fortune".
Soprattutto in un’epoca post-pandemica in cui la precarietà del lavoro è sempre più sotto gli occhi di tutti. "La pandemia è la prova del nostro tempo. Essa ci ha insegnato quanto è facile, pur nella stessa situazione, disgregarsi e pensare solo a sé stessi". "Ripartiamo invece dal riconoscimento che siamo tutti fragili e bisognosi degli altri - ha concluso Papa Francesco -. Nessuno può isolarsi, come singoli e come nazioni. Accogliamo questa crisi come un appello a ripensare i nostri stili di vita. Non serve recriminare sul passato occorre rimboccarsi le maniche per costruire insieme il futuro".

Foto © Imagoeconomica

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