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Combattere il terrorismo, un regime accusato di favorirlo o fomentarlo e portare la democrazia là dove i diritti erano annullati, da quelli delle donne a quelli religiosi o di libertà della cultura”. Nando dalla Chiesa commenta così - in un articolo scritto per il Fatto Quotidiano - il ventennio fallimentare di interventismo militare in Afghanistan da parte di Usa, Nato e affini, tra cui anche l’Italia.
Vent’anni, si è detto, senza ottenere praticamente nessuno di questi obiettivi. Io li ricordo i vent’anni fa. Ero membro del Senato della Repubblica. E non facevo parte dello schieramento di governo. Ricordo che anche la stragrande maggioranza dell’opposizione diede, spesso (come nel mio caso) per ‘disciplina di partito’, il suo sì alla spedizione degli uomini di buona volontà. E che la politica italiana, così radicalmente divisa dal sostegno o dall’opposizione al governo Berlusconi, trovò un suo punto di incontro proprio su quella decisione - scrive Nando dalla Chiesa -. Ricordo come gli interrogativi di Gino Strada fossero liquidati alla stregua di ubbie utopistiche quando non come figlie di un’ideologia comunista. Tutto sarebbe stato facile, benché ‘inevitabilmente’ fondato sull’uso delle armi. Una lettura ‘realistica’ dei fatti internazionali e del quadro afghano garantiva d’altronde per uno svolgimento vittorioso di quell’avventura”. Un’avventura finita come in Vietnam. “Anzi peggio - continua -, raccontano le cronache che ci hanno descritto un ritiro somigliante ad una grande fuga”.
Esito non diverso quello avvenuto in Iraq dopo neanche due anni. “Ricordate di nuovo le ragioni della democrazia che si facevano imperiosamente largo in un globo diventato, dopo la caduta del Muro, inesplorabile e incomprensibile? Come non stare con la democrazia contro una dittatura? - scrive il figlio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso dalla mafia a Palermo il 3 settembre ’82 - La nuova America chiamò ancora a raccolta gli antichi alleati. Vennero perfino costruite le ‘prove’ delle trame terroristiche di Saddam Hussein, il tiranno mediorientale”. E fu così che si decise di “andare anche in Iraq per sgominare un terrorismo che sarebbe invece uscito rafforzato (l’Isis…) da quella lunga avventura”. “Ricordo nitidamente più di mezzo Senato in piedi che si spella le mani per gli applausi a favore del nuovo intervento armato. Col petto in fuori, tanto a rischiare la vita sarebbero stati altri. Ricordo tutti orgogliosamente sicuri, tanto nessuno avrebbe chiesto conto di quel voto se non molti anni dopo e con il rispetto che si deve alla storia”, continua.
Vecchi ricordi, ma sempre vivi. Soprattutto dopo la morte di Gino Strada. “Poiché esattamente la sua contrarietà a queste guerre impedì che egli fosse annoverato tra gli italiani che davano lustro al Paese. Oggi abbiamo una ragione in più per riconoscerglielo”.
Una grande ipocrisia. Come quella che oggi, nel clou della vertiginosa evacuazione degli Stati Uniti dall’Afghanistan, vede le forze occidentali - un tempo chiamata “alleanza valorosa” - farsi portavoce del punto di vista di Gino Strada in quanto via per ritrovare un’Umanità che essi stessi hanno distrutto a partire da quei famosi “Vent’anni fa”.

Foto © Imagoeconomica

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