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Ospite al “Trame festival” di Lamezia Terme il Procuratore capo di Catanzaro per parlare di 'Ndrangheta, Giustizia e di cittadinanza attiva

“Non chiamateli eroi”. È il titolo dell’appuntamento che ieri sera a Lamezia Terme ha visto il Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri e la giornalista Alessia Candito - nostra editorialista e collega - ospiti alla 10° edizione di “Trame - Festival dei libri sulle mani”. In una Piazzetta San Domenico gremita di gente, i due hanno dialogato su temi attuali come la ‘Ndrangheta, la riforma Cartabia e la giustizia in Italia. Pochi ma generosi i momenti in cui il pubblico si è lasciato agli applausi. Come a voler sottolineare il poco tempo da perdere e l’enorme mole di informazioni da apprendere da uno dei più grandi esperti di criminalità organizzata al mondo.

Il punto di partenza del dibattito è stato proprio il libro di recente pubblicazione che il procuratore ha scritto assieme allo storico saggista - nonché suo amico di vecchia data - Antonio Nicaso: “Non chiamateli eroi. Falcone, Borsellino e altre storie di lotta alle mafie”, edito dalla Mondadori. Divenuto già un “best seller” a pochi mesi dalla sua pubblicazione, il libro è una raccolta di storie e personaggi per raccontare ai giovani - e non solo -, il coraggio di chi ha guardando la mafia negli occhi difendendo le proprie idee, la propria dignità, e per continuare a lottare contro le mafie nel loro nome.

Ed è iniziato proprio così l’appuntamento di ieri sera: ricordando chi in nome della libertà ha difeso il proprio territorio e le proprie idee entrando in collisione con la tirannia ‘ndranghetista. Storie che dovrebbero essere parte della memoria collettiva, in una terra - quella calabra - che ha pagato a caro prezzo la presenza mafiosa nel tessuto sociale. Storie spesso sconosciute e dimenticate come quella del mugnaio Rocco Gatto, ricordato proprio dal Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri in apertura del suo primo intervento. Gatto era un mugnaio di Gioiosa Ionica, ucciso in un agguato mafioso il 12 marzo del ’77. Un uomo onesto, un grande lavoratore che non aveva mai ceduto al giogo mafioso, ai ricatti e alle minacce subite. Ma nonostante il suo coraggio oggi è uno dei tanti nomi dimenticati dalla cittadinanza. “La colpa è di tutti noi, dei magistrati, delle forze dell’ordine, degli storici, degli uomini di cultura che non hanno saputo narrare l’antimafia calabrese - dice Gratteri -. Perché Rocco Gatto non era solo un mugnaio: è stato il primo testimone di giustizia in Italia. Narrato poco, purtroppo, e solo a livello locale. Anche se a seguito di questo omicidio ci fu anche il primo sindaco costituito parte civile al processo”.

Storie di vittime che oltre al danno subiscono anche la beffa dell’oblio appesantito dalla notorietà dei killer, spesso mafiosi di quartiere che godono di consenso popolare. “Il mafioso del paese - continua il procuratore capo di Catanzaro - viene visto come benefattore e ha potere reale quando viene meno la politica. Meno politica, meno volontariato e impegno sociale c’è in un territorio e più la presenza della mafia è assidua. I capi mafia così diventano soggetti sociali in grado di dare risposte anche se viziate e drogate, parziali e di schiavismo. Ma intanto danno risposte”. “I candidati politici, invece, - continua - sono presenti nel territorio 4/5 mesi prima delle elezioni e in caso di candidatura cambiano anche il numero di telefono per non essere disturbati. Il capo mafia, invece, è presente nel territorio tutto l’anno. Per questo è in grado di dare risposte”.


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Il cliché della Politica
Nel corso della serata, il dibattito moderato da Alessia Candito si è poi spostato sulla compagine politica. In particolare, la giornalista ha sottoposto al vaglio del procuratore Nicola Gratteri la proposta di una certa classe dirigente di adottare una sorta di “green pass” antimafia per far fronte alle prossime elezioni regionali in Calabria. Uno strumento, elargito anche dalla commissione parlamentare antimafia, “basato esclusivamente sulle condanne o sui rinvii a giudizio”, ha commentato la Candito. Ma per il Procuratore capo di Catanzaro si tratta di uno strumento “assolutamente inefficace”, in quanto “io soggetto indagato in odor di mafia o capomafia non mi candido di certo. Candiderò una persona incensurata che però è la comare del cugino del capomafia. Inoltre, il fatto che persone senza una storia alle spalle e senza aver fatto nulla nella vita, dopo le elezioni riescono a raccogliere migliaia di voti dimostra che non basta ciò che fa la commissione antimafia. Il suo operato è il 20% del necessario. Ma come noi la commissione antimafia non può andare oltre”. “Se io ho un indagato - ha detto Gratteri - non posso comunicarlo alla commissione. Dovrebbe essere la politica al suo interno a pulirsi ed autogenerarsi. Invece, accade che nell’ultima settimana delle elezioni si viene assaliti dalla paura di non essere eletti e quindi si è disposti a fare patti con il diavolo. Ed è così che poi rileviamo nelle intercettazioni persone insospettabili che in una riunione promettono e interagiscono con noti mafiosi”. Ma questo ormai è un cliché noto a chi come Nicola Gratteri ha alzato l’asticella delle indagini interessandosi anche, e soprattutto, dei colletti bianchi e degli interessi fra criminalità e politica. Una politica sempre più vile e priva di codice etico; in cui chiamarsi “onorevole” ormai è divenuta mera prassi e non indicatore di carica istituzionale dagli alti valori morali e civili. “È ovvio che quando uno viene preso con le mani nella marmellata vengono dette frasi fatte del tipo: ‘Abbiamo fiducia nella magistratura. Mi auguro che l’indagato o l’arrestato chiarisca presto la sua posizione. Sicuramente sarà in grado di chiarire la sua estraneità dai fatti’. Ormai conosciamo questo cliché. Intanto, però, il soggetto in questione si presenta, si candida e prende voti. Poi in caso lo becchino amen, tanto il cliché è sempre questo”.

Gratteri: “La Riforma Cartabia è un disastro”
Duro e schietto anche il giudizio nei confronti della Riforma Cartabia, definita da Nicola Gratteri come un vero e proprio “disastro” che “si aggiunge a un disastro”.

Possiamo dire che c’è un conto aperto da 30 anni tra magistratura e politica. Questo tipo di riforme si possono fare solo nei governi di larghe intese quando sono tutti interessati. Questa riforma, tranne Fratelli d’Italia, sono stati tutti d’accordo a farla. Salvo poi quando due giorni dopo che è stato approvato all’unanimità nel consiglio dei ministri questa riforma sono stato ascoltato alla commissione giustizia alla Camera e come mio solito sono stato duro e irriverente al potere perché nella mia vita ne ho visti di tutti i colori essendo in magistratura dal 1986. Ma non avevo mai visto una cosa come l’improcedibilità”. Una cosa inaudita anche per un uomo che opera nel campo della Legge, della Giustizia e nel contrasto alla ’Ndrangheta da 35 anni. “È una cosa che non avrei mai immaginato di poter leggere in una norma che riguardi il processo. Improcedibilità significa che non si può procedere. E dopo la mia audizione è iniziato il tarlo del dubbio alla Camera e di pari passo il mio telefono si è intasato di telefonate e messaggi di parlamentari di quasi tutti i partiti che mi chiedevano”.

Ma Gratteri, svestendo per un attimo la toga da magistrato, si è detto “preoccupato in quanto cittadino”. “Ora arriva questa norma e questa improcedibilità. Sono preoccupato e dispiaciuto dentro per le migliaia di persone che credono in noi, ripongono in noi la loro fiducia e ci reputano l’ultima spiaggia. È tornato il sorriso alla gente e non avete idea quante persone fanno la fila da noi per denunciare o in lista d’attesa per poter parlare con noi, che poi smisto tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. La procura di Catanzaro è diventata un consultorio”, ha proseguito. Il procuratore si è poi interrogato sul perché della Riforma Cartabia. “Quando si è insediato il Governo Draghi per un mese e mezzo si è parlato solo di riforma del processo civile. La Cartabia per il primo mese e mezzo non ha parlato di processo penale. Quando si è insediata la ministra dopo 48h ha incontrato il garante dei detenuti, dopo un mese e mezzo i radicali e ancora non aveva incontrato i magistrati, tant’è che io pensai che la prima cosa che avrebbe fatto era mettere mano alle carceri (avendo fatto da presidente della corte costituzionale aveva fatto un lavoro sulle condizioni delle carceri) - cosa che farà a breve avendo già istituito una commissione di riforma per le carceri -. Ma il problema è l’improcedibilità - ha sottolineato animatamente Nicola Gratteri -. Immaginate che ci siano 50 persone che hanno un tumore o abbiano il sospetto di averlo e sono in visita dall’oncologo. Quest’ultimo quel giorno riesce a visitarne solo 30 dei 50 totali. A quel punto gli altri 20 chiedono alla segretaria se possono tornare il giorno dopo o in settimana, e la stessa risponde loro: ‘No non potete. Non è più possibile visitarvi perché solo entro oggi vi potevate far visitare e siccome non lo avete fatto allora non potete farlo mai più’. Questa è l’improcedibilità. Il processo d’appello deve essere celebrato entro due anni dopo la condanna in primo grado. E se non si riesce allora il processo non si può celebrare più. Il che significa che se sono stato condannato in primo grado e sono bravo a dilungare i tempi dell’appello oltre i due anni, quella condanna non ci sarà più. E questa la chiamate Giustizia?”.


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La Riforma Cartabia ghigliottina reati delicatissimi
Ancora più aspro e intransigente il commento di Nicola Gratteri sul tentativo di mediazione nella Riforma Cartabia. “Quando si è capito che era necessario mediare sulla riforma, è stato fatto un elenco di reati da escludere dal pericolo di improcedibilità. Si tratta del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, il traffico di stupefacenti e reati sessuali. Ma nell’elenco - precisa - si sono dimenticati di inserire i reati di corruzione, concussione e peculato. Reati che sono spesso a fianco alla politica, tipici dei faccendieri, della pubblica amministrazione o dei collettori di voti”. Altrettanto duro è stato nei confronti dell’apparente interesse del Governo all’ambiente. “Il Governo, avendo istituito il Ministero della transizione ecologica, si pensava avesse a cuore i reati ambientali, ma poi si dimentica di aggiungere all’elenco dei reati (da risparmiare dalla tagliola dell’improcedibilità, ndr) quelli ambientali e quelli che creano allarme sociale”.

Scelte e manovre politiche controsenso, dovute al fatto che “in Italia quando si è in buona fede sia parte sempre a valle e non a monte”, ha commentato Gratteri. “Anziché fare la ghigliottina dell’improcedibilità bisognava ragionare a monte - ha precisato -. Bisognava avere un po’ di coraggio, avere esperienza e conoscenza e incominciare a rivedere la geografia giudiziaria. Ci sono uffici giudiziari, infatti, che potrebbero essere accorpati. Inoltre, non è possibile che ci siano 250 magistrati fuori ruolo che al posto di fare ciò per cui hanno vinto il concorso sono consulenti nei ministeri. Se noi avessimo ragionato bene prima, sfoltendo tutti i reati bagatellari, non ci sarebbe stato bisogno di questa ghigliottina, per chi è in buona fede. Questo è un sistema che se rimarrà così ci farà tornare indietro di decenni”. “Ricordo tempo fa che il Sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto (Forza Italia, ndr) in un dibattito - ha raccontato il Procuratore capo di Catanzaro -, alla mia notifica della presenza di 250 magistrati fuori ruolo, mi rispose: ‘E cosa saranno mai 250 magistrati’. Beh, sono 250 persone che sedute possono scrivere 2 o 3 sentenze al giorno. Inoltre, questo Sottosegretario mi contestava anche il fatto che andavo spesso in televisione e gli dissi che purtroppo ho poco tempo ma che se mi fossi concentrato ci sarei andato ancora di più e non gli avrei dato pace a loro”.

Ma tornando al totale disastro della Riforma della ministra Marta Cartabia, Nicola Gratteri ha inoltre aggiunto che: “Impedirà di arrivare a sentenze definitive per il 50% dei reati che sinora sarebbero arrivati. E questi sono numeri e statistiche, perché i presidenti di Corte d’appello e i procuratori generali hanno portato i numeri e li hanno fatti vedere. In questi 50% si salveranno mafiosi, faccendieri, massoni deviati, centri di potere, riciclatori e tutta la gamma di reati presenti nel codice penale e nelle leggi speciali. Questo è matematico”.

Gratteri va colpito. Sistematicamente!
Il lavoro che il Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri nell’ultimo decennio ha condotto gli è costato fior fior di critiche da parte di tutto l’arcobaleno mediatico e politico presente in Italia. Soprattutto da quando ha deciso, assieme al suo team composto da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, di alzare un po’ il tiro e, quindi, indagare anche chi non fa parte dei “soliti noti”. Alzando il tiro nelle intercettazioni con i mafiosi “abbiamo trovato il mondo delle professioni e della pubblica amministrazione. E quindi abbiamo iniziato a sentire i massoni ’ndranghetisti, coloro che interagivano direttamente con la politica, con le istituzioni, con il mondo della magistratura e delle forze dell’ordine. Questo ha sconquassato e ha fatto saltare gli equilibri”. E questa agitazione “ha portato degli attacchi a certi magistrati, a determinati uomini delle forze dell’ordine e giornalisti che hanno riportato ciò che c’era scritto nell’ordinanza di custodia cautelare o che si sono permessi di fare qualche commento nei confronti di qualche potente che interagiva con un mafioso - ha detto -. Quindi si è creata un’onda d’urto che ha rotto un certo modo di investigare e di fare. Di conseguenza c’è gente che la prima persona a cui pensano la mattina è Gratteri e iniziano a scrivere cose false nei miei confronti. Mediamente ci sono 7-8 persone che ogni giorno in modo sistematico scrivono il falso nei miei confronti. Ma noi che riteniamo di essere persone perbene e riteniamo di lavorare con il codice in mano e amiamo in modo viscerale questa terra, dobbiamo avere spalle larghe e nervi d’acciaio perché se reagisci in modo scomposto fai il gioco di chi ti attacca. Quindi dobbiamo stringere i denti e lavorare sodo. C’è bisogno di persone oneste che abbiano tenuta, perché le pressioni sono forti. Noi non vogliamo far parte della scuderia dei centri di potere. E questo ha un costo”.


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Recovery Fund, infrastrutture e il pericolo dell’infiltrazione ‘ndranghetista
L’ultimo argomento trattato nel dialogo tra Alessia Candito e Nicola Gratteri ha riguardato l’ingente flusso di denaro del Recovery Fund e della ghiotta occasione di rifocillarsi che rappresenta per la ‘Ndrangheta. “Con il Recovery Fund le cose sono cambiate - ha detto Gratteri -. La ‘Ndrangheta pensa a fare nuovi business. Le dinastie di ‘ndranghetiste di faccendieri e riciclatori pensano a come fare sciacallaggio nel mondo dell’imprenditoria. Ci aspettavamo che ci sarebbe stata un’impennata di passaggi di proprietà dai notai. Invece, si stanno affinando maggiormente. Lasciano il proprietario lì dov’è, fanno arrivare i soldi della vendita della cocaina per tenere in vita questa azienda e questa attività imprenditoriale e si continua formalmente come se nulla fosse accaduto. formalmente quell’attività commerciale non è in crisi, si regge sulle sue gambe e continua a vendere, ma in realtà il proprietario diventa un prestanome del riciclatore e dello ’ndranghetista”.

Sempre in seno al Recovery Fund, il procuratore Gratteri ha poi parlato del potenziale che rappresenta per la realizzazione di nuove opere ed infrastrutture.

Recentemente mi hanno confessato la volontà di costruire nuove opere e il timore dell’infiltrazione della ‘Ndrangheta - ha proseguito -. Opere come ad esempio l’alta velocità Salerno-Reggio Calabria, la Salerno-Taranto, navi traghetto nuove, treni più corti per velocizzare il carico e lo scarico di passeggeri e tanto altro. Ed io ho consigliato di portare a avanti questi progetti perché alla ‘Ndrangheta ci pensiamo noi. Sono stato un po’ sbruffone? Chiamatemi come volete. Ma ho pensato che se queste grandi opere non si faranno ora, allora non si faranno più perché non ci saranno i soldi. Io dico: ‘Rischiamo!’. Se stiamo assieme, uniti e stiano fermi con le riforme allora forse riusciremo a contenere le mafie. Ma in questo momento il ragionamento deve essere favorevole alla costruzione di infrastrutture perché la Calabria non ha bisogno di pesce ma di canne da pesca; non ha bisogno di elemosine o reddito cittadinanza, bensì delle stesse infrastrutture che ci sono in Veneto, in Emilia-Romagna e in Lombardia. Questo deve essere il punto di partenza. Quindi le infrastrutture vanno fatte così da consentire agli imprenditori calabresi di avere le stesse opportunità di quelli veneti. Senza i presupposti per il buon funzionamento dell’amministrazione di una regione saremo considerati sempre più l’Africa del nord”.

Ma le parole di Gratteri non sono fantasia, ma pura realtà. A testimoniarlo sono i traguardi che ha ottenuto a Catanzaro a livello di infrastrutture. “In 4 mesi e mezzo - ha spiegato - siamo riusciti a costruire a Lamezia Terme l’aula bunker più efficiente e moderna del mondo occidentale. È l’aula bunker più grande al mondo in cui possono stare a distanza covid mille persone sedute. Un'aula di 3300 metri quadri, con una capacità di 150 videocollegamenti in contemporanea e 64 telecamere che registrano autonomamente l’una dall’altra. Inoltre, il 16 maggio 2016 durante il mio insediamento ho subito notificato la presenza dell’ospedale militare: struttura idonea per realizzare la nuova procura dato che paghiamo 1,7 milioni di euro all’anno di affitti. Ebbene la nuova procura è quasi pronta e a dicembre ci trasferiremo al suo interno. Si tratta di un convento del ‘400 bellissimo al cui interno è presente un chiostro stupendo in cui abbiamo previsto che nei fine settimana si possono fare concerti e convegni permettendo alla città di usufruirne in quanto è stato costruito proprio per non avere nessun collegamento con il resto della struttura del palazzo”.

Tutto ciò è stato possibile in quanto “nessuna delle persone che sono state coinvolte per la realizzazione nella sua testa pensava: ‘Ma a me che mi ritorna?’. Le opere non si fanno perché gli attori protagonisti di un’opera vogliono la mazzetta o un tornaconto. Le opere si possono fare. Basta avere persone di buona volontà, con un alto senso dello Stato e l’orgoglio dell’appartenenza”.

Foto © Imagoeconomica

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