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L'editoriale-insulto di Eduardo Lamberti Castronuovo per Reggiotv

La scorsa settimana a Reggio Calabria si è concluso il troncone, con rito ordinario, del processo denominato Gotha che ha permesso di individuare quella struttura di vertice (così scrivevano i giudici di primo grado nel filone in abbreviato) “chiamata a svolgere compiti di direzione strategica e, in ultima analisi, di gestione ‘occulta’ delle scelte di politica criminale del sodalizio di stampo mafioso”.
Principale imputato di questo troncone è l’avvocato Paolo Romeo, ex parlamentare del Psdi vicino alla destra eversiva e a strutture paramilitari come Gladio, ritenuto uno dei sette componenti della direzione strategica della 'Ndrangheta assieme a Giorgio De Stefano (in abbreviato condannato in appello a 15 anni e 4 mesi di carcere, dopo i 20 rimediati in primo grado).
Con la storica sentenza del Tribunale collegiale, presieduto da Silvia Capone, Romeo è stato condannato a 25 anni. Ed assieme a lui sono stati ritenuti colpevoli, tra gli altri, il prete di San Luca don Pino Strangio (9 anni e 4 mesi di carcere); l’avvocato Antonio Marra (17 anni di reclusione), ritenuto l’uomo di fiducia di Romeo; l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra (13 anni), l’uomo ombra dei clan in Regione Calabria, Franco Chirico (16 anni), per l’ex antenna del Sismi, Giovanni Zumbo (3 anni e 6 mesi), per il dirigente comunale Marcello Cammera (2 anni, ma assolto dall’aggravante mafiosa).
Nel processo sono stati assolti il senatore Antonio Caridi, imputato per concorso esterno, e l’ex presidente della provincia, Giuseppe Raffa, più altre 13 persone.
Ed è in queste assoluzioni che certa stampa da strapazzo ha compiuto il più vile degli attacchi contro la Procura di Reggio Calabria ed i pm che hanno condotto l'accusa. Parliamo di Reggiotv.it con un editoriale di Eduardo Lamberti Castronuovo ("Lo stress che uccide").
Uno sproloquio di parole, come non avveniva neanche nella peggiore Palermo dei tempi di Falcone e Borsellino, in cui si fa riferimento allo "stress" che può essere "causato da alcuni giornalisti che, in combutta con giudici, o meglio con pm non troppo avveduti ma pronti a fare battaglie come fossero Don Chisciotte aiutato da Sancho Panza, ledono quel diritto di immagine di ciascuno degli abitanti di questo strano Paese, che è l'Italia, che hanno comportamenti trasparenti". Nell'invettiva contro i pm, in particolare il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, la cui immagine nel servizio viene continuamente proposta, si parla poi di "prese di posizione che discendono esclusivamente da un potere becero che viene utilizzato gratuitamente senza conseguenze". Quindi si pone un quesito "perché i magistrati, o meglio i pm, che insolentiscono le persone perbene non debbano pagare per questa loro presa di spoliazione gratuita, inaccettabile, spesso non fondata?". Si citano le sentenze, ed appunto le assoluzioni. Anche quelle non pervenute per morte dell'indagato, come il caso del giudice Giuseppe Tuccio, già presidente di Sezione presso la Suprema Corte di Cassazione.
Nell'editoriale si parla, poi di Raffa, di Caridi e delle insussistenti accuse a loro rivolte.
Preso atto che i giudici hanno assolto i suddetti con la formula "perché il fatto non sussiste" è assolutamente privo di senso esprimere valutazioni nette sul punto, prima di leggere le motivazioni della sentenza.
Resta comunque il dato che in questi cinque anni di processo si sono raccontati fatti e misfatti di un sistema di potere che ha favorito la 'Ndrangheta ma anche una serie di soggetti che hanno avuto a che fare con esso, guadagnando sul piano politico, economico, sociale e culturale.
Perché come ha ricordato Giuseppe Lombardo nella requisitoria la 'Ndrangheta si è trasformata “da interlocutore dell’istituzione a istituzione vera e propria" in un "gioco delle parti andato in scena grazie anche a una diffusa ipocrisia sociale. Un palcoscenico di cui molti sapevano e di cui la maggior parte faceva finta di non sapere”.

La delegittimazione che uccide
Alquanto grave, poi, il dato che nell'editoriale/servizio non viene detto in alcun passaggio che per undici imputati era stata la stessa procura a non chiedere ai giudici la condanna e che ciò era avvenuto anche alla luce di una recente sentenza di Cassazione che ha reso inutilizzabili le intercettazioni e alleggerito di molto le prove a carico.
Guardando tanto al processo in abbreviato, quanto a quello in ordinario, si può dire che la sentenza resta comunque storica perché sotto processo vi era il vertice massimo della 'Ndrangheta ad oggi conosciuto, che accanto all'avvocato Giorgio De Stefano vede anche il nome di Paolo Romeo. Anche per questo motivo diviene grave parlare di responsabilità dei magistrati di fronte a fatti che possono anche non avere una rilevanza di tipo penale, ma che sul piano sociale restano quantomeno discutibili, se non indecenti o riprovevoli.
Ma questo è il trucco del garantismo che certi servi del potere hanno sempre usato.
Evidentemente Eduardo Lamberti Castronuovo dovrebbe ricordare proprio le parole di Paolo Borsellino sulla necessità di distinguere la responsabilità penale da quella politica e sociale, che resta a prescindere dal codice penale.
Ed è singolare che Lamberti sia pronto a raccontare della sua profonda amicizia con il Presidente Tuccio o la sua vicinanza a Raffa, ma nulla dice su Romeo e quelle conversazioni registrate proprio nel periodo di formazione della giunta Raffa.
Ma c'è un aspetto ancor più grave in un servizio come quello andato in onda nei giorni scorsi su reggiotv.it: l'indicazione neanche troppo sottintesa a colpire quei magistrati che hanno avuto il coraggio di indagare, senza riverenza alcuna, proprio quel sistema di potere che per anni è stato taciuto alle masse.
Il dileggio e la delegittimazione sono lo strumento che certa stampa becera, meschina e servile mette in campo.
Un atto grave se si tiene conto di come la storia abbia dimostrato che i sistemi criminali agiscono anche con stragi ed attentati, traendo forza proprio dall'isolamento a cui i magistrati sono sottoposti.
Magistrati come il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo a Reggio Calabria o il Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, più volte hanno messo in evidenza come le mafie siano in grado anche di farsi impresa, addirittura entrando nel mondo dell'informazione, comprando pezzi di televisioni e giornali per manipolare il pensiero della gente, cavalcando la disinformazione e mantenere inalterato il proprio ruolo all’interno di un sistema criminale complesso. Un sistema in cui chi conta davvero spesso non appare. Un sistema che il processo Gotha ha messo in evidenza. Ecco perché si finisce nel mirino.
Per fortuna c'è chi non resta in silenzio (in tal senso si registra l'intervento della Giunta Esecutiva ANM del distretto di Reggio Calabria che riportiamo in fondo) nella speranza che anche altre Istituzioni possano intervenire. In quanto il dottore Lamberti Castronuovo afferma che lo stress uccide. Certe parole, però, uccidono molto di più.


Il testo dell'ANM del distretto di Reggio Calabria

"La Giunta Esecutiva ANM del distretto di Reggio Calabria intende esprimere le sue forti preoccupazioni per gli interventi apparsi su alcuni organi di stampa, in seguito alla pronuncia, lo scorso 30 luglio, del dispositivo di sentenza relativo al processo cd. Gotha.
Fermo restando il legittimo e indispensabile diritto di critica dei provvedimenti giurisdizionali, che pure andrebbe esercitato nel rispetto della cd. continenza, ciò che non è accettabile è veicolare nell’opinione pubblica il messaggio che le assoluzioni rappresentino la manifestazione di una patologia del sistema giudiziario, e che, addirittura, intervengano a porre rimedio ad iniziative arbitrarie o peggio irresponsabili, adottate da magistrati in combutta con alcuni giornalisti.
Lungi dal rappresentare l’esercizio di un potere becero, atti e provvedimenti giurisdizionali, di qualunque segno, sono il frutto della (ineliminabile, per fortuna) dialettica processuale, e del contributo di ciascuno dei soggetti coinvolti in quella complessa e rigorosa attività che quotidianamente si svolge nelle aule di giustizia.
Atti e provvedimenti che, a seconda della fase, soggiacciono a regole di valutazione diverse, e si fondano su patrimoni di conoscenze anch’essi suscettibili di essere implementati, grazie al contributo di tutti gli attori della scena processuale.
Atti e provvedimenti adottati, è bene ricordarlo, da magistrati che, tra le ben note difficoltà, e con enormi sacrifici, anche personali, concorrono ad amministrare quotidianamente la giustizia.
Atti e provvedimenti adottati, infine, assumendo su di sé la responsabilità, nei casi e nei modi previsti dalla legge, proprio perché, al pari che per altre categorie professionali, per i magistrati la parola responsabilità non è un vacuum.
Pur nella consapevolezza che anche il processo può essere esso stesso una pena, talvolta alimentata da enfatizzazioni mediatiche non sempre rispettose della presunzione di non colpevolezza, va perciò respinta con forza l’idea che l’azione penale venga esercitata allo scopo di insolentire cittadini perbene, piuttosto che di sottoporre alla necessaria verifica processuale il tema d’accusa.
Così come va respinta con forza l’idea, tesa evidentemente a delegittimare in maniera indistinta il lavoro della magistratura tutta, che l’attività giudiziaria produca nefandezze, fango e schifo, e promani da luoghi in cui alberga il malaffare.
Tali narrazioni fuorvianti non hanno nulla a che fare con la legittima critica dell’operato della magistratura, ma rappresentano un grave e inaccettabile attacco alla giurisdizione stessa, che va difesa a tutela della collettività intera.
(Prima pubblicazione: 02-08-2021)

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